L’Italia è il paese che amo?

C’era un tempo in cui i genitori redarguivano i propri figli nello spazio privato della famiglia. Un tempo in cui i ruoli erano ben definiti: ai figli quello di sognare  rivoluzioni e trasformazioni epocali,  mentre ai padri quello di frenare volontà, desideri e sogni magari ricercati ai quattro angoli del mondo.  Viene quasi da rimpiangerli quei tempi se oggi, oltre ai divorzi, sulle pagine dei giornali finiscono i dialoghi, o meglio i monologhi, di un padre al proprio figlio. Discorsi che assumono un tono surreale non solo per il luogo all’interno del quale si svolgono, ma, ed è ben più grave, per il contenuto di quella stessa missiva.

Insomma se alle turbe psicologiche tipiche della depressione di mezza età di un padre che nulla più dovrebbe chiedere alla vita, a cui anzi la società dovrebbe incominciare a chiedere qualcosa indietro, dovessimo dedicare qualche pagina di quotidiano, non staremmo qui a cantare la crisi dei giornali.

Ma c’è qualcosa di più profondo.

Non la boria di chi ha passato indenne, da boiardo di stato, stagioni politiche differenti, non la malafede di chi, solo un anno fa, scriveva che comandare è fottere, non la tranquillità di chi può ben consigliare al proprio figlio di rifugiarsi all’estero dall’alto del proprio conto in banca. Come se uscire dall’uscio del suolo patrio, bastasse a trovare una società più giusta. Certo, se andando all’estero si continua a frequentare lo stesso entourage che si frequentava nei circoli del tennis romani, l’abitante della banlieu parigina o del ghetto di Chicago non lo incontreremo mai.

Ma c’è qualcosa di più profondo. Ed è l’essenza della narrazione che Berlusconi ha im(pro)posto all’Italia da quindici anni a questa parte. Una narrazione di disincanto e menefreghismo, di disprezzo della politica e di elogio del privato. Che ben si adatta ad una società che è divenuta sempre più povera non solo di opportunità, ma di soldi e risorse e ricchezza.

In questi ultimi anni, centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze si sono seduti sugli spalti e sono divenuti spettatori della cosa pubblica, rifugiandosi all’estero, nel privato, nel volontariato e in tanti altri posti a cercare di mandare comunque avanti questo paese.

E l’humus all’interno del quale tutto questo è maturato è lo stesso che ha portato Berlusconi a vincere e Berlusconi ad essere odiato. L’incomprensione delle caratteristiche profonde della nostra società, delle sue ingiustizie e dei suoi punti di forza, tradotte in una mirabile vignetta di Stefano Disegni con l’espressione “atticismo militante”, non ha fatto altro che spianare la strada all’homo novus. Peccato che dietro la porta ci aspettava non il futuro ma il passato, non un leader ma un capetto, e non solo per la statura.

Ma finché al suo amore per l’Italia, contrapporremo il nostro disprezzo per questo paese, ho paura che il vento tirerà dalla sua parte. Perché il corto circuito è proprio questo. E tra l’amore e il disprezzo, pochi sceglierebbero il disprezzo. Perché l’amore, o meglio l’infatuazione, nasconde agli occhi di tutti la verità. La verità di un paese bloccato, di un paese che scende in ogni classifica internazionale, di un paese profondamente ingiusto.

Sgombrare il campo da lui, dal suo progetto, dalle sue idee. Che stranamente, per uno strano caso di eterogenesi dei fini, secondo me voluto, sono le stesse di Pierluigi Celli.

Far scendere da quei maledetti spalti i tanti che hanno scelto di essere solo spettatori di questa nostra società. Ecco la lettera che vorrei scrivesse mio padre. A quei tanti abbiamo offerto, a chi poteva permetterselo, di rifugiarsi all’estero, mentre a chi fosse rimasto in Italia, un paese che avremmo voluto normale, che normale non è e forse non deve neanche esserlo.

(Mario Castagna, Roma)

1 Commento

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Una risposta a “L’Italia è il paese che amo?

  1. Vero, verissimo. Ma c’è ancora voglia di lottare, di fare qualcosa.
    “A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?”

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