Primarie: maneggiare con cura

libro melchiondaDomenica si vota per le primarie del Partito Democratico, quasi impossibile non accorgersene vista la gran quantità di manifesti per strada. Molti si stanno chiedendo se votare, altri le aspettavano da tempo. Quasi da subito sono diventate un elemento identificativo di chi sostiene il PD: più che una forma di democrazia un contenuto politico. Vale la pena allora di capire, anche guardando all’esempio americano, cosa sono e cosa possono diventare. Ci aiuteremo con il libro di una persona che ci ha lasciati troppo presto: Enrico Melchionda che nel 2005 scrisse “Alle origini delle primarie”.

1. Le primarie in America furono inventate tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento dagli intellettuali del movimento “progressista” che volevano combattere i partiti. All’epoca i partiti politici negli Stati Uniti erano onnipotenti, corrotti e occupavano lo Stato e la società (non dite che non vi ricorda qualcosa). L’obiettivo dei progressisti era di sfasciare le “macchine” dei partiti togliendo ai boss locali il potere di scegliere i candidati e dandolo in mano ai cittadini. Il risultato, grazie anche alla combinazione con altri fattori ovviamente, è che i partiti americani sono stati fino a pochi anni fa poco più di un marchio usato per le campagne elettorali. Non ci si poteva iscrivere per partecipare alla vita di sezione perchè, semplicemente, non c’erano le sezioni. Chi ha proposto le primarie per costruire il PD in Italia o questa cosa non la sapeva oppure la sapeva benissimo.

2. In Italia, sia nel 2005 con l’Unione che nel 2007 con il PD, non abbiamo avuto delle vere e proprie primarie: non c’era vera competizione per cui assomigliavano a quelle che in America si fanno solo per confermare come candidato il presidente, il parlamentare o il governatore uscente. L’effetto collaterale della mancata costruzione del partito però c’è stato, ovviamente non solo a causa delle primarie. Il sistema, anche quest’anno, è stato abbastanza chiuso all’esterno: i cittadini possono sì scegliere ma tra opzioni che non hanno contribuito quasi per nulla a creare. Candidarsi, per un outsider, è molto difficile: sia per le regole che per i costi da sostenere, veramente esorbitanti. Basta vedere quali e quante difficoltà ha dovuto affrontare Ignazio Marino, che proprio un outsider non è essendo parlamentare da anni. Non è del tutto vero quindi che le primarie creano una nuova classe dirigente: semmai possono rivelarsi un costoso plebiscito a favore di quella vecchia. 

3. Alcune informazioni tecniche ma non troppo. Primo: in America le primarie non scelgono il segretario del partito ma il candidato alle elezioni. Secondo: in Italia si vota scegliendo, insieme con il leader, anche i candidati alle assemblee nazionali e regionali senza possibilità di esprimere preferenze. E’ un pacchetto tutto compreso non esattamente democratico e spesso, proprio come per le elezioni politiche, costringe l’elettore a mandare in uno dei massimi organi del PD persone che non sono di suo gradimento (qui potete vedere le liste).  

4. Il deputato-intellettuale del PD Walter Tocci, proprio partendo dal libro di Melchionda,  sostiene una tesi interessante: in Italia i partiti sono morti da tanto tempo, sostituiti da contenitori che combinano leader televisivi con notabili locali. Il nodo quindi, primarie o no, è come ricostruire dei partiti forti. Perchè, aggiungo io, la democrazia non è solo dire sì o no a delle opzioni che non si possono cambiare ma è invece la possibilità di discutere, partecipare, organizzarsi. Tutte cose che forse il PD ha cominciato a fare, più che con le primarie, con il suo primo congresso: ci sono state tante irregolarità sì, ma abbiamo visto con i nostri occhi centinaia di persone conoscersi, discutere e poi votare. Peccato che lo statuto del partito non prevedesse un sistema per cui quelle discussioni potessero arrivare al vertice: il congresso nazionale (pardon, convenzione) è stato per lo più un evento a beneficio delle telecamere, dove solo i candidati potevano parlare e i delegati non hanno votato su nulla.

L’amore per le primarie nasce da un equivoco che Enrico Melchionda denunciava spesso: la confusione tra democrazia e direttismo, il sistema per cui la prima si riduce alla possibilità per gli elettori di investire, direttamente appunto, il leader. Se questo concetto vi ricorda certe dichiarazioni del nostro premier sull’intangibilità di chi è “eletto dal popolo” tornate a trovarci perchè ne parleremo presto. Detto tutto questo, impossibile non notare come nella situazione attuale le primarie possono essere una buona cosa per due motivi: perchè comunque meglio un partito leggermente aperto come il PD di oggi che uno “privato” come il PDL; perchè saranno un’occasione importante di mobilitazione per l’opposizione. Poi, magari, un segretario nuovo costruirà un partito più democratico.

(Mattia Toaldo)

4 commenti

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4 risposte a “Primarie: maneggiare con cura

  1. Quanta gente conosci che ha volgia di fare “vita da sezione” o che si appassiona a “votare davvero” lunghi emendamenti in interminabili commissioni congressuali?
    Gente normale intendo, non aspiranti presidenti di qualche municipalizzata.
    Tu, per fare un esempio, ne hai voglia? L’hai mai fatto? Lo faresti?

  2. mattia

    Caro Orione,
    la contrapposizione secondo me non è tra “vita di sezione” e “partito delle primarie”. Proprio pensare questa cosa ha portato a scelte superficiali e perdenti. La vita di sezione così come la pensate tu e Franceschini non può più esserci perchè la gente giustamente (anch’io) si annoierebbe e perchè il mondo del lavoro di oggi è diverso da quello degli anni ’50 in cui si usciva alle 5 dalla fabbrica o dall’ufficio e si andava in sezione. Però ci sono state mezzo milione di persone che, soprattutto durante uno degli ultimi weekend semi-estivi, hanno partecipato ai congressi di circolo, guardarli con sufficienza secondo me è sbagliato. E poi ci sono tantissime persone che fanno più o meno le stesse cose in tante associazioni. C’è infine un intero mondo che passa il tempo a fare politica concretamente: i gruppi di acquisto solidali, i negozi del commercio equo, le associazioni anti-racket, i comitati di quartiere della nuova periferia romana. Cose a cui bisogna guardare con meno sufficienza e superficialità perchè non è vero che la partecipazione è morta, anzi. Davvero non credo che l’alternativa sia tra apparati clientelari e cesarismo televisivo.

    mattia

  3. Caro Mattia,
    insisto: quanto tempo hai passato in sezione tu, che non sei uno di quegli intellettualotti un po’ cesaristi che guardano con sufficienza le maestranze operosamente partecipative?
    E insisto non per polemizzare con te, cosa di cui mi frega il giusto, ma per farti notare il gap che c’è (spesso) tra le cose che si dicono e quelle che si fanno (pessima abitudine che si porta sempre dietro una scia sgargiante di sufficienza e di autoreferenzialità).
    Peraltro non ho mai parlato di “fine della partecipazione” (mica sono Fukuyama), sono solo scettico sull’utilià di quella partitica in senso tradizionale. Anzi: liberare tempo e energie da correnti e mozioni permette proprio di rinfoltire i ranghi di chiese, associazioni e gruppi che si organizzano per fare qualcosa di concreto, qui e ora. Gente libera di organizzarsi per sostenere – di volta in volta – un partito o un candidato senza per questo “militarvi” (brutto termine no?).
    Dentro i partiti di oggi – confermo – l’alternativa è tra mediatismo (spinto) e clientelismo e io (noto cesarista) preferisco il primo.
    Se vuoi che te la dica tutta preferisco anche una democrazia decidente e dei partiti leaderistici sul serio (con leader in grado di decidere) con tutti i contrappesi del caso, primo fra tutti il controllo costante della Rete.
    Se poi hai voglia di cantartela e suonartela da solo, tessendo le lodi della brava gente che si spaccca la schiena e poi prende le ferie per la festa dell’unità, accomodati. Ne ho conosciuta parecchia, non tutta brava gente per la verità – molta in nero perché già in pensione o doppiolavorista – e ho sempre pensato che se fossero andati a badare gli ammalati (invece che strafogarsi di trigliceridi) avrebbero fatto del bene a qualcuno e avrebbero lasciato il posto a chi aveva bisogno di lavorare sul serio (e magari pretendeva pure i contributi).
    L’apologia del bravo militante è possibile solo col distacco compiacente del bravo intellettuale un po’ vintage (ma è di moda no?).

  4. Pingback: Un PD capitale « Italia2013

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