Roma, Italia:così si è uccisa la ricerca

Gran parte  della ricerca pubblica è situata nell’ area metropolitana di Roma: un vero settore produttivo con migliaia di persone impiegate. Un settore in crisi, ma non dal 2008 come il resto dell’economia italiana.

L’inizio della fine si può far risalire ai primi anni Novanta quando incominciò una vera e propria politica pubblica di disinvestimento sulla ricerca.

All’inizio di quel decennio, complice la crisi economica e la necessità di contenere la spesa pubblica, vennero ridotti drasticamente i fondi ordinari per le maggiori strutture di ricerca pubbliche: sia dentro che fuori dall’ università. In quest’ultima, cruciale è stata l’introduzione dell’ autonomia proprio in quegli anni: una maschera dietro la quale si è nascosta una diminuzione indifferenziata e indiscriminata delle risorse, senza selezione tra sprechi e settori strategici in cui investire.

La ricerca privata si era già contratta con le ristrutturazioni degli anni ’80: le imprese chiudevano o ridimensionavano i loro laboratori ed esternalizzavano verso le università, dove la manodopera costava meno. Da allora però, il sistema della ricerca non si è più ripreso: basti pensare che il finanziamento ordinario  del Consiglio Nazionale delle Ricerche è fermo al 1993.

Meno fondi ordinari significa meno soldi per far funzionare le strutture, meno assunzioni stabili, meno progetti a lunga scadenza. Questa diminuzione dell’ “ordinario” venne compensata (e viene compensata sempre di più) con un aumento dei fondi erogati attraverso la presentazione di progetti o grazie a commesse di enti pubblici. Non sempre questo risponde a razionalità e molto spesso incide sulla qualità della ricerca: sostituendo l’ “ordinario” con i progetti a tempo (spesso a scadenze relativamente brevi) si creano curriculum incoerenti per ricercatori che un anno si occupano di un tema e l’altro dopo cambiano totalmente solo per incontrare le linee di finanziamento nuove. A volte, ancora, dietro un progetto si nasconde invece quell’attività ordinaria che non è più finanziata. E così il ricercatore lavora su due-tre cose allo stesso tempo: il progetto per cui è pagato, la ricerca di lungo periodo legata al suo curriculum vero e, nel caso della ricerca universitaria, la didattica ufficialmente e ipocritamente vietata – in realtà semplicemente non retribuita.

Tanta irrazionalità non appare quando si guardino solo i conti: riducendo l’ordinario si comprime la spesa corrente, spostandola sugli “investimenti”. La ricerca poi viene molto spesso vista alla stregua di un semplice settore della Pubblica Amministrazione, la cui spesa per il personale va compressa con meccanismi automatici. Si dimentica che gli investimenti dovrebbero essere aggiuntivi e non sostitutivi dell’attività ordinaria e, così facendo, si dissipa quella che nella maggior parte dei casi è la maggiore infrastruttura dei centri di ricerca: il capitale cognitivo umano che invece andrebbe sostenuto e qualificato attraverso politiche cicliche e trasparenti di reclutamento.

Purtroppo anche i governi di centrosinistra non si sono discostati molto dalla visione della ricerca come un semplice settore di spesa pubblica da comprimere piuttosto che come un investimento produttivo. Una miopia che può appartenere solo alla nostra classe dirigente.

L’ultimo governo di centro sinistra aveva avviato in modo peraltro maldestro e incerto un processo simile.  Non voglio in questa sede nascondere che le mie aspettative di sindacalista e persona che conosce le condizioni di lavoro del nostro paese erano molte.  Ricordo bene la fatica di far capire a chi sedeva allora in parlamento o aveva incarichi di governo (salvo poche eccezioni) le esigenze e le priorità dei lavoratori precari, l’approssimazione con cui si trattavano quelli dei nostri settori in particolare quelli dell’università, rei forse di appartenere ad un privilegiato precariato intellettuale.

I problemi che dobbiamo affrontare sono molti e sono il frutto delle mancate scelte di ieri a cui si uniscono le nefandezze di oggi. I tagli all’università stanno portando al licenziamento di migliaia di precari  mentre nella ricerca le dotazioni organiche bloccate impediscono di portare avanti le stabilizzazioni anche dove le risorse non mancherebbero mentre sono sempre in forse i rinnovi dei contratti per assegnisti e collaboratori. Siamo poi di fronte  all’ennesima controriforma dell’università e in attesa dell’ennesimo riordino degli enti pubblici di ricerca.

La via d’uscita

La via d’uscita però c’è.  Nonostante tutto ciò che è stato descritto l’Italia continua a produrre intelligenze. Il problema è che oggi sono prevalentemente precarie.  Il primo passo per risalire la china è quindi quello di cambiare le condizioni di vita di chi produce effettivamente ricerca innanzitutto assumendo chi è oggi precario (la maggior parte dei quali hanno superato delle selezioni) e poi  costruendo un sistema di reclutamento stabile e continuo che impedisca il riformarsi di sacche di precarietà.

Il secondo passo è costituito dall’accoppiata tra reale investimento pubblico e  introduzione di un sistema di valutazione che attribuisca premi, aggiuntivi però rispetto ai fondi ordinari. Chi vive nel mondo della ricerca sa che non esiste la commissione concorsuale perfetta, esiste però la possibilità di valutare la produzione scientifica di una persona selezionata male o in malafede. Ed esiste la possibilità di responsabilizzare le strutture, premiando finanziariamente i gruppi di ricerca che funzionano.

Il terzo elemento per evitare la morte della ricerca è la costruzione di un sistema di welfare che sostenga i progetti di vita di chi decide di dedicarsi a questo settore. Oggi quando finisce l’assegno di ricerca o il progetto da cui viene il proprio contratto si smette semplicemente di mangiare. Su questo aspetto possono lavorare anche le Regioni (un elemento da tenere a mente vista l’imminenza delle elezioni) rendendo più universali gli strumenti di sostegno al reddito oggi esistenti.

Anche  gli enti locali possono avere un ruolo:  per esempio facendo politiche economiche che incoraggino settori ad alto contenuto di ricerca o di lavoro intellettuale. Solo per fare alcuni esempi: lacosiddetta economia verde oppure la valorizzazione dei centri storici.Tenendo presente che i grandi centri di ricerca come l’IstitutoNazionale di Fisica Nucleare di Frascati creano attorno a loro un considerevole indotto, anche solo per la fornitura dei materiali pergli esperimenti. Spetta agli enti locali creare – con le politiche economiche ma anche con la garanzia della libertà e della tolleranza – quei “distretti della creatività” di cui parla Richard Florida (purtroppo oggi spesso citato anche da chi come i papaveri di Confindustria ha contribuito allo sfascio attuale) e che sono così importanti nel determinare la qualità dello sviluppo. Perché è di questo che si parla quando ci si occupa di ricerca.

(Francesco Sinopoli)

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