L’Italia dell’imperatore Berlusconi

Il presidente del Consiglio cita sondaggi (mai pubblicati) in cui ha consensi bulgari. Quelli veri, come l’indagine Sole 24ore-IPSOS, dicono che la sua coalizione potrebbe andare oltre il 50%: avere quindi la maggioranza al di là di qualsiasi legge elettorale. Certo, il referendum del 21 giugno lo metterebbe al sicuro da ogni rischio: perchè a quel punto non sciogliere le camere e governare da solo grazie alla nuova legge elettorale?

Secondo il sondaggio del Sole 24 ore, la sua coalizione sfonderebbe anche tra gli operai e i lavoratori esecutivi arrivando quasi al 60%. Un dato su cui il centrosinistra potrebbe riflettere. La destra è più brava a radicarsi nei luoghi, sostiene Ilvo Diamanti, ma forse i luoghi del Pdl sono soprattutto la Tv e i centri commerciali, con i valori e la scansione delle vite quotidiane che trasmettono.

Il quotidiano inglese Guardian fa un’analisi piuttosto approfondita di quello che sta diventando questo Paese: una “democrazia illiberale” sul modello di quelle dei migliori amici del premier e cioè Russia, Kazakhstan e Turchia. Questo avviene senza che le regole siano state cambiate, sono mutate invece 3 cose:

– la compatezza (anche ideologica aggiungiamo noi) della maggioranza di governo, senza più l’impiccio dell’asse UDC-AN

– lo sfarinamento dell’opposizione che sembra essersi abituata al dominio di Berlusconi

– la falcidia di corpi intermedi, quelli che in passato avevano ostacolato l’imperatore: sindacati, magistratura, giornalismo d’inchiesta, associazionismo solo per fare degli esempi

Uno dei risultati possibili non è un regime dittatoriale ma una cosa molto più semplice e più “fattibile”: un Paese a partito dominante come il Messico di qualche anno fa o la Russia di oggi. Dove l’oppozione esiste, ma è ininfluente; la libertà di stampa non viene abolita, ma svuotata nella prassi perchè chi la usa perde il posto o la pubblicità; i contrappesi alla volontà del capo sono smontati e sviliti ad uno ad uno.

Siamo sicuri che non si possa fare niente?

4 commenti

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4 risposte a “L’Italia dell’imperatore Berlusconi

  1. Il voto della classe operaia si è perso già da 20 anni (http://internazionale.it/home/primopiano.php?id=22350), non è una novità. Meglio, la classe operaia non vota per un solo partito da ormai 20 anni. Un po’ come i cattolici che non hanno più 1 solo partito di riferimento. La verità è che religione e contratto non sono più ideologie politiche forti. Appena la sinistra italiana entrerà nel XXI secolo stappo una bella bottiglia. Nel frattempo faremo il tifo per la moglie dell’imperatore o i giullari di corte che gli fanno le smorfie.

  2. Qui non si parla di classe operaia nel senso che questa parola aveva fino a 30 anni fa. Se leggi i rapporti ITANES vedrai che esiste una buona metà dei lavoratori italiani che fa lavori esecutivi, manuali, seriali: non più solo nell’industria ma anche nei servizi. E’ tra quei lavoratori (la cassiera del centro commerciale, quello che porta le pizze, l’operatore di call center solo per fare alcuni esempi) che la sinistra ha perso pezzi negli ultimi 3 anni – cioè dal 2006 al 2009. E’ anche lì che Obama ha fatto la sua fortuna elettorale.

  3. Concordo Mattia. Anche sul fatto che si puo’ fare moltissimo imparando da Obama…

  4. concordo anche io! La mia esperienza lavorativa mi fa arrivare però ad una conclusione che sorprende anche me. La sinistra dovrebbe rompere con il sindacato confederale di oggi e/o costringerlo a cambiare.
    La mia generazione, quella dei trentenni, quando è entrata nel mondo del lavoro ha dovuto sacrificarsi per garantire diritti acquisiti dai lavoratori più anziani. Anzi si è arrivato a sacrificare diritti acquisiti dai contratti dei neo assunti per tutelare quelli dei vecchi. Non può esistere una riforma che riduce la pensione dei neo assunti al 50-60% dell’ultimo stipendio e non si toccano le pensioni di baby. Non sorprende che siano molto pochi gli iscritti al sindacato tra gli under40. E non sorprende che quegli stessi lavoratori votano a sinistra solo se sono nel settore pubblico. E’ voto di “interesse” se non di scambio vero e proprio. Laddove quel voto è più raro non si sceglie la sinistra perché è la parte politica vicina al sindacato. In molte imprese il sindacato non entra non solo per resistenze del datore di lavoro, ma anche per quella dei dipendenti. Finché la sinistra tutelerà questa impostazione prenderà i voti nell’area dei lavori postmoderni, precari, dei giovani, della piccola media impresa.
    Questo discorso era quello da fare dopo la sconfitta elettorale del PD, invece ancora oggi i Bersani e i D’Alema pensano che tutto si risolva alleandosi con Casini, Vendola e magari Ferrero.

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