In tempi di Congressi di partito, leggi, rileggi e fai leggere “eclisse della socialdemocrazia” di Giuseppe Berta

13161E’ un testo agile che tutti dovrebbero avere in tasca. Per chi non lo conosce, il titolo non tragga in inganno: non è un volume a misura di Congresso PD, anzi. E’ un pamphlet politico – forse il migliore del 2009 – che ci spiega perché la sinistra e il centro sinistra italiano siano stati travolti dalla globalizzazione e dalla sua crisi. Il dissesto politico e culturale del PD – 24 mesi di incertezza che il nuovo partito festeggia dopodomani – nasconde la stessa cifra di quello del New Labour e dell’SPD tedesca.

La zavorra che tiene il PD ancorato al suolo è la stessa che ha condannato alla sconfitta le socialdemocrazie europee: Giuseppe Berta offre spunti importanti per cominciare a staccarsela dal collo. Il libro è un passo avanti rispetto alle contrapposizioni mediatiche laicisti/credenti, nostalgici/innovatori, statalisti/liberali, socialdemocratici/resto del mondo. Qui di seguito trovate una sintesi breve del libro di Berta, che sacrifica alcune parti del testo (per esempio, quella su Obama e l’Europa e la parte finale sul ritorno al “Keynes politico”). Nelle parentesi qualche nostro commento a Berta, pensando all’Italia e al PD.

“Esiste un’identità socialdemocratica, un profilo politico specificamente ascrivibile alla socialdemocrazia europea?”. Questa è la domanda da cui prende piede il testo, che esamina in modo acuto le debolezze culturali della Terza via laburista degli anni ’90 e la sua insostenibile leggerezza, messa a nudo dalla crisi del 2008.

  1. Una vera identità socialdemocratica è esistita in quello che Hobsbawm aveva definito il trentennio dorato (1949 – 1979) e ha prodotto l’’economia mista europea. L’avvio della rivoluzione conservatrice, la conseguente deregolamentazione dell’economia sul piano internazionale e su quello nazionale, il pieno dispiegamento dei processi di globalizzazione economica hanno sconquassato l’impianto istituzionale e sociale sul quale poggiavano le fortune dei partiti socialdemocratici europei in quel trentennio.
  2. La reazione a sinistra? Negli anni ’90 il New Labour e l’SPD hanno creduto che la favola della globalizzazione fosse vera: se si fosse data forza e guida al processo di mondializzazione dell’economia – una guida di matrice laburista – la crescita economica non avrebbe conosciuto crisi e cicli negativi. Nasce quindi l’idea di un “laburismo capitalista”, la terza via. Se la globalizzazione crea ricchezza senza interruzioni cicliche – è l’assunto erroneo dei teorici della terza via – il governo ha il dovere di garantire una forte stabilità economica e di sostenere gli operatori che trainano lo sviluppo, nella finanza, nella produzione industriale e in quella dei servizi. Il governo deve fare in modo che l’economia non tolga il piede dall’acceleratore; il suo compito verso la società – qui la differenza, mite, con i conservatori – è quello di garantirle i mezzi, soprattutto in termini di formazione, per stare al passo con i tempi e con le richieste del mercato del lavoro. Adattare la società all’economia tramite la politica.
  3. Il “laburismo capitalista” non ricerca nuove politiche di redistribuzione ma intende dare un sostegno al cittadino – tramite le cosiddette “politiche attive” del lavoro e la formazione – perché esso sia in grado di competere sul mercato globale. Nel 2007 Brown prometteva di “sostituire” 6 milioni di posti di lavoro non specializzati con 5 milioni di impieghi ad alto contenuto specialistico: il tutto, nel giro di 10 anni (è chiaro che chi non riesce a stare al passo non ti può apprezzare).
  4. Perché i partiti escono devastati da questo approccio? Perché perdono i riferimenti sociali, si rivolgono a un cittadino elettore che esiste nei trattati di scienza politica ma non nella realtà. Tanto l’SPD delle elezioni del 2009 che il New Labour oggi hanno rispolverato la retorica egualitarista del passato, ma mantengono un rapporto molto più sfilacciato con il sindacato e gli altri gruppi sociali – in particolare quelli esclusi dai benefici legati all’economia globalizzata, quelli con salari bassi e una vita pagata a rate. Quando parlano di “comunità” non si sa di cosa si tratti (come il PD, che infatti utilizza il simbolo del tricolore e una comunità vaga e indistinta come quella nazionale quale proprio riferimento).
  5. Il disancoraggio dai riferimenti sociali non permette di tornare “partito” nel giro di un anno; quei riferimenti non possono essere gli stessi di 30 anni fa: servirebbe uno sforzo di comprensione della società che lo schema della terza via non permette. Infatti i partiti socialdemocratici – come il PD della campagna elettorale 2008 – non scelgono attori sociali collettivi con i quali instaurare una relazione, ma simulacri mediatici, testimonials pubblicitari (il giovane, il vecchio, la donna, il professionista.. Calearo e l’operaio superstite della ThyssenKrupp).
  6. Le classi dirigenti del centro sinistra europeo sono poco credibili (sono le stesse di dieci e venti anni fa) e ossidate. I nuovi ceti dirigenti non hanno esperienza personale dei problemi sociali sui quali sono chiamati a intervenire nel 2009. Le leve migliori hanno un’impostazione tecnocratica, sono quindi strutturalmente inadeguate per comprendere la complessità del funzionamento delle – potenziali – nuove comunità di insediamento dei centro-sinistra (le nuove forme del lavoro dipendente, il precariato, gli immigrati di nuova generazione ecc. ecc.)

La via di uscita di Berta è il “sincretismo pragmatico” tra necessità di giustizia sociale e libertà individuale. Il “sincretismo pragmatico”, per noi, deve avere un obiettivo: una nuova fomula attraverso la quale adattare l’economia alla società tramite la politica. E non il contrario.

(Mattia Diletti)

8 commenti

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8 risposte a “In tempi di Congressi di partito, leggi, rileggi e fai leggere “eclisse della socialdemocrazia” di Giuseppe Berta

  1. A proposito di socialdemocrazia, uguaglianza, ecc. lo conoscete questo libro : “The spirit level. Why more equal societies almost always do better”? E’ di due epidemiologi inglesi, Richard Wilkinson and Kate Pickett, ed. Penguin books.
    Ne parla Pietro Ichino nel suo sito, e farebbe pensare che nel cuore del capitalismo anglosassone stiano riscoprendo l’uguaglianza. Meglio tardi che mai…

    • mattiatoaldo

      cara Mara,
      grazie mille del suggerimento. Io personalmente non conoscevo il libro, proverò a procurarmelo. Continua a seguirci

      mattia toaldo

  2. paoladifraia

    una nuova fomula attraverso la quale adattare l’economia alla società tramite la politica…

    seguirà post su questo punto? se non una formula anche una nuova agenda (un blocchetto d’appunti, un post-it messo male) potrebbe essere utile…

    p.s. la terza via era sbagliata, lo possiamo dire apertamente no? (anche senza citare la privatizzazione delle ferrovie in Gran Bretagna)

    • mattiatoaldo

      cara paola, mi sembra un ottimo suggerimento. Certo devi darci un po’ di tempo per cominciare a dare almeno una piccola risposta. Cercheremo di darne un pezzettino ogni giorno. Sulle ferrovie inglesi rimando a quanto scritto nel post “questo paese è anche nostro”: tutti a criticare l’Italia ma non è che lì stiano messi molto meglio..

      mattia

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