Che città aveva in mente la sinistra

I ballottaggi si sono chiusi lo scorso fine settimana. Al di là delle valutazioni che si possono fare c’è già un fatto: l’egemonia del centrosinistra sugli enti locali non c’è più. Grazie a Sandra Annunziata, che fa ricerca a Roma 3 proprio nel campo degli studi urbani, cominciamo a fare un bilancio della stagione del centrosinistra a livello locale e soprattutto nella Capitale.

Alcuni giorni fa, in una piccola aula del Dipartimento di sociologia della Sapienza, si è discusso di alcuni interventi critici a proposito del governo del territorio e della città di Roma, tutti prodotti negli ultimi decenni. Dalla giunta Argan, per intenderci. Quella discussione di qualche tempo fa è un punto di partenza per riflettere sul rapporto tra politica e città.
Si tratta dei testi di Walter Tocci e Italo Insolera, “Avanti c’è posto”; di Paolo Berdini “La città in vendita”; di Massimo Ilardi ed Enzo Scandurra, “Ricominciamo dalle periferie. Perché la sinistra ha perso Roma”; Sonia Masiello, “Roma PeriSferica”; Franco Ferrarotti e Maria I. Maciotti, “Periferie”.
Il nodo attorno al quale ha ruotato il ragionamento è il rapporto tra trasformazioni della città e beni comuni, nella loro più ampia declinazione possibile: socialità, spazi, trasporti, cultura, la materia prima dell’idea di socialità che da sempre ha ispirato la sinistra. In altre parole, quale città ha voluto/vuole la sinistra?
Domanda inevitabile quando osserviamo attorno al raccordo insediamenti come Bufalotta, Ponte di Nona (nuovo quartiere Caltagirone), Acilia e altre simili realtà. Come mai simili brutture? E’ colpa degli urbanisti? Proviamo a pensarci un attimo.
In breve, per chi non è del mestiere, l’urbanistica nasce per correggere gli errori del mercato (alle volte troppo vorace per colpa della rendita fondiaria e nella massimizzazione del profitto), per salvaguardare i beni e gli interessi collettivi delle popolazioni che decidono di utilizzare (al meglio) le risorse che il territorio offre loro. Con questa missione si è cercato, nella storia, di dare forma organica alla città, una forma che poi ha assunto sempre nuove manifestazioni delle quali discuteremo  un’altra volta. Per il momento, da buona vecchia nostalgica, vorrei sottolineare che l’urbanistica nasce in chiave ridistributiva. Infatti per l’urbanistica  la città è composta, tra le altre cose, da beni non mercificabili e collettivi – che pagano e usano tutti, come i trasporti e le scuole – ma è anche la sede in cui si dovrebbe poter godere di tutti i più elementari diritti di cittadinanza, tra i quali l’alloggio, la mobilità e quant’altro sia necessario a un individuo.
Questa bella favola dell’urbanistica riformista e ridistributiva vede l’apice, in Italia, nella stagione della costruzione delle case popolari (IACP e fondi Gescal prima e Legge 167 poi). Ma anche nella stagione del disegno dei piani regolatori delle principali città italiane. Piani costruiti per legge ma anche con forti accenti ideologici, ma mai veramente rispettati: lo strapotere della rendita fondiaria ha sempre avuto la meglio sulle norme. Oggi la favola redistributiva si è rotta definitivamente. Se della prima periferia (sebbene criticabile) ci rimane una quota considerevole di alloggi pubblici che il modo intero ci invidia, della nuova periferia niente ci appartiene, ma siamo tutti noi a pagarne le esternalità negative.
Mi spiego meglio. Il piano regolatore non prevedeva tutta la cubatura che è stata realizzata a Roma negli ultimi anni. I nuovi insediamenti sono stati realizzati mediante accordi di programma: un tavolo di concertazione attorno  al quale si siedono politici, costruttori e proprietari delle aree. Il vantaggio che la collettività trae da queste operazioni è poco chiaro, se non nullo. Quello che ci dà questa urbanistica contrattuale nei confronti di quello che guadagnano il proprietario prima e il costruttore poi è una cifra irrisoria, come se i registri contabili appartenessero a mondi differenti.
Lo scollamento tra capitali finanziari e territorio, in termini di vantaggi per la collettività, è un fatto senza precedenti che andrebbe valutato a fondo. Il risultato è stato a tutti gli effetti una bulimia nei confronti del suolo urbano, sommato all’ incapacità di servire la nuova edificazione con mezzi pubblici adeguati.
Oltre a non essere poco chiari sul piano redistributivo, questi nuovi insediamenti rappresentano un carico urbanistico enorme per le infrastrutture e i servizi della città, ossia si comportano in modo parassitario rispetto alla città che già c’era.  Come se nel “far di conto” l’amministrazione Veltroni non avesse compreso il ruolo dei costi indiretti che la collettività e gli abitanti avrebbero pagato in termini di inaccessibilità e, appunto, carico urbanistico.
Inoltre sembra che non turbi nessuno l’idea che per abitare una città ed esservi cittadini sia sufficiente avere una casa e recarsi al centro commerciale. Nessuna affiliazione sociale in questi contesti, per il momento. Tutto questo a fronte di una crescita quasi nulla della popolazione, con un ingente numero di abitazioni di proprietà chiuse o da ristrutturare e aree immense da riqualificare, che però non appartengono ai privati.
E’ colpa dell’urbanistica, dunque? Di un’urbanistica neoliberale, magari lo fosse davvero. La colpa è da ricercare nel regime semimonopolistico di sfruttamento dei suoli (se guardiamo ai grandi nomi dell’industria delle costruzioni sono sempre gli stessi) e di una concertazione debole. Mi sentirei di dire che l’urbanistica in questi processi non solo non è responsabile, ma non è nemmeno contemplata. L’urbanistica è una tecnica, un sapere disciplinare che si conclude in un messaggio politico: un meccanismo di inclusione ed esclusione, di accesso alla rendita derivante dall’uso dei suoli che necessita di una presa di responsabilità forte.
La città che abbiamo sotto i nostri occhi e che vedremo edificata nei prossimi anni è la città che il centro-sinistra ha voluto. L’unica rappresentazione altra rispetto a questo modello è quella promossi dai movimenti di lotta per la casa ai quali vanno, inevitabilmente, riconosciuti gli ultimi echi riformatori del disciplinamento della rendita immobiliare.
Alla norma deve corrispondere la fermezza di una volontà politica. Questo è tutto. Per provare a dare contenuto a questa missione la città dovrebbe essere disciplinata come un bene comune ,non essere considerato un bene di mercato, vendibile. E in questo senso Paolo Berdini ha ragione. Destra e sinistra indifferentemente hanno venduto la città, aggiungerei, senza interrogarsi sulla possibilità di inventare nuove e sofisticate ingegnerie gestionali (anche private, perché no) che potessero far fruttare i beni pubblici al giusto prezzo. Se solo la sinistra lo avesse detto!
E se rileggiamo tutto questo con la lente dei più elementari diritti di cittadinanza abbiamo abbastanza materiale da cui ripartire; se solo la sinistra si riappropriasse di una rappresentazione convincente della città, avremmo dato contenuto ad un programma elettorale.

(Sandra Annunziata)

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