Ru486, finalmente.

Finalmente anche in Italia sarà possibile abortire utilizzando la pillola ru486. L’Agenzia Italia del farmaco, con una votazione a maggioranza, ha dato la sua valutazione tecnica, autorizzando l’immissione in commercio della pillola. Si conclude, speriamo, una vicenda durata ormai venti anni, a causa dell’opposizione di un fronte antiabortista che ha sempre accusato la ru486 di essere pericolosa, di banalizzare l’aborto e di aggirare le norme della 194. Argomenti fatti propri, in questi giorni, dalla sottosegreteria al welfare Eugenia Roccella, che ancora non si arrende alla decisione dell’Aifa, nonostante in Italia la pillola potrà essere somministrata entro la settima settimana di gravidanza (il protocollo europeo prevede la nona) e avrà un impiego esclusivamente ospedaliero e non domiciliare.
Ben altre convinzioni aveva la sottosegretaria socialista Elena Marinucci, che nel lontano 1989, un anno dopo la commercializzazione in Francia, aveva provato ad introdurre la pillola in Italia. L’alzata di scudi del fronte cattolico e di tanti uomini laici, preoccupati dal “prezzemolo tecnologico” era stata tale da convincere nel 1991 la casa farmaceutica francese Roussel-Uclaf a rinunciare alla sua commercializzazione nel nostro paese. Le argomentazioni dei contrari furono furiose: si esplicitò, in quella occasione, il timore di vedere l’aborto sottratto al controllo dei medici; si arrivò a sostenere che l’aborto non sarebbe più stato un dramma se praticato senza dolore. Echi di questa opposizione li ritroviamo ancora oggi, nella posizione delle gerarchie ecclesiastiche, così come nelle parole del primario del Policlinico Gemelli di Roma, Antonio Lanzone, che teme un possibile incremento degli aborti, di fronte al fatto che l’interruzione di gravidanza possa essere facilitata dalla pillola (Repubblica, 30.07.09).
C’è poco da dire, dobbiamo ringraziare la costanza con cui la Regione Piemonte, l’ospedale Sant’Anna di Torino, il dottor Silvio Viale, hanno sin dal 2002 chiesto di poterla sperimentare. Sperimentazione che è potuta partire solo nel 2005, che ha poi coinvolto Liguria, Toscana, Emilia Romagna e, dal 2006, la Puglia. Una scelta dettata dal buonsenso e dall’idea che la medicina, una volta che una donna ha scelto, deve aiutarla, cioè le deve offrire la possibilità di abortire nel modo meno invasivo e meno doloroso. Come ha sostenuto anche una giovane donna di destra come Giorgia Meloni.
Le piccole polemiche di oggi, sulla saggia decisione dell’Aifa, tradiscono ancora una volta un desiderio di controllo delle scelte procreative, della libertà e della responsabilità femminile: chi pensa che siano il dolore fisico e l’ospedalizzazione a rendere una donna consapevole della decisione abortiva, in realtà nega che ne sia capace per libera scelta. Spiace per loro, che ne sono ossessionati, ma da oggi questo paese è un po’ più civile.

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