Questo Paese è anche nostro

“Si può solo andar via da questo Paese che fa schifo”. Quante volte l’abbiamo detto? Quante volte l’abbiamo sentito dire? Forse quello che è successo ieri alla Consulta dovrebbe farci riflettere sull’opportunità di questo sentimento “anti-italiano”.  La narrazione che si è costruita dell’Italia, soprattutto negli ultimi 20 anni e soprattutto a sinistra, è stato uno dei motori del berlusconismo e della cattiva sinistra: l’Italia è un Paese strutturalmente di destra, propenso all’illegalità, pieno di voltagabbana che fanno solo i propri interessi e quindi destinato ad un lungo ed ignobile declino. All’estero sì che invece le cose funzionano e sono giuste, si dice, per poi aggiungere sull’Italia frasi che iniziano con “in nessun Paese al mondo…”.

Insomma, secondo questa narrazione non c’è speranza: o si va via oppure si rimane qui ma da “stranieri in patria”.

Peccato però che questa narrazione non corrisponda al vero.

Primo, non è vera l’immagine idilliaca che si da degli altri Paesi: provate a nascere in una banlieu di Parigi oppure ad ammallarvi senza avere una lira in tasca in America. O, sempre su quel paese, cercate di capire come le lobby della sanità possano letteralmente comprarsi le decisioni pubbliche su quel tema. Sono altri i Paesi da cui scappare, provate a chiederlo agli immigrati.

Secondo, l’Italia è stata anche il Paese dell’illegalità, dei voltagabbana, della destra populista e autoritaria. Ma non è stata solo questo. Se avete tempo leggetevi un bel libro: si chiama “Autobiografia di una nazione” e lo ha scritto Guido Crainz. Ci ricorda come la storia del nostro Paese sia anche altro e che questo altro non sia affatto secondario: le lotte contadine di fine ottocento, il movimento operaio e sindacale, le donne e gli uomini dell’antifascismo e della resistenza, quelli che hanno scritto la nostra costituzione, il movimento delle donne, la democrazia più partecipata d’Occidente, la chiusura dei manicomi, i movimenti per democratizzare la magistratura e la medicina. E poi: quelli che sono morti occupando le loro terre contro la mafia, quelli (centinaia!) che sono stati  uccisi dalla mafia perché lo Stato li aveva lasciati soli, i volontari, i pacifisti, i giornalisti uccisi in ogni posto dove c’era una guerra. Tutta gente che, nello stesso Paese dei voltagabbana e dei fascisti, ha dato se stesso in cambio solo della propria e altrui dignità. Sono morti nostri e sono processi storici che sono avvenuti in questo Paese rendendolo migliore di tanti altri sotto tanti aspetti. Non sono accaduti in Svezia, sono accaduti qui.

Starete pensando: “sì ma quello era il passato, l’Italia di oggi invece..”. Leggete il prossimo punto.

Terzo, non è vero che il meglio di questo Paese stia tutto alle nostre spalle. Prima di tutto perché abbiamo una costituzione che è ancora una delle più avanzate al mondo. In pochi altri Paesi al mondo ci sarebbe stata una sentenza come quella di ieri: in Francia non ci sarebbero state così tante indagini sul Presidente del consiglio perché i pubblici ministeri dipendono… dal Ministro di giustizia nominato dal Presidente del Consiglio. In America a giudicare sarebbe stata una corte nominata tutta dal presidente e con membri in carica a vita e con criteri fortemente politici al contrario della nostra che è disegnata in maniera da essere indipendente.

Ma non c’è solo la costituzione di cui essere orgogliosi. C’è una parte di Paese che promette bene: perché è abituata a partecipare alla vita pubblica (le manifestazioni con milioni di persone all’estero se le sognano) e non è disposta a farsi scippare la libertà tanto facilmente; perché già oggi sta costruendo l’economia del domani, più pulita e più giusta; perché già oggi libera territori dalla mafia e sfida le organizzazioni criminali a volto scoperto; perché è fatta di giovani che hanno infinitamente più esperienze internazionali e più possibilità di comunicare dei loro genitori. E potremmo continuare.

Questo non vuol dire che il nostro Paese sia il paradiso, tuttaltro. La società italiana di oggi fa schifo: è ingiusta, corrotta, disperata e arrabbiata. Però nulla è scritto per sempre, la storia dipende dalle donne e dagli uomini che la fanno.

Si può ricominciare costruendo una narrazione diversa di ciò che è stato questo Paese e di cosa è oggi e poi non sprecando nessuna opportunità di partecipazione.

(Mattia Toaldo)

9 commenti

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9 risposte a “Questo Paese è anche nostro

  1. Ruggero

    I tre punti a sostegno di una diversa narrazione/descrizione dell’Italia non mi trovano assolutamente d’accordo.

    In relazione alla narrazione negativa riassunta molto efficacemente all’inizio dell’articolo, che condivido in pieno, la maggioranza dei Paesi ai quali e’ possibile ed opportuno paragonare l’Italia si trova in una situazione oggettivamente ed indubbiamente migliore; perche’ il nocciolo della questione, vale a dire la mancanza di senso civico e di identita’ sociale, l’esasperato cinismo e l’opportunismo individualista, che caratterizzano l’Italia non si ravvisano in “nessun altro Paese del mondo”.

    Primo: l’immagine idilliaca degli altri Paesi e’ vera nella stragrande maggioranza dei casi.
    Il paragone con il banlieu parigino e’ inconsistente quanto il nascondersi dietro un dito e quello sulla sanita’ in America e’ stantio e ritrito. Perche’ comunque in Italia si trovano banlieu ben peggiori di quelli parigini e comunque in Italia si continua a morire per la cattiva sanita’, malgrado le tasse che ogni cittadino paga al sistema sanitario.

    Secondo: la storia del nostro (nostro?) Paese non si puo’ misurare sui morti e sugli sconfitti.
    Bensi’ sulle scelte collettive che sono state prese successivamente a (a causa di o grazie a) queste morti e queste sconfitte e che sono state sviluppate fino a farci diventare quello che siamo.
    Guardiamoci (o guardatevi) intorno e ponderiamo l’impatto e le conseguenze di queste scelte e quello che siamo diventati.
    Non credo ci sia molto altro da aggiunere.

    Terzo, la nostra Costituzione e’ oggettivamente inadeguata e non collima (ne’ sembra aver mai collimato) con la realta’ del Paese.
    E’ un papocchio di compromessi, frutto di pressioni esterne e strumento ideato per garantire ai vari poteri in gioco opportune spartizioni e sfere di influenza.
    Condivido che difenderla e’ giusto e sacrosanto, ma solo perche’ e’ l’unica che abbiamo.
    Ma per quanto ogni scarafaggio possa essere bello per sua madre, sempre scarafaggio rimane.

    Non condivido che ci sia una parte del Paese di cui essere orgogliosi, perche’ purtroppo quella parte e’ una parte del Paese che continua a perdere ed accumulare sconfitte su sconfitte, manganellate su manganellate. Penso a quanto accaduto a Genova quasi dieci anni or sono o in Val di Susa qualche mese fa e quanto tutto cio’ si ripeta e possa ripetersi ancora.

    Inoltre, non riesco a ravvisare alcun legame con la realta’ quando nell’articolo si scrive che oggi si stia costruendo l’economia del domani, più pulita e più giusta, e che già oggi si liberino territori dalla mafia.

    La realta’ che invece ravviso e’ quella di un Paese che per un terzo (il suo meridione) e’ ancora caratterizzato da una mentalita’ profondamente rurale e da un tessuto economico insitamente sottosviluppato e per il restante due terzi (il centro nord) e’ ancora caratterizzato da una frammentazione socio-economica rimasta al dodicesimo secolo, fatta di provincialismi e interessi limitati alle citta’ stato.

    In un mondo che va ad una velocita’ impressionante e che in modo proporzionale a questa velocita’ diventa sempre piu’ piccolo, dove le lezioni da imparare vengono da nuovi luoghi e sono proposte da sempre nuovi protagonisti, mi domando quale sia il valore aggiunto di restare in un Paese arretrato ed immobile quale l’Italia.

    Venutici ormai a mancare Machiavelli, Leonardo e Raffaello, restano ancora e sempre la pizza, il mandolino e ‘o sole mio. Contenti voi …

    Condivido che l’Italia di oggi fa schifo: è ingiusta, corrotta, disperata e arrabbiata.
    E mi chiedo che senso abbia riparare un vaso cosi’ male frantumato.

    • Giulia

      Caro Ruggiero,

      in merito alla tua affermazione “perche’ il nocciolo della questione, vale a dire la mancanza di senso civico e di identita’ sociale, l’esasperato cinismo e l’opportunismo individualista, che caratterizzano l’Italia non si ravvisano in “nessun altro Paese del mondo”, ti chiedo: hai vissuto in tutti gli altri paesi del mondo?

      Complimenti Mattia.

  2. Condivido il contenuto e soprattutto lo “spirito” dell’articolo: non tutti – anche volendolo – potrebbero espatriare. Pensiamo a chi ha già passato buona parte della sua vita in questo paese, a chi se ne sente in qualche modo “responsabile” (esistono anche questi, e non sono pochissimi). La sanità italiana ha sicuramente molti episodi di “malasanità”, ma se fosse solo questo non si spiegherebbe perché la nostra speranza di vita è ai livelli più alti del mondo. Aggiungo che solo chi non conosce il Sud può pensare di spiegarlo evocando il mondo rurale.

  3. Jacopo Rosatelli

    L’articolo di Mattia Toaldo evoca il tema antico e importante dell'”identità italiana”. Si potrebbe dire, civettando con i tedeschi: del Sonderweg, della “via particolare” italiana. Gobetti, Gramsci e molti altri hanno cercato di capire quale fosse il nostro carattere nazionale, perchè soffrissimo dei problemi di cui soffrivamo (e in larga parte di cui soffriamo ancora: questione meridionale, sovversivismo delle classi dirigenti, ruolo della Chiesa, trasformismo).
    A distanza di poco meno di un secolo da quando scrivevano i due, e all’approssimarsi delle celebrazioni di 150 anni di unità, il dibattito è ancora aperto.

    Toaldo propone in modo suggestivo “una nuova narrazione”. Ma il succo del discorso, a mio avviso, è nelle due righe finali, in cui si evoca l’atteggiamento rinunciatario della sinistra che ha saputo vedere nell’Italia nient’altro che un paese cronicamente “di destra” che, al massimo, può diventare “normale”.

    Secondo me, nell’articolo di Mattia, ci sono due piani diversi che si incrociano: una cosa è l'”analisi”, l’altra “la narrazione”. Da una parte la realtà, dall’altra il simbolico. La fredda “ragion politica” contro il calore della “mitologia politica”.
    Dico la mia: per una buona politica, e quindi per un paese migliore, servono entrambe. Obama ( ma è solo l’ultimo arrivato) insegna, no?

    La cosiddetta sinistra italiana non è capace di nessuna delle due. Lo è stata per molto tempo, poi ha smesso.
    Ha ragione Mattia. La mancanza di coraggio e la sindrome di inferiorità di questi patetici sessantenni ex-PCI li ha portati, da un lato, a diffondere questa falsa, superficiale e, in fondo, deresponsabilizzante immagine del nostro come “un paese di destra”, che ha impedito loro di capire – il che ha del clamoroso – ciò che passerà alla storia come il Secondo Ventennio: il berlusconismo. Dall’altro, li ha portati a spogliarsi della loro identità in un modo sgangherato e incomprensibile (salvo da bravi psicanalisti), a rompere la solidarietà e il senso di sè che c’era nel popolo di sinistra, sino all’approdo all’osceno nulla del PD.

    Il berlusconismo non è nato perchè “l’Italia è di destra”. Nemmeno Berlusconi è di destra, come non lo era Mussolini. Il suo sovversivismo non ha che fare con cosa il paese è, o si suppone che sia. Il paese è diventato quello che lui e i suoi accoliti hanno voluto (lavorando sodo) che diventasse, perchè nel passaggio decisivo del ’92-’93 i dirigenti della sinistra non hanno capito la portata della posta in gioco. E pensare che le elezioni comunali (rocordate?) sembravano indicare il contrario. Ma dopo si sono fatti solo errori madornali.
    Berlusconi e i suoi sono andati a scuola da Gramsci mentre i “nostri” si appassionavano per Beck o Giddens e facevano l’Ulivo mondiale. Non so se rendo l’idea.

    Adesso, anche tra le file di questa impresentabile sinistra, strepitano tutti (si veda l’allarmato editoriale di Massimo Giannini su Repubblica): ma io e tanti altri come me sapevamo da prima del ’93 che quell’uomo avrebbe portato il paese sull’orlo dell’autentica autodistruzione, perchè lo avrebbe trasformato a sua immagine.
    Perchè lo si è legittimato? Perchè non ci siamo difesi da questa autentica sovversione durata più di quindici annni? La responsabilità che grava sui D’Alema e compagnia non è inferiore a quella che grava su Giolitti o sui conservatori di Weimar. Il berlusconismo è il fascismo (non la destra) del XXI secolo. Punto.

    Credo, dunque, che sul piano dell’analisi, l’Italia meriti di essere considerata quello che è: un “failed state”. O “un paese mancato”, per citare anch’io Crainz. Perchè l’analisi – in questo sono d’accordo con Ruggero – la si deve fare sull’operato delle classi dirigenti, di governo e di opposizione, e delle classi dominanti in genere (i “capitalisti”). Non può che sortirne un disegno a tinte le più fosche possibili, a mio giudizio. Il discredito complessivo del nostro sistema politico (l’opposizione la fa Di Pietro, dico: Di Pietro) fa veniri i brividi: altro che Weimar…

    Poi c’è il piano della “narrazione”, intesa (da me) come costruzione di mitologie in grado di motivare, di dispositivi di autoriconoscimento per chi si sente “all’opposizione”, di immaginari che possano forgiare identità e consolidare progetti di cambiamento. Ecco, su questo piano mi sento di seguire Mattia: bisogna ricominciare a sentirsi un popolo, a coltivare un sano patriottismo costituzionale – e su questo dissento radicalmete da Ruggero: la Costituzione italiana è perfetta – a credere in una missione, a vedere quanto di bene si fa in ogni angolo della penisola, a nutrire, insomma, l’ottimismo della volontà.
    Ma non dimentico – e me ne duole – il pessimismo della ragione: e quindi non capisco, oggi, davvero, chi possa fare tutto ciò.

  4. Ringrazio tutti quanti (anche in altri luoghi e sono tanti) hanno commentato questo articolo. Ringrazio anche Ruggero, evidentemente abbiamo fatto esperienze diverse. Però continuo a pensarla diversamente: la storia del nostro Paese non è solo fallimenti, sconfitte e soprusi. Come mi ha fatto notare un’altra persona, non sono solo i più poveri e sfortunati ad aver offerto testimonianze positive: ci sono tantissimi imprenditori che si sono ribellati alle mafie, tanti professionisti che hanno fatto coscienziosamente il loro dovere e non tutti sono morti, anzi molti sono riusciti a cambiare la realtà circostante. E non erano tutte persone di sinistra, come altri ancora mi hanno scritto: Paolo Borsellino è solo il più famoso degli esempi.
    Non si tratta di essere stupidamente ottimisti, non penso che l’Italia sia messa bene: forse è la democrazia europea più in pericolo. Tuttavia non ho mai visto un processo storico positivo che non fosse nato (e non si fosse nutrito) di quella consapevolezza della narrazione e dei miti politici di cui parla Jacopo.
    Infine sono d’accordo con Mara su due punti: il sud non è quello di cui parla Ruggero, bisogna avere la capacità di vedere tutti gli aspetti della realtà, altrimenti si finisce con dare ragioni “antropologiche” di certi fenomeni; continuare a dire che il Paese fa schifo e che si deve solo fuggire (come ci dicono gli esponenti sessantenni dell’intellighenzia di sinistra) significa dimenticarsi di tutti quelli che questa fuga non possono permettersela.
    Continuate a seguirci perchè continueremo a parlarne.

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