Ancora su Baricco e la cultura/2

Qui di seguito l’intervento di Cecilia D’Elia sul Corriere della Sera e qui il dibattito successivo su Facebook (divertitevi).

I tagli del governo e la più generale crisi economica sono sufficienti a motivare una discussione sul futuro delle politiche culturali, sul ruolo dei finanziamenti pubblici e degli enti locali. La ha proposta Alessandro Baricco dalle pagine di Repubblica. Io vi ho letto, accanto a spunti interessanti, qualche semplificazione e un’eccessiva fiducia nelle capacità del mercato di garantire innovazione e offerta culturale; ma credo che la provocazione lanciata da Baricco vada colta, evitando banali contrapposizioni: continuo a pensare, infatti, che lo scarso investimento nella produzione culturale, così come nella scuola, nell’università e nella ricerca siano tessere complementari di una storica debolezza del nostro Paese, semmai aggravate dalla dismissione di fondi per cultura e conoscenza che, nel nome della crisi, il Governo sta operando.
D’altro canto, va preso atto che una stagione è finita. E questo a Roma è più vero che altrove: le elezioni amministrative sono state perse infatti da quelle forze che negli ultimi quindici anni avevano fatto delle politiche culturali una chiave di volta per la crescita civile ed economica della città e per il rilancio del suo profilo internazionale. Va colta insomma la sfida del tempo, come ci sollecitava a fare il direttore della Fondazione Romaeuropa, Fabrizio Grifasi, cercando di liberarsi sia dal risentimento che dalla nostalgia.
Vorrei provare quindi a spostare l’attenzione dalla scena della visibilità, per concentrarla nella sfera della ricerca, del sostegno alla creatività e alla produzione culturale. Si tratta di capire se la stretta in cui siamo può essere occasione di nuove opportunità, di nuove sinergie tra pubblico e privato, di nuove piste che sappiano animare lo spazio pubblico dell’area metropolitana e, perché no, di un qualche rinnovamento generazionale.
A seguito dei tagli del governo anche la Provincia ha dovuto scegliere e decidere le priorità. Tra queste, il sostegno alla scena contemporanea indipendente, definendo così, per somma sintesi, quel teatro che non ha accesso al FUS. La Provincia di Roma ormai da tre anni investe su questo strategico spazio della vita culturale italiana, non solo realizzando al Palladium, in collaborazione con Romaeuropa e Triangolo Scaleno, “Teatri di Vetro”, una vetrina del teatro indipendente, ma sostenendo anche alcune produzioni (ZTL-pro – Zone Teatrali Libere). Da queste produzioni sono emerse compagnie che adesso girano i teatri d’Europa. Ecco due irrinunciabili modalità virtuose per investire soldi pubblici: sostenere le produzioni indipendenti e innovative, e offrire loro qualificate opportunità di visibilità e di affermazione.
Altra concreta azione sono gli “interventi di sistema”. Con “La Provincia va in scena”, un progetto che ottimizza – attraverso la collaborazione con l’ATCL (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio) – il rapporto tra istituzioni e circuito teatrale, il grande teatro arriva anche in paesi di 1300 abitanti. Oggi siamo impegnati a rilanciare i cosiddetti teatri di cintura: con Comune e Regione abbiamo trovato un accordo per Tor Bella Monaca, Quarticciolo e Lido, da affidare al Teatro di Roma. Mi chiedo: non spetta alla responsabilità delle istituzioni, e alle loro risorse, alle risorse pubbliche, compensare in questo modo a quelle che, in una pura logica di mercato, forse non sarebbero altro che diseconomie?
Queste politiche, e qui non convince il manicheismo di Baricco, non sono alternative alla necessità di investire nella scuola e di qualificare la televisione pubblica, anzi: sono parte di un impegno più ampio a sostegno di una rete umana e civile che dà qualità non solo alla nostra cultura, ma anche alla nostra società e al nostro dire e fare democrazia.

(Corriere della sera – Roma , 8 marzo 2009)

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