La libertà, la responsabilità e il testamento biologico

Quando si discute e si legifera su questioni delicate come il testamento biologico o la procreazione assistita bisognerebbe avere consapevolezza di qual’è la posta in gioco, per tutti. Anche per chi non farà mai esperienza diretta di tali realtà.
A ben guardare il filo che lega questi delicatissimi ambiti è l’irrompere dell’artificio, prodotto dalle innovazioni scientifiche, in tante scelte che riguardano il corpo in momenti delicatissimi e essenziali della nostra vita, come la nascita, la possibilità di avere figli, e infine la morte, nostra o dei nostri cari, amici o parenti. Lo scenario tecnologico rimette in discussione queste esperienze, le modifica, amplifica le possibilità di scelta, ma anche quelle di controllo. Diventa dunque l’occasione per ridefinire il ruolo del diritto nel mondo contemporaneo. Il rischio è che si arrivi a regolamentare gli ambiti più intimi della vita degli uomini e delle donne e che lo si faccia, almeno nel nostro paese, per restringere gli spazi di autodeterminazione dei singoli. Lo stato da noi si arroga il diritto di essere l’unico capace di tutelare la Vita, con la “V” maiuscola, che improvvisamente sembra non essere più alla nostra portata, noi, semplici viventi saremmo incapaci di coglierne il senso più profondo. Così il nostro stesso corpo pare non appartenerci più, messo sotto tutela statale, per conto dell’unica morale possibile, quella che la legge decide per noi.

E’ facile capire come sia in gioco la qualità del vivere comune, per questo è necessario non lasciare tali temi nell’ipocrisia del silenzio, quello che non vuole fare i conti con ciò che avviene in tanti ospedali e fa già parte della vita delle persone. Al contrario una discussione serena sulla vita reale e concreta permetterebbe di metabolizzare insieme i cambiamenti profondi determinati dalle innovazioni scientifiche, il modo in cui è cambiato il confine tra la vita e la morte, tra il concepimento e la nascita.

Il pensiero delle donne, a partire dall’elaborazione sull’aborto ha messo a tema queste trasformazioni e ha visto il rischio di una riduzione del corpo a pura materia, a luogo pubblico da regolamentare ( Barbara Duden). Operazione di segno contrario da quella fatta dal femminismo, che ha parlato di soggetto incarnato, mettendo in crisi l’idea individualistica di libertà. Una tale concezione del soggetto chiama in causa le relazioni e la responsabilità, mette in discussione l’individuo proprietario del corpo, sottolinea che si nasce e si muore all’interno di una trama di relazioni. La responsabilità della scelta che le donne si assumono quando si tratta di decidere di interrompere o meno una gravidanza è forte di questa esperienza femminile della corporeità.

Proprio perché il conflitto sul controllo del corpo femminile è storia lunga, l’elaborazione femminista fornisce utili chiavi di lettura dei conflitti odierni su testamento biologico e procreazione assistita, sul ruolo della legge e quindi della politica. In entrambi i casi si tratta di norme che più che consentire vietano. Per il testamento biologico, dopo l’orribile testo approvato al Senato, c’è solo da sperare in una pausa di riflessione, per la legge 40, la sentenza della Corte costituzionale che ha cancellato il limite dei tre embrioni potrebbe aprire qualche spazio di cambiamento e di applicazione più mite.

Va sgombrato il campo da un equivoco, che non ci siano norme a tutela delle persone. In realtà i principi costituzionali ci consentono di custodire l’autonomia della persona. Questa costituzionalizzazione della persona è il confine che nessuna norma dovrebbe violare. Questo significa lasciare soli uomini e donne di fronte alle scelte? Al contrario, sappiamo che la volontà  individuale non si esercita in un vuoto di relazioni. Lo spazio lasciato a tale volontà, sostenuta dal diritto, non è luogo di indifferenza e di assenza delle istituzioni, a partire dalla fondamentale relazione con il medico e con gli affetti più prossimi. Questo è il luogo che la politica dovrebbe riempire, con pratiche attente ai bisogni dei singoli, all’autonomia della persona, la cui responsabilità non può essere imposta dall’esterno. Quando la volontà non può essere espressa o non è stata chiaramente espressa, va affidata a chi quella persona ha amato e conosciuto, in relazione con il medico che si è preso cura di lei.

Si tratta di riconoscere il valore dei legami che attraversano la vita di ognuno di noi e tessono la trama della società in cui viviamo. Altrimenti davvero saremo tutti meno liberi e più soli.

(Cecilia D’Elia)

2 commenti

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2 risposte a “La libertà, la responsabilità e il testamento biologico

  1. Francesca

    E’ imbarazzante per una persona che, essendo laureata in filosofia (parlo di me, ovviamente) non si rende conto quotidianamente di una cosa ovvia che bene viene in luce con questa nota di Cecilia.
    Vale a dire che nell’eterno conflitto tra dimensione individuale e dimensione collettiva (in senso istituzionale e politico, forse meglio dimensione statuale) esiste lo spazio delle relazioni che è il tessuto della ragionevolezza del diritto. Un po’ anglosassone come approccio, ma molto sensato.

  2. La voglia di regolamentazione che la nostra società vive, sia in senso autoritario che non, è il tragico segno di una civiltà, la nostra, che da tempo ha abdicato a formare cittadini. Cittadini in senso compiuto, uomini e donne cioè consci e consapevoli dei propri diritti, dei propri doveri, del valore della vita come della morte, del valore della libertà individuale e collettiva, del valore degli affetti e dei legami; cioè di tutto ciò che rende la vita sociale e individuale ricca e degna di essere vissuta. In questo vuoto di coscienze, personali e collettive, si inserisce la stupidità e l’autorità fatta governo, con le sue disumane e fondamentaliste regole imposte.
    La responsabilità di questa situazione è anch’essa collettiva e personale. Collettiva laddove le figure del governo della struttura sociale, ad ogni livello, per convenienza e superficialità hanno rinunciato a lottare per la crescita culturale dei cittadini.
    Personale laddove ognuno di noi – meno male anche in misura diversa tra le persone – ha rinunciato a discutere di se e a accrescere la propria consapevolezza di essere umano.

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