Perché astenersi al referendum del 21 giugno

Di discussioni sulle riforme elettorali non se ne può più. Chi si scrive non è un vero giovane, poiché ha cominciato il proprio impegno civile nell’ormai lontano 1991, 18 anni fa: in tanti distribuivamo volantini a favore dell’abrogazione del sistema delle preferenze multiple. Ci era stato insegnato, giustamente, che grazie a quel metodo si favoriva il voto di scambio.
Quella battaglia fu vinta. Oggi, ancora una volta, le sorti del paese sembrano passare da un referendum che ha a che fare con la legge elettorale, ma non è così. Siamo chiamati a votare per cambiare una legge brutta – il Porcellum di Calderoli – allo scopo di introdurre un sistema di voto ancora peggiore, che permetterebbe alla lista più votata di ottenere il 55% dei seggi, anche con un misero 25%. Per descrivere l’insensatezza di una proposta del genere utilizzo le parole di un ricercatore romano, Mattia Toaldo: “la legge Acerbo, utilizzata nelle elezioni del 1924 vinte dai fascisti, stabiliva che il partito che poi si sarebbe aggiudicato la maggioranza dei seggi avesse almeno il 25% dei voti. La legge che uscirà dal referendum non ha neanche questa soglia (…). Rischiare di darla al partito di un uomo solo, che nel frattempo controlla la gran parte del sistema mediatico, è una cosa quantomeno imprudente”. Lo ha scritto anche Giovanni Sartori, che infatti invita ad astenersi.
All’Italia calzerebbe benissimo un sistema elettorale con una quota di sbarramento e una correzione maggioritaria che permetta la sopravvivenza di alcuni partiti e la stabilità dei governi (visto che la nostra Costituzione afferma il principio dell’eguaglianza delle espressioni di voto); in Spagna se la cavano con un trucco che ha a che fare con la grandezza dei collegi elettorali. Quello che andrebbe cancellato è il modello “cavallo di Caligola”, ovvero la designazione dall’alto degli eletti dentro liste bloccate.
Il ricatto dei piccoli partiti – i Mastella – è già stato sostituito da quello dei notabili (pensate alla crisi della Regione Sicilia), i quali convivono sotto lo stesso tetto di partiti sostanzialmente destrutturati. Bisogna smetterla di credere che i vizi della politica siano risolvibili grazie a una legge elettorale. E’ una scorciatoia che mostra il fiato corto della politica, che invece dovrebbe occuparsi delle nostre vite: il costo dell’affitto, la discontinuità del salario, i diritti civili, le prospettive di sviluppo, la vivibilità delle città. Per farlo servono dei partiti: che devono tornare a faticare per essere presenti nei quartieri e avere un’identità. I politologi lo chiamano “party on the ground”, ed è divenuto di gran moda nell’America di Obama: trovate voi la formula che vi piace.

(Mattia Diletti, su  “l’Unità” del 1 giugno 2009)

Lascia un commento

Archiviato in Uncategorized

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...