Il Pd e il No B Day

Domani sarà il “No B Day”. Questa manifestazione contro il governo organizzata da cinque sconosciuti è stata capace di mettere in profondo imbarazzo il principale partito di opposizione. Nata su facebook quasi come una provocazione, accanto a gruppi come “Parla con… la Sora Lella” e “Maphia Wars”, in meno di un mese ha raggiunto le centinaia di migliaia di adesioni tra i singoli cittadini e le associazioni, in Italia e all’estero. Tanti consensi sono spiegabili dall’esasperazione con cui molti cittadini italiani vivono (o meglio subiscono) il terzo governo Berlusconi.

Quello che non si capisce è perchè il Partito Democratico, davanti a una tale voglia di esprimere dissenso e di non rassegnarsi, abbia reagito con distacco, fino alla decisione ufficiale di non partecipare. Uno scrupolo che non ha sfiorato altre forze politiche.

Con questo rifiuto ci sembra che i democratici abbiano perso un’occasione, sia per colmare la distanza crescente che sembra separarli dalla società – che ha partecipato alle primarie sì massicciamente, ma con uno stato d’animo da “ultima spiaggia” – sia per chiarire una buona volta qual è il loro vero progetto politico.

1. Una parte della società italiana è più difficilmente inquadrabile nel blocco sociale che sostiene il centrodestra e che costituisce il perno della sua azione politica e culturale. Vi troviamo sia l’Italia delle differenze (donne, giovani e in particolare studenti, immigrati), sia l’Italia delle conoscenze (professioni che hanno a che fare con la cultura, la formazione e la ricerca). Categorie attive che avrebbero però bisogno di un contenitore che coagulasse le loro potenzialità e le rendesse più centrali e influenti. Invece, le forze di questo particolare pezzo di paese sono bloccate in eterni dibattiti sui crocefissi, le ronde, i trans e i processi, e le sue speranze di cambiamento sono spesso minime.

2. E’ dunque urgente, urgentissimo, che il PD come centro di opposizione al berlusconismo si occupi di rimediare a una tale emergenza culturale e si proponga come un riferimento convincente per questa parte di opinione pubblica che al momento ha una certa capacità di mobilitarsi (lo ha già dimostrato la manifestazione per la libertà di informazione) ma non un’adeguata rappresentanza politica. Una risposta superficiale e contraddittoria, come quella dei vertici del partito in questi giorni (Livia Turco “questa cosa è un regalo alla destra”; Rosy Bindi “se non fossi presidente del PD andrei”) rischia al contrario di dare un messaggio inquietante: ci interessate poco, voi e il vostro impegno. Ai girotondini di piazza San Giovanni nel 2002 invece, Piero Fassino aveva offerto “tutto l’entusiasmo dei DS”.

3. Dal punto di vista politico, il comportamento dei democratici è altrettanto ambiguo. Se prima delle primarie si poteva spiegare con la mancanza di una dirigenza definita, adesso le ragioni sono più misteriose. Nel PDL si assiste alla vera e propria “rivoluzione della parola” avviata dalle sortite di Fini: in un partito in un certo senso totalitario, che decide dall’alto temi e strategie e non tollera dissidenza, finora nessuno era stato autorizzato a dire che esiste un altro modo di intendere parole come democrazia, laicità, immigrazione. Una novità che ha fatto emergere, oltre alla rabbia del capo e dei suoi colonnelli, anche tanti interrogativi sull’effettiva compattezza e capacità di durata della maggioranza e del governo.

4. Di fronte a questo scenario i dirigenti del PD accentuano alcuni loro vizi dei 15 anni passati: a forza di parlare di “forza di governo” hanno dimenticato come e quando si fa opposizione. Oggi come nel 2002-2003 questa viene in sostanza delegata ad altri soggetti: gli appelli e le petizioni contro le leggi-vergogna li fa Repubblica, gli scioperi contro la politica economica la CGIL; alla Costituzione ci pensa Napolitano, alle manifestazioni addirittura gli utenti di Facebook. E invece un grande partito d’opposizione può fare molto altro.

5. Il prossimo weekend il PD ha promesso di organizzare iniziative in mille piazze italiane contro il governo Berlusconi. Buona idea, perchè serve anche quello per mobilitare e convincere il Paese: ricordiamoci sempre che l’80% della popolazione si informa solo attraverso la TV e non basta parlare solo al restante 20%. Ma non era meglio che questa iniziativa fosse parte di un percorso che portava ad una grande manifestazione di piazza? E perchè invece dichiarare che questa “aiuta Berlusconi”? Davvero un partito così grande non poteva scendere in piazza con una sua piattaforma?

6. Ma non di sola mobilitazione si vive. Un partito serve, come suggerisce la parola stessa, ad organizzare una parte di società. Il PD ha un’idea confusa di quale sia la sua parte e poi fatica ad organizzarla e rappresentarla. Il fatto che ci sia Berlusconi dall’altra parte non ha aiutato: si sa che alla fine una buona fetta di chi vi si oppone finirà per votare l’opposizione, qualunque essa sia. E però l’opposizione non si fa solo in piazza: altrimenti nei primi anni 2000, tra girotondi, movimento sindacale e movimento per la pace Berlusconi sarebbe caduto. Serve un partito che chiede sedute straordinarie del parlamento (la costituzione lo permette) per esempio sulla crisi economica o sulle dichiarazioni del pentito Spatuzza sulla responsabilità del Presidente del Consiglio nelle stragi di mafia. Serve un partito che, a suon di interrogazioni e denunce, fa saltare gli affari sporchi della maggioranza, demolendo la rete di relazioni che la tiene su. Serve, infine, un partito che al momento giusto sa sfruttare le contraddizioni interne alla maggioranza per farla cadere, come fece il PDS nel 1994.

Serve un partito che organizzi e costruisca il consenso, e mai come negli ultimi 2 anni ne abbiamo sentito la mancanza.

(Riccardo Pennisi e Mattia Toaldo)

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