Da Maurizio Sacconi alla famiglia Reichlin

goz44Sacconi e i salotti borghesi: nemici della piccola impresa. Così titola il Corriere della Sera di oggi in un articolo a pagina 12 a firma Dario Di Vico, che sintetizza con maestria il Maurizio Sacconi pensiero. Sacconi è della razza più ideologica delle diverse anime del governo, quella degli ex-socialisti (come Brunetta e Tremonti). L’uno-due, dopo i dati del Sole24ore riportati nel post qui sotto (nei quali si evidenzia ancora una volta il distacco tra lavoro dipendente e centrosinistra) è terribile, a cominciare dal sottotitolo: “Berlusconi ha risvegliato il popolo, la sinistra copi il Pci e torni a farlo”. Il centrosinistra è ridotto così male che a destra non c’è nemmeno bisogno di essere più anti-comunisti. Qui di seguito alcun stralci (lunghi ma meritevoli) dell’articolo:

– «Berlusconi e il centrodestra hanno risvegliato il popolo e se ne sono giovati in termini elettorali, ma auspico—dice Sacconi— che anche la sinistra torni a praticare una visione nazional-popolare della politica, come il vecchio Pci. (Se non è un endorsement a Bersani, poco ci manca; ndr)». Perché se la lotta politica diventa dialettica tra forze autenticamente popolari «il futuro del Paese sarà più solido e non più condizionato dagli opportunismi della borghesia elitaria».

– Sacconi sostiene di aver detto queste cose sia ai convegni degli imprenditori veneti e lombardi sia a quelli della Lega Coop e di aver constatato in entrambi i casi reazioni più che positive. Che volto ha questa borghesia e quali sono le figure che esprime? Sacconi dice di non amare le dietrologie e quindi «di non riferirsi a una loggia o a una cupola», bensì «a quei salotti che nella Prima Repubblica avevano come espressione politica il Pri e che successivamente sono riusciti ad affascinare una sinistra inibita dalla crisi del comunismo» rubandole l’anima. Questa borghesia ha acquistato peso negli Anni 90 con i governi tecnici anche se il ministro considera Carlo Azeglio Ciampi «la figura meno tipica di quegli ambienti».

– Pensa anche a coloro che tennero a battesimo l’esperienza di Alleanza Democratica e al ricco parterre dell’indipendentismo di sinistra. Racconta Sacconi: «Dall’87 al ’92 grazie alle deleghe concessemi da Amato e Carli mi sono occupato di regolazione dei mercati finanziari. Difesi la banca universale e sconfiggemmo quegli intellettuali borghesi che volevano separare l’investment banking dal credito commerciale. Erano i Cavazzuti, i Visco e gli Spaventa che ci volevano far fare l’errore che ha inguaiato i Paesi anglosassoni e che noi fortunatamente abbiamo evitato».


– Sacconi non riconosce alle élite dell’economia nemmeno la preveggente scelta pro-euro. «La moneta unica la dobbiamo ad Andreotti e De Michelis, rappresentanti politici di forze autenticamente popolari. E ne parlo con cognizione di causa, c’ero in quanto sottosegretario di Guido Carli. Piuttosto i guai sono arrivati quando si è entrati nell’Unione monetaria solo comprimendo i costi e i salari e non sostenendo invece la produttività del lavoro e la competitività»

– Per il ministro, infatti, la vera internazionalizzazione la si trova nel coraggio del popolo degli imprenditori e dei loro operai e tecnici che prendono la valigetta e partono. «Conoscono più loro il mondo che i nostri intellettuali. In Cina ci vanno senza bisogno di leggere i sermoni dei grilli parlanti il cui cosmopolitismo inizia e finisce a Londra, nella City».

-Dopo questa requisitoria anti-establishment un dubbio però resta: non è che nasce tutto dalla preoccupazione del Pdl di contrastare efficacemente l’egemonia e l’avanzata leghista a Nord? «No — risponde Sacconi —. La competizione tra Lega e Pdl si muove già in un solco popolare condiviso. Anzi, la vera concorrenza si svolgerà sulla maggiore capacità di raccogliere il consenso dei settori popolari delusi dal Pd».

Sacconi non ha pietà: in un colpo distrugge vent’anni di sinistra post-comunista e l’elite parassitaria e presuntamente cosmopolita del nostro capitalismo, unite in un matrimonio contronatura che avrebbe tolto sanguigna vitalità popolare al centro-sinistra, condannandolo alla sconfitta. Ma la cosa più perfida va imputata non a Sacconi ma la Corriere, che a piè di pagina pubblica un articolo dal titolo “I tre Reichlin, dal Partito comunista all’alta finanza”: la storia dei figli di Alfredo (Pietro e Lucrezia), economisti fin troppo liberali divisi tra la Luiss e il Cda Unicredit, nel quale da poco è entrata Lucrezia. Corriere senza cuore..

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