Il fu modello spagnolo

zapatero1Viva Zapatero, deriva zapaterista… I provvedimenti in materia di diritti civili introdotti dal premier spagnolo hanno avuto grande eco in Italia, sollevando sentimenti accesi e contrapposti, dall’ammirazione incondizionata al rigetto più totale. Molto meno nota è invece la situazione sociale di un paese che fino a pochi mesi fa era indicato come esempio positivo di crescita e che oggi vive una situazione diametralmente opposta: proviamo a dare un’occhiata più da vicino.

Durante i sei anni di permanenza al governo, i socialisti hanno conservato un modello economico basato in buona parte sui settori che hanno sofferto della crisi (edilizia, turismo di massa), sul lavoro precario (9 nuovi contratti su 10 sono full time a tre mesi), e sul credito easy che ha consentito alle imprese di tenere bassi i salari ed essere più competitive su scala europea. In cinque anni di crescita (2002-2007: pil +4% annuo), le protezioni sociali sono rimaste invariate a un livello molto basso: la legislazione non protegge dai licenziamenti, il ricorso ai contratti a tempo determinato è dilagato senza freno perchè premiato da una tassazione favorevole. Non esiste cassa integrazione; c’è un sussidio che dipende da quanto hai lavorato in passato, e che quindi per i giovani è breve e scarso.

Non è un caso che con la crisi e questa facilità di licenziare la disoccupazione sia esplosa, passando dal 9 al 20 per cento in un solo anno. Le imprese hanno scaricato cosí i costi della congiuntura. Si tratta di un milione e mezzo di posti di lavoro persi negli ultimi dodici mesi. E’ una tendenza che non si arresta: il mese di ottobre ha visto quasi centomila senza lavoro in più. Oltre agli impiegati dei settori colpiti dalla crisi, a farne le spese sono stati i lavoratori dei servizi (cioè i giovani e le donne) che allo scadere del loro contratto trimestrale non l’hanno avuto rinnovato e non hanno trovato alternative. L’enorme aumento del consumi degli anni passati si rivela un boom dai piedi d’argilla che lascia in eredità solo un’accresciuta precarietà sociale.

La crescita del consumo era avvenuta infatti su queste fondamenta: stipendi fermi grazie al diffuso lavoro precario, consumi finanziati da crediti bancari generosissimi, inflazione alta grazie alla liquidità bancaria. Una situazione simile a quella americana, ma con un’economia e un mercato del lavoro molto meno articolati. Con la crisi, i prezzi sono rimasti stabili ma le banche hanno congelato il credito mentre le persone si sono scoperte indebitate fino al collo, ma senza lavoro. I giornali sono pieni di annunci di suv in vendita: i proprietari non possono più permettersi le rate. I prezzi delle case si sono dimezzati: nessuno concede più mutui e per vendere un appartamento si calcolano in media cinque anni. Il lavoro dipendente scende di qualità, e gli stipendi sono in calo anche nel pubblico, perchè lo stato affronta un deficit passato dallo 0 al 10%.

Il governo di Zapatero negli anni di vacche grasse ha creduto alla favola della crescita infinita («abbiamo superato l’Italia e nei prossimi ventiquattro mesi supereremo Francia e Germania», dichiarava il premier due anni fa). Si ritrova adesso senza soluzioni.

Anche se l’UE ha detto che la Spagna sarà l’ultimo paese a uscire dalla crisi, i provvedimenti adottati finora non sono stati altro che una tantum. In attesa che passi la nottata si è deciso un aumento dell’IVA, un allungamento dei sussidi, il taglio dei fondi agli enti locali e alla ricerca. Nulla però che miri ad aumentare le protezioni sociali, a modificare il modello di sviluppo o a spostare parte dei costi della crisi sulle banche o sugli industriali.

L’insicurezza sociale è abilmente sfruttata dall’opposizione di destra, il partito popolare: i socialisti hanno perso le europee di giugno e sarebbero spazzati via se si votasse ora (sarà tra due anni). Hanno subito una scissione interna e già quattro ministri, compreso quello dell’economia, hanno abbandonato la nave.

Inoltre la classe politica è falcidiata da mesi da una vera e propria tangentopoli. La bolla immobiliare scoppiata l’anno scorso era particolarmente grossa in Spagna, e oltre a cambiare volto alle città e alle coste del paese è stata l’occasione per interi pezzi di classe politica locale di arricchirsi grazie alla pianificazione urbanistica, venduta all’asta al miglior offerente. Personaggi come Vito Correa, chiamato Don Vito, e Luis García, detto Luigi (eh sì, i soprannomi italiani vanno forte quando si parla di corruzione), sono due tra i tanti coinvolti in vicende giudiziarie che colpiscono quotidianamente tutti i partiti.

Insomma il partito socialista ha messo in luce una colpevole mancanza di un’idea di politica sociale ed economica che non sia il «lasciar fare» al mercato, accomunata in questo ad altre sinistre europee in crisi profonda d’identità. Ha mantenuto in piedi un sistema con scarsissime garanzie, pensando che la crescita economica bastasse come politica sociale; questa idea si è rivelata fallimentare: il sistema è crollato e la società non aveva il paracadute. E’ nata una fascia di popolazione insicura e politicamente non rappresentata; il paese rischia di non uscire più da una crisi che viene pagata interamente dal settore sociale più debole, dal futuro incerto ma pronto a riportare la destra al potere.

(Riccardo Pennisi)

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6 commenti

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6 risposte a “Il fu modello spagnolo

  1. Jacopo Rosatelli

    Caro Riccardo,

    in parte condivido quello che scrivi, in parte no: propongo quindi un punto di vista leggermente diverso dal tuo.

    In generale, è vero che la “nueva via” di Zapatero nasceva anche all’insegna di un’adesione al blairismo-schroederismo, ma l’immagine di un governo completamente indifferente alla legislazione sociale secondo me non è vera.
    Un paio di esempi al riguardo. La “ley de dependencia” che mira a garantire davvero le persone che necessitano di un’assistenza costante per vivere, cioè anziani non autosufficienti, portatori di handicap, etc. Le misure a favore dell’autonomia abitativa dei giovani, attraverso il sostegno agli affitti. E per quanto riguarda le tutele dei lavoratori, bisogna riconoscere che di fronte alle proposte di modifica in peggio dell’equivalente spagnolo dell’articolo 18, provenienti a gran voce dalla confidustria, il governo ha sempre risposto picche in modo deciso.

    Sul modello produttivo, poi, secondo me non corrisponde del tutto al vero l’immagine che restituisci. Sicuramente in modo insufficiente, il governo ha comunque tentato di orientare gli investimenti (pubblici e privati) sulla ricerca e sui settori legati all’energia rinnovabile, criticando apertamente un modello basato sulla cosidetta “economia del ladrillo” (economia del mattone).

    Infine, sugli assetti politici e gli scandali.
    Il governo ha effettivamente cambiato dei ministri, ma non perchè questi se ne siano andati in dissenso con una gestione incapace di uscire dalla crisi, al contrario: il ministro dell’economia Solbes è stato sostituito perchè portatore di una visione “neoliberale” (detto rozzamente, chiedo venia) incompatibile con un corso che ora si vuole maggiormente “keynesiano” (idem come sopra). E gli altri tre (lavori pubblici, cultura e pubblica istruzione) non si erano mostrati all’altezza delle difficoltà dello scontro politico e delle relazioni sociali: il discorso vale soprattutto per la cattiva gestione del cosiddetto “processo di Bologna” nelle università da parte dell’ex ministra Cabrera, ora sostituita dal più esperto Angel Gabilondo.
    La scissione di cui parli (quella dell’UPyD) ha a che vedere esclusivamente con la trattativa con l’ETA della precedente legislatura. Un gruppo di socialisti – soprattutto baschi – contrari al dialogo in nome del fantasma della “Spagna che si rompe”, hanno montato su – con l’appoggio di qualche intellettuale rancoroso come Franando Savater – un partitino quasi più nazionalista del PP, che ora (venuta meno la sua ragion d’essere) si sta cominciando a sfaldare.
    Infine, sulla corruzione, bisogna sottolineare (cosa che tu non fai – non so perchè) l’enorme differenza fra i casi che riguardano il PP e quelli che riguardano il PSOE. I dirigenti catalani di quest’ultimo (è in quella regione che si sono verificati alcuni casi in un paio di amministrazioni comunali) hanno subito riconosciuto il problema, agito e chiesto scusa pubblicamente e in forma inequivoca. I popolari, invece, coinvolti in una rete di corruzione di dimensioni impressionanti (a livello quasi di vera e propria organizzazione mafiosa – i personaggi sono quelli che citi tu), hanno reagito berlusconianamente attaccando magistrati e polizia. Poi, quando questa linea si è rivelata perdente, hanno riconosciuto qualcosa a denti stretti, ma senza minimamente prendere provvedimenti significativi.
    Insomma, una bella differenza.

    Fatto il mio controcanto al tuo comunque ben documentato e interessante articolo, e non volendo affatto negare che i socialisti spagnoli siano in difficoltà e commettano errori anche gravi (ne aggiungo due: la deduzione fiscale di 400 euro fatta a tutti a prescindere dal livello di reddito e l’emarginazione di alcuni dirigenti di buon livello come Caldera e Jauregi) aspetto eventuali controrepliche tue o di altri.

    • Riccardo Pennisi

      Caro Jacopo,

      grazie del tuo prezioso contributo: l’analisi della situazione di un paese non si può certo esaurire in un post.
      L’articolo prende in effetti una posizione molto netta; il mio intento era mettere in luce diversi aspetti della situazione spagnola di cui si parla molto poco.
      Naturalmente la politica economica e sociale di Zapatero non è da condannare in blocco, come non lo sarebbe stata quella di Blair o Schroeder; neanch’io voglio assolutamente negare che qualcosa di buono sia stato fatto, ma col passare del tempo gli elementi negativi sono diventati preponderanti su quelli positivi. E’ esattamente questo che mi ha spinto a scrivere: un cambiamento così radicale della situazione merita di essere riportato e analizzato nei suoi aspetti più negativi, e secondo me la sua causa di fondo risiede proprio nella mancanza di una vera politica economica e sociale in sei anni di governo del partito socialista. Sarà proprio questo a portare la destra di nuovo al governo.

      I provvedimenti che hai citato ad eccezione (la ley de dependencia e gli aiuti agli affitti) sono sicuramente significativi. Il primo però interessa gli anziani non autosufficienti e i portatori di handicap; il secondo è condizionato all’occupazione (e ora i disoccupati sono il 20%). Quindi, benchè positivi, secondo me non incidono a sufficienza sull’insieme della società.

      Per quanto riguarda il modello produttivo, il governo ha sicuramente posto un impegno ammirevole nello sviluppo delle energie alternative, ma insufficiente per farne un settore trainante. Il modello-mattone sarà pure stato criticato, a parole, ma nei fatti è stato mantenuto e sviluppato, come testimonia la distesa di gru che fa da panorama a tutte le città spagnole: gru che costruiscono magari l’alta velocità, ma soprattutto zone residenziali, seconde case, e autostrade. Il settore immobiliare è crollato; le energie alternative vanno bene; l’economia è crollata: dunque le rinnovabili hanno un impatto ancora trascurabile e per questo non le ho citate.

      Siamo in disaccordo sulle dimissioni del ministro dell’economia Solbes. Secondo me le sue dimissioni non dipendono dal grado di liberalismo, ma da visioni divergenti sui provvedimenti anticrisi: credo che lui chiedesse tagli ai finanziamenti alle regioni, e interventi economici non una tantum, con l’obiettivo di contenere il debito pubblico. Il rimpasto che ne è seguito ha visto l’insediamento di un ministro ad hoc (Chaves), che si occupa solo di contrattare il finanziamento delle regioni (in Spagna queste hanno tantissime competenze).
      La Finanziaria successiva ha dimostrato il perchè: Zapatero è riuscito a farla passare solo grazie a una manciata di voti di maggioranza arrivati da una serie di partiti regionali. Cioè il governo ha detto la cifra che, ad esempio, la regione delle Isole Canarie riceverà nei prossimi anni, e il partito canario è passato dalla parte del governo. Anche il partito socialista catalano e il partito nazionalista basco hanno assicurato il loro appoggio dopo una lunga contrattazione economica.

      Per questo non sottovaluterei l’effetto che il partito scissionista di Rosa Diez, molto critico proprio verso il modello di finanziamento regionale, potrà avere a livello elettorale. Se il 2,9% ottenuto da UPD alle europee fosse rimasto ai socialisti, la loro sconfitta sarebbe stata molto meno grave.

      Infine sulla corruzione, hai senz’altro ragione nel dire che i casi che riguardano la destra sono più gravi e sistematici, mentre i socialisti catalani – una volta beccati – hanno chiesto scusa.
      Ma guardando questo grafico apparso su El Pais un mese fa (http://www.elpais.com/static/portadas/mapa/alcaldes.html) a proposito dei sindaci detenuti negli ultimi tre anni per cause di corruzione urbanistica, la proporzione destra/sinistra più o meno si equivale.
      Aggiungo qui il link a una pagina web risalente a maggio 2009 (http://www.larazon.es/noticia/la-corrupcion-azota-al-psoe-en-plena-campana) che dimostra come i casi in cui è implicato il PSOE non si limitano affatto a due municipi in Catalogna.
      Per queste ragioni ho pensato che non fosse fondamentale sottolineare una differenza tra popolari e socialisti.

      Spero di essere stato esauriente! Ti ringrazio ancora dell’intervento: ogni occasione di riflessione è preziosa. Spero che ne seguano altre.

  2. Valerio Peverelli

    Mi sembra che quando a sinistra in Italia si parla della Spagna “Zapateriana” si dimentica sempre un particolare.

    Il trattamento riservato all’immigrazione clandestina, ed il modello di regolarizzazzione degli immigrati, attuato dalla Spagna non è significativamente migliore di quello (pessimo) Italiano. Inoltre a margine della gestione dei flussi migratori si ripropongono momenti di tensione con il governo marocchini, anche per il possesso di piccole isole, e delle enclaves di Ceuta e Mellila.

    Credo che sia un deficit molto importante, certamente nessun membro del governo Zapatero ha mai avuto verso l’immigrazione l’atteggiamento becero di un leghista qualsiasi, ma non vedo grosse politiche dell’accoglienza, dell’integrazione, o del rispetto dei diritti umani dei migranti. Anzi c’è forse una certa arroganza nelle relazioni con i paesi del Magreb.

    Inoltre, proprio come in Italia, in buona parte della Spagna, e da molti anni, si assiste ad una reinvenzione delle identità locali, con una forte “riscoperta” delle radici non nazionali ma regionali (che almeno in alcune zone della Spagna, a differenza che in Italia, hanno radici storiche evidenti); questo fenomeno è spesso “di sinistra” nel caso spagnolo, così come è di “destra” e leghista in quello Italiano. Cionostante alcuni parallelismi (uso del dialetto aragonese-veneto vs la lingua nazionale ecc.) si possono trovare, in un fenomeno che facilmente può diventare etnocentrista, xenofobo e nazionalpopulista.

    Valerio

  3. Riccardo Pennisi

    Scusa Valerio per il ritardo nella risposta.

    Non ho toccato questi argomenti nel post, che era soprattutto una critica sulla politica economica e sociale, ma le tue annotazioni sul regionalismo sono in gran parte condivisibili (sull’immigrazione invece dovrei informarmi di più per giudicare 🙂 ).

    Negli ultimi anni, più che spinte autonomiste (le regioni spagnole godono costituzionalmente di un’estesa autonomia), si è verificata quella che si può chiamare un’intensa attuazione delle competenze regionali, parallelamente a una accresciuta disponibilità dello stato nel concederle. Questo ha fatto sì che crescesse il numero delle regioni con un partito regionale, e il loro peso nella politica locale e nazionale.

    In questi giorni il Tribunale Costituzionale sta discutendo lo statuto catalano, che tra l’altro è controverso perchè attribuisce alla Catalogna lo status di “nazione” e alcuni cosiddetti “diritti storici”. Un eventuale rifiuto, secondo alcuni, potrebbe aprire un processo separatista, a testimonianza della fondamentale importanza delle identità nella politica e nella cultura spagnola.
    Chissà che questo non sia l’oggetto di un prossimo post!

    Grazie per il commento.

  4. lucio

    in spagna al 31/12/09 la disoccupazione e arrivata al 20% e continua a crescere!!!il paese sta sprofondando…

  5. Pingback: Dalla pensione alla tomba (del buon senso) « Italia2013

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