D’Alema for Europe?

La novità più importante del Trattato di Lisbona corrisponde all’intenzione di unificare e rendere più efficace la politica estera e di sicurezza comune (Pesc) dell’Unione Europea. La responsabilità sarà ricoperta da un “Alto rappresentante”, un vero e proprio ministro degli Esteri europeo, che durerà in carica due anni e mezzo (art. 9E). Sarà anche vicepresidente della Commissione, per associare quest’organo alle decisioni del Consiglio Europeo e mettere fine a una dualità deleteria: “Mister Pesc” dovrà essere la sola voce d’Europa. Ma cosa potrà fare e chi potrebbe ricoprire quella carica?

L’esigenza di una figura potenzialmente fondamentale nella politica continentale nasce da un dato incontestabile: l’Unione Europea è stata fino ad oggi un gigante economico e un nano politico, quasi mai in grado di esprimere una politica estera comune che andasse al di là degli interessi dei singoli stati. Perciò, l’UE è spesso apparsa come un’entità basata sull’opportunismo, monca di una volontà comune di essere e operare sulla scena internazionale e incapace di far valere il proprio peso.

Gli esempi di una condizione tanto meschina non sono mancati. Nel 1999 l’Europa si scopre paralizzata di fronte all’intervento serbo in Kosovo: gli Stati Uniti invece agiscono e si confermano come l’unico soggetto che abbia autorità sufficiente per portare a termine una guerra europea. Tre anni dopo l’Unione si spacca in due fronti diplomatici contrapposti: gli Stati Uniti invadono l’Iraq senza la partecipazione di stati come Francia e Germania. Si parla di una “Nuova Europa” contro la Vecchia. Infine l’irrilevanza della Pesc trova conferma in Afghanistan: in uno scenario dove i paesi europei si presentano abbastanza compatti nel loro sostegno agli USA, lavora un servizio diplomatico per ogni stato, nell’assenza di una reale strategia comune.

Il ministro degli Esteri europeo dovrà perciò occuparsi della delicatissima questione di far crescere la statura politica dell’UE – che per dimensioni geopolitiche potrebbe aspirare a un ruolo di attore globale alla pari con USA e Cina – sconfiggendo l’atteggiamento individualista “di tanti bambini che fuggono le responsabilità e vogliono solo attenzioni”: è così che lo giudica la Casa Bianca. Non sarà facile superare divisioni causate e spesso giustificate da storie nazionali, territori e sensibilità politiche tanto differenti; mister Pesc dovrà iniziare a farlo.

La scelta, da parte dei capi di stato e di governo, è un vero grattacapo, perchè intrecciata con quella del futuro presidente permanente dell’Unione, e non è detto che la data indicata (19 novembre) sarà rispettata. In questa gara, in cui forse un po’ a sorpresa tra i protagonisti c’è Massimo D’Alema, sono tanti i fattori che pesano: nazionalità, geografia, importanza del paese e soprattutto affiliazione politica.

Molto probabilmente si deciderà per un socialista, perchè il centro-destra europeo, attualmente maggioranza, riserva per sè la scelta del presidente del Consiglio: questo schema taglia fuori il bravo diplomatico svedese Carl Bildt, di centro-destra. Data la complessità della nuova carica, mancano candidati dai paesi più forti e che più hanno spinto per il nuovo Trattato (Francia e Germania): da un lato cercano di non far apparire “Mister Pesc” come un difensore dei propri particolari interessi, dall’altro non vogliono contraccolpi diretti in caso di fallimento. La Spagna è esclusa dalla trattativa, perchè l’Alto rappresentante uscente Solana è proprio spagnolo, mentre il presidente della Commissione è portoghese e si rischierebbe di avere un’Europa a direzione iberica.

Completata la scrematura, i nomi in gioco si contano sulle dita di una mano: oltre a D’Alema, David Miliband, ministro degli Esteri inglese; Olli Rehn, attuale Commissario UE all’Allargamento; Ursula Plassnik, ex ministro degli Esteri austriaco. Il candidato inglese partiva in vantaggio: è espressione di un paese forte e Francia e Germania vedevano in lui l’occasione per coinvolgere di più la Gran Bretagna nella politica europea. Ma nei giorni scorsi ha ritirato la sua candidatura (anche se c’è chi la vede come una mossa per non bruciarsi, com’è successo a Tony Blair).

La sua uscita di scena avvantaggia proprio D’Alema: Olli Rehn infatti appartiene al gruppo liberal-democratico, quindi non ha il sostegno del forte gruppo socialista, mentre la Plassnik sconta la non appartenenza del suo paese alla NATO. Quest’ultima potrebbe rientrare in gioco solo se i vari capi di stato decidessero che almeno uno dei tre top jobs europei deve andare a una donna. In tal caso, dividerebbe le sue chances con la greca Anna Diamantopoulou, ma le possibilità in questo senso sono scarse perchè le due candidate sono percepite come pesi troppo leggeri.

Il principale punto debole di D’Alema è quello di essere visto soprattutto dai paesi dell’Est come poco fidato a causa del suo passato nel PCI. Il suo deciso sostegno all’intervento NATO in Kosovo però lo garantisce contro questa obiezione. Dal punto di vista diplomatico, la missione in Libano in collaborazione con Francia e Spagna e la promozione di una moratoria sulla pena di morte all’ONU rappresentano due successi del D’Alema ministro degli Esteri. Ha infine il sostegno del governo. Appare quindi proprio lui il favorito per assumere questo incarico impegnativo e scomodo, ma cruciale per la costruzione europea.

(Riccardo Pennisi)

Abbonati ai post di Italia2013 via mail

Lascia un commento

Archiviato in Europa, sinistra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...