Che fare in Afghanistan?

Ieri Roma si è fermata per i funerali dei soldati italiani uccisi in Afghanistan. Ancora una volta sono gli italiani del sud a pagare il prezzo più alto: qualcuno forse dovrebbe ricordarlo ai leghisti che ci sarà pure una sola Italia che lavora ma ce n’è un’altra che muore. Oggi (ma anche domani e dopodomani) dovremmo fermarci a riflettere e ad informarci sulla guerra in cui sono caduti quei ragazzi. Una guerra “bipartisan”, voluta e sostenuta sia dal centrodestra che dal grosso del centrosinistra. Una guerra in cui, prima dei nostri soldati, sono morti molti civili afgani, soprattutto per colpa dei talebani ma anche a causa dei raid aerei occidentali. Di cosa pensino gli abitanti di quel paese non abbiamo quasi mai notizia: vale la pena leggersi questo articolo di Lettera22. Bisogna poi capire come stanno andando le cose e cosa si può fare, perchè non è vero che l’alternativa è tra l’escalation militare ed un ritiro che lascerebbe l’Afghanistan in mano ai talebani.

Prima di tutto informarsi. America2008 dà alcuni spunti sui rapporti delle organizzazioni internazionali e sui brogli elettorali: perchè, non bisogna dimenticarselo, noi siamo lì anche a sostenere il governo Karzai che vuole rimanere al potere a tutti i costi. Guardate anche lo speciale di Limes e leggete questo altro articolo di Lettera22: al parlamento di Kabul (quello “democratico”, uno dei motivi del nostro intervento lì) si discute una proposta di legge liberticida e contro le donne che si differenzierebbe dalle politiche talebane solo per la relativa morbidezza delle punizioni inflitte. Non è così strano visto che parte dei soggetti afgani sostenuti dagli occidentali sono gli stessi islamici conservatori che combatterono i sovietici prima e i talebani poi.  Forse bisognerebbe sgombrare il campo da alcuni equivoci e ragionare in maniera realistica sulla guerra come fa questo articolo di Lucio Caracciolo che fa notare come l’Afghanistan sia diventato, per gran parte della classe politica italiana, una “guerra di Crimea” del Duemila, occasione per pesare di più al tavolo della trattativa internazionale. Oppure, aggiungiamo noi, l’ennesima cosa che si fa con un complesso di subalternità verso gli americani le cui scelte o si rifiutano o si accettano in base a posizioni pre-costituite. Ma di certo, non si possono discutere e cambiare mai. Invece non è così: come fa notare Raffaello Matarazzo su Affari Internazionali l’amministrazione Obama è in una fase di ridefinizione della sua strategia nel paese e sta resistendo alle pressioni dei militari che vorrebbero l’invio di 30-45mila soldati in più. Insomma, una nuova escalation. Noi, anche gli italiani pacifisti, qualcosa da dire ce l’avremmo. Leggetevi per esempio l’appello di Afgana che nel 2007 propose una strategia diversa basata su una missione Onu, il coinvolgimento della società civile afgana, un uso diverso dei campi di oppio e l’interazione con gli altri soggetti regionali. I morti afgani e quelli italiani si meritano un po’ della nostra intelligenza e capacità di analisi.

(Mattia Toaldo)

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