Si chiama Ashton, Catherine Ashton

Diciassette anni di travagliata ingegneria politica e architettura istituzionale – dal Trattato di Maastricht che istituì la Pesc a oggi – per dare all’Unione Europea un peso maggiore negli affari internazionali sono culminati giovedì scorso con la nomina dell’inglese Catherine Ashton come Alta Rappresentante per politica estera e difesa (insieme a quella del belga Herman Van Rompuy a Presidente del Consiglio dei Ministri). Vediamo più in dettaglio alcuni aspetti di una scelta inaspettata e criticata.

Le maggiori perplessità sulla laburista Ashton, baronessa di Upholland, sono dovute al suo curriculum. Era infatti Commissaria al Commercio, ruolo in cui si è distinta per un accordo bilaterale firmato con la Corea del Sud. Dopo studi di economia e sociologia, ha intrapreso una carriera politica di apparato, nei ministeri di Istruzione, Affari istituzionali e Giustizia. Insomma, una nomina che ricorda quei governi democristiani la cui composizione dipendeva dal peso delle varie correnti e non dalle capacità personali.

Vista l’inesperienza in materia, alcuni funzionari temono che la Ashton non farà nulla senza l’avallo del Foreign Office, il Ministero degli Esteri inglese. C’è preoccupazione perchè il Regno Unito non aderisce all’euro nè agli accordi di Schengen, non è tra i paesi più euroentusiasti, rivendica un rapporto quasi indissolubile con gli Stati Uniti in politica estera; ora potrebbe trovarsi nella posizione ideale per influenzare la Pesc in un senso favorevole agli interessi britannici, compromettendone così la sovranazionalità.

Non sfugge poi che la baronessa di Upholland sia praticamente sconosciuta fuori dal suo paese. Non solo non “fermerà il traffico a Pechino e a Washington”, come si sperava che fosse in grado di fare il nuovo Alto Rappresentante, ma dal punto di vista dello spessore politico va a completare un vero e proprio “dream team della mediocrità” insieme ai suoi colleghi Barroso e Van Rompuy.

La sua nomina si inserisce in una tendenza tanto paradossale quanto preoccupante: le dimensioni geografiche ed economiche dell’Unione Europea crescono (27 stati che formano la prima area commerciale del mondo); al contrario il suo destino politico si ritrova nelle mani di soggetti che sembrano scelti per non infastidire le manovre private degli stati, o al massimo per agire da mediatori.

Quando la Comunità Europea affidò al Piano Delors il futuro della propria integrazione economica, pochi avrebbero scommesso sul suo successo. Era necessario il passaporto per andare a Parigi, si maneggiavano dracme o scellini per fare affari all’estero e ci si chiedeva se l’Italia sarebbe arrivata al crack. Uno scenario del genere sembrava immutabile, e invece il cambiamento si realizzò in pochi anni, perchè poteva contare sull’adesione ideale e politica dei principali leader continentali – François Mitterrand ed Helmut Kohl su tutti – che spalleggiavano l’ambizioso lavoro dei tecnici europei.

L’esperienza dunque ci fa ritenere possibile una riunificazione delle diverse politiche estere, come accadde per l’economia. Ma la scelta attuale non rivela una volontà in questo senso e dimostra che i leader hanno perso quello slancio. Dato che dovrà mettere d’accordo tante teste differenti, il basso profilo della prescelta non è necessariamente un male. La mancanza palpabile è il sostegno degli stati, che in un’occasione tanto importante confermano l’immagine di una coesione sempre più approssimativa.

Anche stavolta i Ventisette hanno deciso adottando la soluzione del minimo comune denominatore, cioè del disturbo più piccolo per gli ego nazionali; tuttavia non dobbiamo disperare prima di avere visto all’opera i protagonisti di un cambiamento che almeno sul piano istituzionale è davvero rivoluzionario.

E’ la prima volta che l’Alto Rappresentante ha a disposizione un mandato di cinque anni, accresciute risorse finanziarie, e la possibilità di coordinare la sua azione con quella degli altri organi UE. Non solo: “Madame Pesc” potrà contare sul nuovo servizio diplomatico comune, composto dall’ufficio Estero della Commissione (2000 persone) e del Consiglio (800), e da circa 2200 funzionari provenienti dagli stati membri. Spesso i progressi nell’integrazione europea sono avvenuti inaspettatamente, avendo come interpreti personaggi di secondo piano che hanno sfruttato al meglio l’occasione concessa. Il compito non è affatto semplice: speriamo che i nuovi dirigenti dell’Unione Europea sapranno stupirci in questo senso.

Infine, la nomina di Catherine Ashton costituisce un insuccesso della sinistra europea, a cui spettava decidere l’Alto Rappresentante. I partiti del PSE si sono trascinati in un continuo di divisioni e ripensamenti, senza mai trovare l’unanimità. I laburisti hanno abilmente sfruttato l’indecisione sul rosario di nomi sgranato ogni giorno, riuscendo a imporre il loro candidato mediante un accordo con i socialisti spagnoli, portoghesi, greci, sloveni e ungheresi.

Il pasticcio socialista

Il pasticcio politico sfornato dal PSE fa sì che l’unico esponente di sinistra tra i top jobs europei non goda di un consenso generale e provenga dal partito più in crisi: tra poco gli euroscettici tories torneranno al governo. In qualche mese la baronessa potrebbe perdere sostegno in patria e rischiare l’isolamento politico in Europa. La Ashton inoltre era nel governo che ha sostenuto l’intervento USA in Iraq (2002), e ha dimostrato delle convinzioni economiche più che liberali: la sua scelta sottolinea la debolezza del campo socialista nell’esprimere una visione particolare e originale dell’Unione Europea.

E a proposito di socialisti europei, non si può non spendere, a questo punto, qualche parola sulla mancata nomina di Massimo D’Alema, colui che sembrava il candidato favorito fino a qualche giorno prima (ne abbiamo scritto anche noi). Non ci interessa, tuttavia, addentrarci in analisi dietrologiche o azzardare ricostruzioni da film di spionaggio, sulle quali si esercitano da giorni i quotidiani italiani, bensì avanzare un’ipotesi, semplice, che serva da spunto per la riflessione.

L’ipotesi è questa: D’Alema non è stato nominato “Mr. Pesc” per varie ragioni, ma anche per il fatto che, in quanto esponente del PD, non è membro del Partito Socialista Europeo. Il PD, infatti, come noto, non ha una famiglia d’appartenenza europea: i suoi eletti fanno sì parte del gruppo «socialista e democratico» del Parlamento, ma il partito come tale non aderisce a nessuna formazione europea. Questo elemento, lungi dall’essere quella “marcia in più” che i provincialissimi politici nostrani credevano potesse giovare ad un PD che voleva ingenuamente sparigliare tutte le carte della politica continentale (do you remember l’immeritata fama di cui ha goduto la meteora centrista francese Bayrou nel nostro paese?), si è rivelato un grave handicap.

Perché mai il PSE (che ha già parecchi problemi, come si è detto) dovrebbe scegliere per un posto di grande importanza qualcuno che non ha in tasca la sua tessera? Da quando la politica funziona secondo altre regole? I socialisti, peraltro, fecero già generosamente eccezione per Prodi, presidente di commissione “in quota” socialista pur senza esserlo affatto: perché ripetere per un altro italiano? Ma le reazioni dal centrosinistra nostrano, divise fra lo stupore degli uni e il «ve l’avevo detto, io» degli altri, dimostrano una volta di più quanto poco si capisca o si voglia capire della politica europea. Ma, soprattutto, sono la spia della rimozione di un fatto indiscutibile: l’isolamento pressoché assoluto del nostro paese – non solo del nostro Governo – nell’UE.

La nuova irrilevanza italiana

A destra, lo sappiamo, una leadership completamente screditata ha impedito che la (forse legittima) richiesta di esprimere il presidente del Parlamento – nella persona di Mario Mauro, ciellino di Forza Italia e apprezzato vicepresidente uscente – venisse accolta dai dirigenti del Partito popolare europeo. E, azzardiamo una facilissima previsione, i portafogli che contano nella prossima commissione saranno appannaggio di Germania, Francia e Spagna e  non dell’inviato di Berlusconi. Ma se la destra piange, la sinistra non ride: partiti che cambiano continuamente nome e collocazione (senza mai esserne del tutto convinti) e che non fanno eleggere, se non raramente, personaggi di spessore al Parlamento di Strasburgo, non riescono a essere presi sul serio dai socialisti – che, pur attraversando momenti di difficoltà, sono orgogliosamente fedeli alla propria più che centenaria storia.

Invece di lamentarsi della cattiveria o, peggio, del “tradimento” del buon Martin Schultz, il quale non aveva e non ha deciso un bel nulla, perché i commissari li nominano (purtroppo) gli stati, i “democratici” nostrani farebbero bene a riflettere, una volta tanto seriamente, su che cosa vuol dire essere completamente ai margini dell’Europa che conta (in compagnia degli avversari del PDL). Sulla crisi complessiva di credibilità di tutta la nostra politica, della quale fa esperienza qualunque italiano all’estero che debba spiegare che cosa sono i nostri partiti (adesso ci toccherà “Alleanza per l’Italia”…) ai suoi attoniti interlocutori. Bisogna provare, anche in politica, a guardarsi con gli occhi degli altri: speriamo (ma un po’dubitiamo) che la lezione di questi giorni sia servita.

(Riccardo Pennisi e Jacopo Rosatelli)

4 commenti

Archiviato in Europa, sinistra

4 risposte a “Si chiama Ashton, Catherine Ashton

  1. Valerio Peverelli

    Piccola provocazione:
    con tutti i problemi che ha l’Europa, quello di chi ha il governo, o di quanto è forte e autorevole il governo, è il minore.

    Mi spiego, abbiamo allargato l’UE a “cani e porci”, di fatto facendo entrare molte repubbliche instabili, nazionaliste, arroganti, razziste in maniera semi istituzionale, ancora poco democratiche, e attratte dall’ingresso nella UE solo per due motivi: prestigio personale per il politico che ci riusciva, possibili vantaggi economici sul medio-lungo periodo.

    Pensate alle repubbliche baltiche, un problema enorme per la UE in quanto stanno “angariando” la loro minoranza russa (e, anche se tralasciassimo tutte le implicazioni morali, la Russia non è proprio l’ultima delle nazioni). Inoltre sono nazioni in cui i partiti di governo di tanto in tanto lodano le Waffen SS.
    Oppure pensate alla corsia preferenziale aperta per la repubblica greca di Cipro, con tutti i problemi che uno stato non riunificato, nato per scissione etnico religiosa, con enormi problemi irrisolti anche solo per ammettere le proprie responsabilità storiche nella sanguinosa pulizia etnica degli anni ’70. Ed ora pensate a cosa può voler dire questo per la Turchia (che non facciamo entrare perchè sotto sotto l’Europa ha paura dei mussulmani, se fossero cristiani e si vantassero di aver sterminato gli Armeni e di opprimere i Curdi sarebbero già entrati da un pezzo).
    Infine non dimentichiamo che le politiche concrete, di moti stati dell’Europa orientale ex comunista verso le minoranze Rom e Sinti si riassumono in “andatevene ad ovest”, con tutti i problemi che ne conseguono.

    Infine ci sono i politici euroscettici, nazionalisti, maniaci religiosi, (sotto sotto persino un po’ antisemiti) che governano la Polonia e che potrebbero presto governare l’Ungheria.

    In tutto questo casino, potenzialmente esplosivo, la UE non può fare nulla, anche perchè non abbiamo una “vera” costituzione, che come la storia insegna, può nascere solo con una costituente, o con un movimento collettivo e complesso, che coinvolga il popolo in senso ampio.

    Pensiamo all’Europa ancora come una pentarchia Italia+Spagna+ Francia+Germania+Inghilterra, mentre ormai quel mondo è finito, e il ridimensionamento dell’Italia (e della Spagna) che di quel gruppo era la potenza più fragile è inevitabile, perchè ormai il peso di ogni singolo paese va diminuendo, ed il peso dell’Europa occidentale va diminuendo ancora di più.

    Infine considerazione conclusiva, un ministro degli esteri che non ha alle sue spalle un ministro della difesa è un ministro degli esteri castrato. Che ci piaccia o no la politica internazionale si fa anche contando le divisioni corazzate e le portaerei nucleari, e la UE (che sulla carta è la seconda potenza mondiale, e di poco) quelle le lascia in mano agli stati. Basterebbe che gli stati membri non possano più entrare in guerra o inviare soldati oltremare senza il consenso della UE e avremmo una politica estera vera.

    Oggi ero in vena di provocazioni e sconforto, che non sia D’Alema il ministro degli esteri mi fa pure piacere (il Kossovo non si dimentica, né perdona).

    Valerio

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Valerio, grazie per la tua interessante “provocazione”.

      Non credo affatto che sia indifferente “chi ha il governo” o “quanto sia forte”, come tu sostieni. E lo dico proprio alla luce dei problemi che tu giustamente evochi: l’integrazione reale dei paesi dell’Europa centrale e orientale e il loro sviluppo democratico, l’eventuale allargamento alla Turchia, oltre che (aggiungo io) all’Ucraina o agli stati balcanici non ancora inclusi. Anche il rapporto con gli Stati Uniti, la Nato e molto altro: insomma tutto ciò che fa (o dovrebbe fare) dell’Europa un attore della politica mondiale.

      Chi dovrebbe occuparsene, se non il (presunto) Governo europeo? E il punto è: chi è che mena le danze? Gli Stati (e quali) o l’Unione intesa come “superiore unità”? La mera somma (frutto di un gioco di contrattazioni molto spesso poco intellegibile) delle politiche nazionali o un “di più” comunitario? Quali leadership per quali progetti, insomma?

      Un paio di ulteriori appunti. Non credo che il ridimensionamento del peso dell’Italia dipenda dall’inevitabile relativizzazione dell’Europa occidentale: non si spiegherebbe altrimenti come mai gli altri paesi della pentarchia che tu citi conservano un peso politico (che si riflette anche nella divisione dei posti) non indifferente.
      Sono, invece, d’accordo su quanto dici a proposito della difesa comune: bisogna andare nella direzione che tu auspichi.

  2. Riccardo Pennisi

    Caro Valerio, ti ringrazio anch’io per il tuo intervento che aiuta nell’analisi di un tema ormai complicato come un puzzle da 10.000 pezzi.

    Condividendo la risposta di Jacopo, volevo aggiungere solo un paio di cose:

    1) secondo me, l’Europa occidentale non ha ancora perso il suo peso politico nei confronti dei paesi dell’Est, che rimangono piuttosto divisi tra loro e abbastanza incapaci di assumere l’iniziativa. Finora, la loro attività nel campo europeo si è limitata al negoziato sui vari temi per ottenere vantaggi immediati. Gli stati orientali, che pure potrebbero, non hanno mai costituito un fronte comune con obiettivi politici precisi; finchè non lo faranno, resteranno facilmente gestibili dall’Ovest.

    2) Il peso di quella che tu chiami pentarchia non è diminuito, ma si è solo redistribuito al suo interno. C’è uno stato che ne ha fatto le spese: l’Italia; a vantaggio degli altri ma soprattutto della Spagna, che a livello europeo ha raggiunto nell’ultimo decennio un peso molto ragguardevole spesso grazie al disinteresse o all’incapacità dimostrata dai rappresentanti del nostro paese.
    Nelle ultime due Commissioni (Prodi/Barroso) la Spagna ha controllato la direzione generale per l’economia, prima con Solbes e poi con Almunia; negli ultimi dieci anni, Mr. Pesc è stato Javier Solana. Nella nuova Commissione, la Spagna abbandona l’economia in favore dell’altrettanto fondamentale DG concorrenza (sempre Almunia) più la vicepresidenza.
    Inoltre l’Italia ha praticamente abbandonato il suo impegno nella neonata Unione per il Mediterraneo, fondata nel 2007 insieme a Spagna e Francia, lasciando che questi due paesi programmino da soli un intervento comune proprio dove gli interessi italiani sarebbero prioritari.

    La politica estera italiana si commenta da sola. A parte l’intervallo di due anni, troppo breve per qualsiasi risultato, negli ultimi nove è stata monopolio di Silvio e co. Ma purtroppo non sembra che l’opposizione (?) abbia deciso di puntare, o almeno discutere, su questo tema, che spesso è addirittura percepito come uno dei punti di forza dell’attuale governo.

  3. Pingback: La debacle diplomatica europea | Italia2013

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