E invece Celli ha ragione

La lettera aperta di Pierluigi Celli a suo figlio tocca un nervo scoperto. In questo blog ne scriveva, ad esempio, Mattia Toaldo lo scorso 8 ottobre: l’Italia è diventato un paese dal quale andarsene? Dal «si salvi» al «se ne vada chi può»? Se siamo al punto nel quale persino un autorevole esponente della classe dirigente invita il proprio figlio a cercar fortuna altrove, vuol dire che ci siamo ridotti alla stregua di un paese del Terzo mondo, dove è regola che i rampolli della buona società vengano a formarsi e lavorare in Europa o negli Stati Uniti? Non lo so, probabilmente non ancora. Ma non è questo il punto, a mio giudizio.

Ciò che conta di più, se si prende sul serio la provocazione di Celli, è che, forse per la prima volta, una persona che ha ricoperto e ricopre incarichi di responsabilità e prestigio, un uomo “che conta” sul serio, uno dei manager più influenti dell’Italia democratica non-berlusconiana, abbia l’onestà di riconoscere il proprio fallimento. Al figlio, neolaureato capace e promettente, dice: «Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi». Capisco chi si sia arrabbiato leggendo la lettera, ma io penso che Celli abbia ragione. Nel dichiarare la propria sconfitta.

A prescindere dalla biografia specifica dell’autore, bisogna prendere la sua come l’ammissione di responsabilità di un membro dell’èlite “progressista” che si è “alternata” nella conduzione di questo paese (nel Governo o nell’amministrazione di grandi Enti fa poca differenza) con l’impresentabile cricca berlusconiana, dal fatidico ’92 in avanti. Gli anni dell’orribile Seconda Repubblica, costruita a suon di riforme elettorali e privatizzazioni. Gli anni del Maggioritario e del Mercato, gli idoli che hanno in un baleno sostituito l’ormai fuori moda duo Marx-Engels nei cuori di tanti (allora) giovani e promettenti dirigenti della già gloriosa sinistra italiana. Celli è stato uno di quelli che hanno condotto le danze, in questi anni. Uno di quelli che ha partecipato ai tanti esercizi di stile sulle “grandi riforme” che avrebbero “modernizzato” il nostro paese; che ha contribuito con le sue eleganti pennellate al michelangiolesco affresco dell’Italia nuova, finalmente “normale”, a cui hanno lavorato indefessamente i nostri “migliori” politici, celebrati dai più eleganti dei nostri cantori – magari dalle colonne della stessa Repubblica. Ora Celli dice: «io ho fallito, la mia generazione e la classe dirigente di cui sono parte ha fallito». E questo paese se cambia, lo fa solo in peggio. E’ onesto, a suo modo, nell’ammissione di una sconfitta. Nel nostro paese non capita quasi mai che chi perde lo dica apertamente.

Chi vuole coltivare ambizioni – afferma Celli –  e non vivere da frustrato (salvo rare eccezioni) deve andarsene, se può farlo. Proprio in nome del diritto alla speranza che Lorenza, nel post pubblicato ieri, molto giustamente, evoca. Le magnifiche sorti e progressive annunciate da maggioritari e privatizzazioni, da modernizzazioni e pragmatismi sono, semplicemente, non pervenute. Difficilmente, guardando alla miserabile Italia di oggi, una classe dirigente che ha coltivato tali sogni di grandezza e si è sentita investita di così alte missioni, può credere che fosse possibile un fallimento più fragoroso. Il «paese normale» vagheggiato anni fa da D’Alema, l’Italia aspetta ancora di diventarlo: per ora siamo, semplicemente, un film dell’orrore.

Se a Celli bisogna dare ragione, si deve, però, chiedergli di più: di chiamare per nome (e cognome) gli elementi di questo fallimento. Gli apprendisti stregoni che, posseduti da un machiavellismo all’amatriciana, hanno creduto di fare e disfare trame a loro piacimento con un partito nazistoide come la Lega considerato “costola della sinistra” e con un personaggio come Berlusconi nobilitato al ruolo di padre nobile di una nuova Costituzione. I fanatici visionari che, presi da una “furia del dileguare” indotta (forse) dai troppi cocktail assunti ai banchetti dei convegni di Confindustria, hanno cercato di minare ciò che ancora resta(va) delle grandi organizzazioni di massa del fu movimento operaio, in nome di nuovismi e modernizzazioni. I pataccari che hanno spacciato per grandi progetti quattro idee raccogliticce da parvenus del liberalismo (dottrina di cui non sanno nulla), non accorgendosi di mutuare idee e linguaggio dall’avversario politico. Impresari  senza scrupoli che hanno ingaggiato per le loro sgangherate compagnie fenomeni da baraccone – l’imprenditore “duro” e il sindacalista “molle”, la psichiatra omofoba e il generale pure, la giovane sconosciuta e il mezzobusto del TG –   spacciandoli per “società civile”. Impostori che ogni volta che pronunciano la parola “riformismo” fanno rivoltare nella tomba la buonanima di Turati al punto che tra un po’ resusciterà per implorarli di smetterla. Figli di imprenditori che fanno i predicozzi sulla meritocrazia. E molto altro ancora.

Un “paese legale” diventato specchio del peggiore “paese reale”, come era stato soltanto ai tempi del fascismo. In cui l’imbarbarimento non è stato riconosciuto, né capito e tantomeno adeguatamente combattuto da chi avrebbe avuto gli strumenti per farlo. In cui le intelligenze e le voci critiche (che per fortuna esistono e resistono ancora!) sono state emarginate, spente o trasformate in caricatura. O forse, più spesso, ignorate. In cui non c’è più un politico a cui interessi cosa dice un intellettuale. E, purtroppo, viceversa: ma cosa dicono i politici in Italia che non siano banalità (quando va bene) o latrati (quando va male, ossia più spesso)?

La classe dirigente “progressista” di cui Celli è (stato) parte ha un’enorme, storica, responsabilità, se l’Italia è diventato il paese volgare, violento, razzista, maschilista, incivile di oggi. Si potrà dire: ma il nostro è sempre stato un paese così. Forse. Ma la differenza la faceva la sensazione che potesse venire un giorno in cui “i nostri” potessero finalmente dire la loro. In cui all’altra Italia fosse concesso di mostrare il suo valore, forte del suo patrimonio culturale e morale. Adesso, è questo che manca. I rappresentanti di questa altra Italia hanno perso totalmente la loro credibilità, e l’unico fra loro a essersene accorto, ammettendo il proprio fallimento, sembra essere Pierluigi Celli. Altri lo seguiranno?

(Jacopo Rosatelli, Berlino)

9 commenti

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9 risposte a “E invece Celli ha ragione

  1. juhan

    Concordo in pieno (per quello che vale).
    Ma se i giovani fuggono tutti io che giovane non sono mi tocca rimanere qua con i berluscati e i leghisti: AIUTOOOOO!!!!11

  2. giulia bertolino

    >Beh, questa sensazione di furto generazionale io è un po’ che la provo. Ma fino a poco fa, avevo come la sensazione che alla fine, a un certo punto, ci sarebbe stato qualcosa che avrebbe rimesso le speranze in gioco. Si, quelle famose speranze di un mondo migliore, da migliorare.
    in fondo, questo, mi sembra, è ciò che caratterizza il progresso civile, e la tensione delle persone verso il vivere civile.
    tutto questo sembra sparito, sia dagli orizzonti individuali che collettivi.
    Dobbiamo forse rubare lo spazio (di speranza) che ci è stato rubato? rapinarlo? ci manca qualcosa per riprendercelo? non ce ne importa di averlo? a questo non so rispondere. mi aiutate a trovare una risposta?

    • Jacopo Rosatelli

      Cara Giulia,
      anche tu sai che Bobbio una volta ha detto: “Non ho nessuna speranza. In quanto laico, vivo in un mondo in cui e’ sconosciuta la dimensione della speranza”. Questo non gli ha mai impedito, da intellettuale, di impegnarsi per rendere il mondo che abitiamo più decente, meno ingiusto. E questo è sicuramente ancora concesso anche a noi (che purtroppo, però, non valiamo neanche un’unghia di Bobbio – oddio, parlo per me).

      Ma qui noi non parliamo del lavoro intellettuale, ma di politica. Ed è da questa che la dimensione della speranza è scomparsa (in Italia). E qui, a mio modo di vedere, sorgono i problemi: non credo sia possibile, a differenza che nel lavoro intellettuale,
      una “politica senza speranza”.

      Se non mobilita passioni e visioni del futuro, la politica non esiste: è pura amministrazione. E la “sinistra” maggioritaria italiana ha patito e continua a patire di questo male, a mio giudizio. (Quella minoritaria ne ha altri, gravi pure quelli – ma di questo un’altra volta).

      E quindi? Forse, cercare di animare, partecipare e sostenere tutto ciò che, nella nostra altrimenti imbarazzante politica, porti con sè un nuovo germe di speranza. Chissà, magari qualcosa come la prossima maniferstazione di sabato, il “No-B-day”. O molte altre iniziative locali – come il doposcuola per i bambini del quartiere multietnico di San Salvario di Torino, fatto da un circolo di Sinistra e Libertà (un partito che forse nemmeno esiste).

      Non confondendo mai, però, neanche in politica, le speranze con le illusioni. Io la vedo così.

      • Ruggero

        Jacopo, concordo con te al cento per cento.

        So benissimo di cosa parli quando ti riferisci al fatto che una politica senza speranza e’ solo amministrazione … e tutto sommato mi andrebbe anche bene, se fosse una buona amministrazione.
        Ma forse, un’amministrazione ha proprio bisogno di valori (ovverosia di speranze condivise) per essere buona.
        E torniamo al tuo punto di partenza.

        … Non ci resta che sperare ed in questo esercizio, speriamo anche di non scoprirci illusi.

        Battuta a parte, mi chiedo (e ti chiedo) quali potranno mai essere le speranze condivise dagli italiani, sulle quali poter fondare nuovi valori?

        Io proprio non lo so.

  3. Jacopo Rosatelli

    Caro Ruggero,
    fai la domanda da un milione di euro…
    Ci provo: una speranza condivisa dagli italiani (anche di destra, quindi) potrebbe essere sconfiggere sul serio la mafia (ricordi la stagione ’92/’93?). Un’altra rimettere in sesto il territorio, restituirgli la bellezza perduta. Poi, di vivere liberi dalle violenze (domestiche, per le strade…), che è cosa radicalmente diversa dal securitarismo razzista e totalitario di chi ci governa. E una quarta, infine, potrebbe proprio essere quella di rendere “la fuga dei cervelli” una libera scelta; e, magari, una scelta a disposizione non solo dei laureati figli di laureati (come siamo quasi tutti), ma di ogni cittadino di valore…

  4. Riccardo Pennisi

    Caro Jacopo,
    la mia speranza personale è che i partiti e gli uomini e le donne di sinistra trovino l’umiltà per unirsi a partire dalle cose su cui sono d’accordo – ad esempio non credo che nessuno di loro sia contrario ai punti che hai scritto tu. Poi, una volta affrontato questo programma comune, si discuterà delle differenze.

    La tristissima tendenza dell’ultimo ventennio è stata invece quella di trovare subito tutti i punti di disaccordo e dividersi di conseguenza. Spero che la drammacità della situazione attuale possa influire positivamente su questa sciagurata tendenza mentale.

    Riccardo

  5. Lorenza Della Santa

    Oggi – che coincidenza – e’ uscito il nuovo libro di Celli. Non aggiungo altro.

  6. alessandro coppola

    Dunque, ci sarebbero tante cose da dire. Condivido la macro-analisi di Jacopo: siamo in queste condizioni anche perche’ chi dovrebbe rappresentare la speranza – una pur laica speranza – e’ stato ostaggio negli ultimi anni dei propri ormai noiosi complessi psicanalitici sulla propria eredita’ comunista: sindrome da cui e’ dipesa il loro continuo prostituirsi con il circo barnum di chi doveva salvarli (imprenditori, banchieri, boiardi delle privatizzazioni, centristi senza idee, figli di papa’ che parlano di merito, etc.). Purtroppo, temo che almeno per i prossimi dieci anni la sindrome sara’ ancora all’opera: ora e’ arrivato il momento dell’Udc, a quel punto preferisco Fini…
    Ma al di la’ di questo, sono sempre piu’ convinto che tutti i nostri mali dipendano dal carattere a-democratico della nostra cultura nazionale diffusa. Abbiamo una costituzione davvero commovente e da 60 anni viviamo in liberta’, ma il popolo italiano e’ a-democratico: abbiamo orrore del dibattito, della competizione fra le idee, della valutazione dei risultati di una politica, di un gruppo dirigente, di un rappresentante sindacale, di un professore. Ergo: abbiamo abbastanza orrore del sapere e della sua autonomia, che e’ uno dei fondamenti di una democrazia ben funzionanate. E’ anche per questo che le universita’ e i partiti espellono i piu’ bravi. Certo perche’ sono generalmente luoghi assai noiosi, soprattutto per chi e’ curioso (che quindi non aderisce alla cultura della patella – resta li ad aspettare, arriva il tuot turno prima o poi – e se ne va), ma anche perche’ ad essere oggetto di persecuzione in questo paese e’ soprattutto il talento democratico: di chi crede nei fini di un’istituzione, di chi vuole discutere e capire, di chi se ne frega di questa selva di micro-posizionamenti opportunistici in cui questo paese e’ imbrigliato. In sostanza di chi si comporta come un vero democratico. Trovo che questa sia l’emergenza oggi: creare le condizioni in cui a prevalere siano i costumi democratici e non il grigiore opportunistico di un’Italia senza idee. Io ci provo nel mio piccolo e mi prendo anche delle soddisfazioni: ma alla fine del giorno, quando penso al mio futuro – che, purtroppo, non e’ assicurato da nessun patrimonio ereditato (altro ingrediente venefico del grigiore nazionale) – non posso che convincermi di dover continuare a mandare application per posti da professore o ricercatore in America. E’ paradossale, ma dopo che il mio paese ha speso per me decine di milioni di lire in istruzione pubblica e borse di studio – non dimentichiamo i progressi compiuti dalla Repubblica….- ora di me non sa che farsene (sono stato gia’ stato di fatto espulso dal mio dipartimento per eccesso di costumi democratici): allo stato delle cose ho piu’ possibilita’ di fare carriera accademica in America che in Italia….

    Ma anche se e’ dura, questo paese e’ anche nostro.

    • Jacopo Rosatelli

      MI sembra che Alessandro contribuisca ad arricchire il quadro interpretativo di quella che dobbiamo cominciare a chiamare “la questione italiana”.

      Lo seguo: quanti partiti di sinistra (o sindacati) hanno fatto e fanno congressi veri, aperti, in cui non si sappia fin dall’inizio chi vince? Quanti posti di responsabilitá sono davvero aperti alla competizione, a partire dal primo dei segretari delle sezioni di quartiere? Forse le primarie potranno cambiare qualcosa, non so…

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