Quei poveracci dei precari italiani

L’Europa è sempre più ingiusta e l’Italia è uno dei paesi messi peggio. E dentro il nostro Paese quelli più a rischio sono, neanche a dirlo, i lavoratori precari. A parlare è la commissione europea, più precisamente la Direzione Occupazione, Affari Sociali e Pari Opportunità (si può scaricare il rapporto completo putroppo solo in inglese).

Secondo la Commissione, un quinto degli italiani è a rischio povertà, cioè guadagna 750 euro al mese. Peggio di noi stanno solo Romania, Bulgaria e Lettonia. Se si prendono in considerazione solo i minorenni, la percentuale sale al 25%.  L’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico dei 27 paesi dell’UE a non avere un programma organico per il reddito minimo garantito: ci sono state delle sperimentazioni tra il 1998 ed il 2001 (introdotte da Prodi ma cancellate da Berlusconi quindi) ma finora non esiste a livello nazionale la possibilità di ricevere un sostegno al reddito nel caso si sia poveri.

Il risultato è che, pur spendendo nel sociale più o meno quanto i nostri partner (poco più di un quinto della spesa pubblica), le nostre politiche sono più inefficaci: le misure di appoggio e sostegno a chi rischia di diventare povero hanno successo in un caso su due in Francia, mentre da noi falliscono in 4 casi su 5.

Si diffonde anche da noi il fenomeno dei cosiddetti “working poors” cioè quelli che, pur lavorando, non guadagnano abbastanza per vivere: sono il 10% come media nazionale che nasconde però il divario tra il 5% che si registra tra chi ha un contratto a tempo indeterminato (comunque sempre tanto se si pensa che si tratta di contratti teoricamente a vita) al 19% di chi ha contratti precari. Questo è un fenomeno anche europeo: anche nel resto del continente chi ha un contratto instabile rischia la povertà, ma “solo” nella misura del 13%.

Scrive la commissione: “Dal 2000, lo sviluppo del lavoro temporaneo, del part-time involontario e qualche volta i salari stagnanti hanno aumentato il numero di individui con bassi redditi annui. Questi trend hanno colpito particolarmente le donne e i giovani. Va anche notato che per parte dei lavoratori questi lavori non costituiscono una tappa verso una posizione migliore.” La Terza Via è stata anche questo: nonostante a volte programmi audaci di riforma del welfare non si è riusciti a combattere la disuguaglianza. E oggi molti affrontano la crisi con il conto a zero e senza alcun patrimonio.

Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel loro “Un nuovo contratto per tutti” (Chiarelettere, 2008) citano alcuni dati sconcertanti: in Italia solo il 10% delle famiglie dove tutti hanno un lavoro a tempo indeterminato è povero. La percentuale sale al 40% laddove invece tutti e due i coniugi siano precari. Ma di questo non sentirete parlare quando si parla di famiglia. E poi: solo il 12% della spesa sociale va al quinto più povero della popolazione, molto meno che nel resto d’Europa. Insomma, il nostro welfare serve le classi medio-alte.

La Regione Lazio è uno dei (pochi) soggetti istituzionali che hanno attivato in questi anni una sperimentazione di reddito minimo garantito, anche se pochi lo sanno. E’ un’integrazione che permette di raggiungere i 7mila euro annui, comunque sempre sotto la soglia di povertà ma è già qualcosa. Per ora possono chiederla solo coloro i quali hanno tra i 30 ed i 44 anni. Chissà se il centrosinistra avrà il coraggio di fare una campagna elettorale regionale sull’estensione di questo strumento.

(Mattia Toaldo)

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