Fare come a L’Aquila? Speriamo di no

Il Presidente del consiglio ha promesso a chi ha perso la casa in provincia di Messina che la riavrà prestissimo, come a L’Aquila. Una promessa che è quasi una minaccia. Se volete capire quanto è stata già oggi compromessa la libertà di informazione fatevi raccontare da qualcuno come vanno le cose in Abruzzo e poi confrontatele con quello che dicono Tg1,Tg2 e Tg delle reti Mediaset. Guardate infine ai sondaggi in cui la popolazione italiana approva con percentuali bulgare l’operato del governo sulla ricostruzione post-terremoto in Abruzzo.

Ecco un rapido sguardo alla realtà, con la promessa che continueremo ad occuparcene come già facemmo a maggio. (Molti dei dati che citeremo provengono da una mozione presentata dal deputato aquilano Giovanni Lolli e che si può leggere qui.)

Sono passati esattamente 6 mesi dal terremoto. E’ tempo perciò dei primi bilanci.

1. Il centro storico de L’Aquila è ancora off-limits, le macerie sono ancora in gran parte là, molte case non sono neanche puntellate mentre 1500 edifici storici rischiano di andare irrimediabilmente distrutti durante il rigido inverno aquilano. Il tempo lì si è fermato a pochi giorni dal terremoto, poi quasi più nulla. Se non riprende vita il centro storico e non si risolve il problema degli alloggi per gli studenti universitari l’economia della città morirà presto. Chiedetevi: quante volte l’ha detto il Tg1?

2. La ricostruzione, accentrata nelle mani del governo e della Protezione civile, non riuscirà a dare un tetto a tutti e costerà inutilmente di più. Come si evince dal rapporto degli urbanisti del “Comitatus Aquilanus” il terremoto è stato trasformato nel terreno di sperimentazione dell’idea berlusconiana delle new town: invece che cominciare a ricostruire da subito le case dove erano e come erano (ma antisismiche) mettendo nel frattempo la gente nei container si è deciso di costruire delle palazzine a 3 piani in località per lo più in mezzo alla campagna. E’ il cosiddetto progetto C.A.S.E (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), quello sì che si è visto sul Tg1. Ebbene queste case non sono “nè definitive nè provvisorie”. Sono dotate di tutti i comfort ma sono in mezzo al nulla e senza servizi attorno. La gente ci va per sorteggio e in questa maniera si distruggono i vecchi rapporti di vicinato come spiega l’urbanista Paolo Berdini.

3. Ci sono 8.600 famiglie la cui casa è stata completamente distrutta o è totalmente inagibile. A queste se ne aggiungono altre 10mila le cui abitazioni, tra autorizzazioni e lavori, non torneranno ad essere abitabili prima di un anno. Il piano C.A.S.E darà un tetto solo a 4mila famiglie, per altre mille si procederà con casette in legno mentre per tutte le altre restano solo due alternative: arrangiarsi oppure accomodarsi in alberghi a volte molto lontani da L’Aquila. Il risultato è che chi può si sta ristabilendo in altre città dell’Abruzzo o d’Italia. Per sempre.

4. Si penserà: in fase di ristrettezze economiche non si poteva fare di più. Sbagliato. Il piano del governo, secondo le stime del Comitatus Aquilanus, costa di più del dovuto senza dare una casa a tutti. Come abbiamo visto c’erano due alternative: mettere la gente temporaneamente nei container e cominciare a ricostruire subito le loro vere case (alternativa A) oppure fare il progetto C.A.S.E e non iniziare la ricostruzione vera e propria (alternativa B, come Berlusconi).  Ebbene, il piano A costa di meno e ridà prima la vecchia casa agli abitanti. Facendo i calcoli solo per il centro storico de L”Aquila, il piano A (quello usato in Umbria per intenderci) costerebbe 520 milioni.  Il piano B costa 870 milioni di euro se si sommano le C.A.S.E  – quelle che avete visto in tv – alla ricostruzione vera e propria che in gran parte deve ancora iniziare. Ma saranno calcoli dei soliti comunisti urbanistici.

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