L’anno zero dell’Europa

Mentre continuano ad arrivare i dati delle amministrative è utile fermarsi un attimo a capire cosa è successo nel nostro continente tra giovedì e domenica. Una valanga populista e a volte xenophoba ma anche la fine delle famiglie politiche del novecento. Ecco perchè bisogna lavorare pensando oltre quelle categorie. Martino Mazzonis, in un articolo che appare oggi su Liberazione, ci spiega perchè. Ecco il testo dell’articolo.

A guardare l’evoluzione della composizione dell’aula di Strasburgo, le famiglie politiche del ’900 sembrano essere passate per un frullatore. Che le ha rimescolate, frantumate, cambiate. Destre, centri e sinistre non hanno più gli stessi nomi, vanno abbandonando le loro tradizioni e, per ora, non se ne danno di altrettanto chiare e definite. Gli stessi gruppi, al loro interno, sono patchwork di partiti nazionali che si sovrappongono su alcune questioni ad altri contigui. L’Ukip britannico, ad esempio, è terribilmente anti-europeista, come molti degli estremisti di destra eletti a Strasburgo, ma non è razzista. Altri partiti più tradizionalmente moderati, a casa loro tendono invece a cavalcare la paura per gli immigrati. Ma guai ad accusarli di anti-europeismo.
Il primo voto europeo, quello del 1979 ci regalava una foto che avrebbe potuto benissimo essere stata scattata con pellicole in bianco e nero: i gruppi erano i popolari, i socialisti, i comunisti e poi tre gruppi variamente liberali e democratici più o meno progressisti. Non solo, ciascuno di questi gruppi era a suo modo omogeneo.
Cinque anni dopo la caduta del Muro e a quindici dal primo voto europeo, nel 1994, tutto cominciava a cambiare. Erano comparsi i Verdi, mentre Popolari e Socialisti sembravano essere diventati il centro del mondo e assieme facevano più del 60 per cento dei deputati. L’asse franco-tedesco che aveva costruito l’impalcatura di Maastricht viene premiato e i partiti che hanno vinto la Guerra fredda sono forti e in sintonia tra loro. Strane forze come quella italiana che da nome al gruppo di Forza Europa, se ne stanno per conto loro. Il gruppo comunista non si chiama più così ed è passato dal 10,7 a meno del 5. Tre anni dopo Tony Blair prenderà la guida del Labour party e gli cambierà la pelle, mentre Berlusconi e la Lega cambiano le coordinate della politica italiana. I Paesi dell’Est europeo sono ancora lontani e fenomeni come il British National Party britannico somigliano ancora a bande giovanili. Non sono tempi per l’euroscetticismo e il nazionalismo quelli: l’Europa delle nazioni ha il 3,3% degli eletti.
Nel Parlamento eletto ieri i nazionalisiti di estrema destra sono il 5,6% – nel frattempo però i deputati di An hanno cambiato gruppo. Ci sono i parlamentari eletti nel gruppo “indipendenza e democrazia” che sono gli euroscettici non xenofobi. Conservatori nazionalisti, potremmo chiamarli. Nel gruppo misto, poi, finiranno quegli eletti così impresentabili da far sconsigliare a chiunque di  metterseli a sedere accanto. Gli ungheresi antisemiti di Jobbik, ad esempio.
Ma è nelle famiglie tradizionali dove è successo di tutto. Il New Labour si schianta e comunque non ha più nulla a che vedere con i laburisti del ’900. I conservatori britannici vanno bene dopo aver fatto fuori la vecchia guardia e aver scelto un albero come simbolo. I socialisti francesi non sanno più chi sono dalla batosta presa da Jospin contro Chirac e Le Pen nel  2002, mentre il progetto verde-radicaleggiante di Daniel Cohn Bendìt sembra parlare solo ai transalpini. Nel complesso i Verdi europei mantengono i loro seggi nonostante l’allargamento dell’Ue e la debolezza in quello che fu il Patto di Varsavia. Ottengono insomma un buon successo. I socialisti, oltre ai colpi ricevuti in Francia e Gran Bretagna, vivacchiano malino nel resto dell’Europa continentale.
Il gruppo popolare e quello socialista si confermano i più grandi. A parti invertite rispetto al 1994 e con i popolari che superano il 36 per cento. Nel frattempo hanno imbarcato la Pdl, ovvero un partito populista formato dalla somma di un soggetto senza una chiara identità e da uno post-fascista. Se il partito socialista non ha più una sua faccia da tempo, il nuovo Partito popolare sta mutando rapidamente e non somiglia in nulla a quello ingessato e rassicurante di un De Gasperi o di un Helmut Khol. Oltre alla novità Pdl ci sono infatti gli ungheresi di Fidesz, che trionfano a casa loro e sono molto meno liberali di quando il partito è nato. Oppure c’è un Ump francese più centrata che mai sulla figura del leader, che riprende i toni populisti del gaullismo. Dai popolari dovrebbero uscire, al momento dell’insediamento del nuovo Parlamento, i Tories, allo stesso tempo più a destra e più a sinistra di molti del Ppe.
Dopo i No referendari ai Trattati europei, ad uscire sconfitto in maniera definitiva sembra quel progetto di Europa cresciuto dalle briciole del Muro di Berlino che ha preso forma nei parametri di Maastricht e nell’euro. I socialisti sono allo sbando, i popolari non hanno più la sobrietà europeista di un tempo e i liberali – che pure crescono – non pesano. Sarà difficile trovare una nuova coerenza dell’idea di Europa e riformare in senso positivo e le istituzioni di Bruxelles in un continente dove le famiglie politiche si moltiplicano e le forze xenofobe o nazionaliste avanzano tanto. Del resto, il Cavaliere, che in casa governa con una maggioranza di destra-centro con un partito razzista, ha ripetuto più volte che l’Ue appare come il luogo dei lacciuoli.
Una buona notizia è la conferma della forza del Gue, nonostante la scomparsa dei deputati italiani dall’emiciclo di Strasburgo. Anche qua rispetto al ’79 siamo lontani. Due partiti francesi registrano un buon risultato. Due partiti che stavolta non si presentavano nella loro forma tradizionale: non il Pcf, alleato con la scissione dei socialisti, non Lcr, che ha dato forma a un Partito anticapitalista. Fa bene la Linke tedesca, che ormai esiste anche a ovest, cala la sinistra svedese, che paga il successo dei Pirati. Ma anche nel caso di quello che nel ’79 era il gruppo comunista, a registrare un successo con lo stesso nome ci sono solo (o quasi) i greci del Kke.

3 commenti

Archiviato in Uncategorized

3 risposte a “L’anno zero dell’Europa

  1. Marcello

    Questa frammentazione politica nelle istituzioni europee arriva proprio quando l’espansione della comunità, è ad un passo dall’essere compiuta in modo esauriente, con l’annessione della Turchia e dei paesi ex-Balcani. L’Unione europea così completata sarebbe un soggetto determinante sella scena globale, finalmente in grado di influenzare la scena politica ed economica internazionale. Evidentemente però in questo momento i cittadini e i leader europei non sembrano credere in questo progetto a sufficienza.

  2. Pingback: rassegna | Stefano Minguzzi

  3. alessandro

    Che dire di questo parlamento? A me sembra il peggiore dal ’79. Il crollo socialista fa piuttosto impressione, poco più di 150 deputati e liste al di sotto del 20% in gran parte dei paesi. Io da europeo sono intristito, questo parlamento e questi risultati sono lo specchio del nanismo della classe politica europea e del ripiegamento della società europea

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...