Città plurali e crocifissi

corte europeaRicostruzioni approssimative hanno associato il crocifisso nelle scuole ad una tradizione italiana risalente nel tempo, alle origini dello Stato unitario, della nazione italiana o, chissà, della stessa civiltà italica. In realtà, come si sa, è fatto più recente, che ha giusto 80 anni di vita. Perché, come tutti ricorderanno, in vista dei 150 anni dell’Unità, l’Italia fu fatta con qualche problema nei rapporti con la Chiesa cattolica: basta farsi una passeggia al Gianicolo per rammentarsene.

E comunque, se anche questa fosse una tradizione plurisecolare, oggi la società italiana è molto diversa da quella notte dei tempi: diversamente sensibile al fenomeno religioso, sicuramente più plurale nelle sue professioni di fede, come stiamo riscontrando col progetto Città Plurali, realizzato dal Tavolo Interreligioso e dagli insegnanti del Cidi, che organizza partecipate tavole rotonde in tanti comuni della provincia.

In ogni caso, i diritti umani, quelli su cui la Corte di Strasburgo è chiamata a decidere, appartengono ai singoli uomini e alle singole donne, che possono essere anche in assoluta minoranza (fino, appunto, alla singolarità), ma devono essere tutelati nella loro libertà e dignità. Nel merito (se il crocefisso leda o no la libertà di pensiero, di coscienza e di religione) ognuno può avere la sua opinione, ma c’è una Corte internazionale che è stata chiamata a decidere e ha deciso (qui il testo della sentenza). Il Governo italiano può legittimamente ricorrere contro e ricorra. Nessuno però può delegittimare la Corte senza mettere in discussione l’adesione dell’Italia al diritto internazionale dei diritti umani, cosa che – invece – in questi giorni è diventato il costume nazionale. Se la sentenza verrà confermata andrà rispettata e lo Stato italiano dovrà trarne tutte le coseguenze.

(Cecilia D’Elia)

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