E il settimo giorno si riposò

Una recente notizia, all’apparenza minore, merita di essere richiamata alla memoria, per rifletterci un po’su. E per farlo proprio in tempo di forsennato shopping pre-Natalizio. Lo scorso martedì 1 dicembre, la Corte Costituzionale federale tedesca (Bundesverfassungsgericht) ha dichiarato contraria alla Costituzione (Grundgesetz) una legge della città-stato di Berlino che consente l’apertura dei negozi nelle quattro domeniche dell’Avvento. La Legge fondamentale tedesca, infatti, afferma esplicitamente (nell’Appendice in cui sono incorporate parti della vecchia Costituzione di Weimar, art. 139) che la domenica e le altre festività riconosciute vanno legalmente protette come «giorni del riposo e dell’elevamento spirituale (Tage der Arbeitsruhe und der seelischen Erhebung)».

I giudici, consapevoli di vivere in una società secolarizzata  e in uno stato laico, hanno scritto nella sentenza che anche obiettivi del tutto privati come «la semplice quiete, la riflessione e lo svago», vanno interpretati come forme di elevamento spirituale: non solo l’andare a messa, per capirsi. Il ricorso era stato promosso dalle Chiese, sia evangelica che cattolica. A difendere la propria legge, il Governo della città-stato, formato dalla SPD e dalla Linke: una coalizione che più di sinistra non ce n’è. Strano, a volte, trovarsi dalla parte che non ti aspetteresti, ossia quella delle Chiese contro un governo di sinistra.

Ma non c’è dubbio che, con tale decisione, la Corte costituzionale abbia reso giustizia allo spirito di Berlino – bellissima soprattutto per i suoi spazi vuoti, per il suo buio,  per i suoi ritmi contenuti, per le forme di abitare alternativo, per i flâneurs che ancora (unica fra le metropoli europee, forse) la attraversano, per i tantissimi bambini che giocano nei suoi giardini –, in qualche modo “tradito” dal suo rossissimo Governo cittadino. Ma non è di questioni tedesche, che qui si vuole parlare. La sentenza ci sembra importante perché offre il destro per pensare a possibili terreni d’incontro reali fra una sinistra di ispirazione socialista e cattolici progressisti in un paese come l’Italia, dove su questo nodo si gioca molto del futuro del Partito Democratico – e di riflesso della società tutta. (E magari, per una volta, per fare meglio dei tedeschi). In che senso? Analizziamo brevemente il significato della pronuncia della Corte.

1. I giudici tedeschi affermano, in ultima analisi, dando ragione alle Chiese, che gli interessi del consumatore devono cedere il passo di fronte a quelli, di rango superiore, del lavoratore. E che la tutela del riposo del lavoratore va fatta nel nome della sua dignità di persona, alla quale nessuno deve negare il tempo per la propria vita spirituale, intesa nel senso chiarito sopra. La dignità che si concretizza nel godere di un tempo non solo liberato dal lavoro, ma anche qualificato: non il tempo dello shopping, ma quello dell’«elevamento spirituale». Ma, si dirà: è paternalismo! Ognuno non sarà libero di fare ciò che vuole del proprio tempo libero? E poi: è contro il libero mercato! Se c’è una domanda di chi vuole comprare, perché impedire l’offerta?  E infine: è contrario ad una società multiculturale difendere la domenica! Perché non anche il venerdi o il sabato?

2. Obiezioni non peregrine, certo. Ma i giudici del  Bundesverfassungsgericht ci invitano a tenere in conto di questo: il significato fondamentale del giorno del riposo sta nel fatto che la comunità tutta (o, per non apparire organicisti diciamo: la società) deve potersi simbolicamente ritrovare insieme in quel momento. Detto altrimenti: ciascun cittadino ha diritto di vivere insieme agli altri il giorno del riposo. Il senso del giorno, insomma, sta nel fatto che lo si viva insieme, perché ciò gli attribuisce una qualità diversa da quella di mero “giorno libero” (che infatti spendiamo regolarmente per le nostre commissioni). Insomma: il mio riposo (e svago) ha bisogno non del lavoro dell’altro, ma del riposo (e svago) dell’altro. Certo, fatti salvi alcuni specifici lavori, da quelli di pubblica utilità a quelli legati all’ambito ricreativo-culturale (che andrebbero, entrambi, valorizzati ben di più). Ma comprarsi le scarpe non è né di pubblica utilità, né ricreativo-culturale. E il fatto che il giorno sia la domenica, poi, non è discriminatorio, ma favorisce l’integrazione delle persone di altre confessioni (o, come chi scrive, di nessuna), proprio perché quel giorno è stato completamente secolarizzato: l’elevamento spirituale non è appannaggio solo di chi va in una chiesa cristiana. Aiuterebbe a superare i problemi delle società multiculturali, se ogni gruppo si riposasse in un giorno diverso, in nome dell’appartenenza religiosa?

3. Sì certo: dietro le idee dei giudici tedeschi c’è un giudizio di valore. E dietro queste idee c’è un ancoraggio a principi, come quello personalistico. E di principi, non solo di asettiche regole, è fatta, per fortuna, una Costituzione: tanto quella tedesca quanto quella italiana. E lo stesso vale per la politica. Non si deve aver paura di dire, a mio giudizio, che la libertà di consumare va – per un giorno la settimana! – subordinata alla libertà del commesso o della cassiera di poter stare con i propri cari, con gli amici, o anche soli a leggere un libro. Perché è di loro, soprattutto, che si parla: dei soggetti “socialmente più deboli” (come ormai, purtroppo, si usa dire), che devono sottostare alle spesso disumane “leggi del mercato”.

4. Insomma, la Corte costituzionale tedesca non ha peccato di organicismo conservatore, a mio giudizio. Ha affermato che la libertà della commessa del negozio di scarpe di poter riposare la domenica è una di quelle libertà “negative” di fronte non allo Stato, ma ai poteri dell’economia, su cui spesso richiama l’attenzione un grande giurista come Luigi Ferrajoli. Ed è alla libertà di quelle persone che dovrebbe pensare una sinistra che si rispetti. Una libertà “pensata socialmente”, tenendo conto, cioè, non solo degli impulsi dell’individualismo possessivo, ma anche di quelle relazioni fra le persone che devono poter avere il tempo per svilupparsi.

5. La “politica dei tempi”, questo relitto! Chi lo sa, forse riflettendo su questa sentenza il PD potrebbe ricavare spunti per diventare il luogo d’incontro di cattolici e laici sulla difesa dell’individuo «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» (art. 2 Cost. italiana), e non sui crocefissi da appendere nelle scuole. E nemmeno sulle “lenzuolate” liberalizzatrici (ricordate?), frutto del genio di una classe dirigente che non ha saputo trovare di meglio, come orizzonte di senso della propria politica, del fare aprire negozi ovunque, a qualunque ora, in qualunque giorno.

(Jacopo Rosatelli)

6 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, economia, Europa

6 risposte a “E il settimo giorno si riposò

  1. alessandro coppola

    aderisco e rimando a un racconto fra il serio ed il faceto del trionfo del diritto allo shopping nel mondo nuovo http://www.rassegna.it/articoli/2009/11/30/55530/gli-americani-ricascano-nel-consumismo

  2. Matteo Salvetti

    Caro Jacopo, come non essere d’accordo! da un punto di vista strettamente sindacale tuttavia, l’opposizione alle aperture domenicali e in determinati giorni festivi dell’anno ci ha portato a subire gravi sconfitte. Troppi gli interessi in ballo, troppe le paure tra i dipendenti, che pure in base al contratto nazionale avrebbero diritto a non essere presenti al lavoro a Pasquetta, Ferragosto, 25 aprile e 1 maggio. Spesso i datori di lavoro agitano lo spauracchio della crisi, spesso sono i lavoratori più giovani, meno sindacalizzati, assunti a tempo determinato e senza carichi familiari ad accettare di buon grado il lavoro domenicale per incrementare i profitti nel breve e brevissimo termine, inconsapevoli di creare danno all’intera categoria dei lavoratori del commercio. C’è una cultura del consumo dominante, come scrive Sygmund Baumann in “Consumo, dunque sono” (Laterza). Recentemente a Cracovia ho avuto modo di vedere il primo supermercato aperto 24 ore su 24. Tutti i reparti, dalla cassa al bancone salumeria,erano permettamente attivi anche alle dieci di sera. Arriveremo a tanto anche in Italia?
    Penso che non si possano aspettare azioni sindacali, che, come detto, finora non hanno portato a grand risultati, ma che debba essere la politica a farsi carico del problema.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Matteo, grazie per il tuo contributo!
      Penso tu abbia ragione quando dici che l’azione sindacale, pur fondamentale, non può bastare; e, a volte, nemmeno la politica, come dimostra il caso tedesco. Ancora una volta, sono le Corti costituzionali a garantire, in ultima istanza, i diritti delle persone, laddove gli ambiti menzionati hanno le armi spuntate.
      Bisognerà riparlarne: ci restano davvero solo i giudici?

  3. Andrea

    Non ci restano solo i giudici, e non è vero che dev’essere lo Stato a farsi carico del problema, soprattutto perchè allo stato (notare la minuscola) non interessa minimamente.
    Vogliamo cambiare qualcosa? Tiriamo fuori le PALLE e organizziamoci per fare qualcosa.
    Se non ci aiutiamo noi stessi, chi ci aiuta?

    Andrea

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Andrea,

      non riesco a vedere la contrapposizione tra “noi” e “lo stato” e non condivido il richiamo maschilista alle “palle” (caro a Berlusconi).
      Se quello che sostieni è che l’azione politica dei cittadini può servire a cambiare le cose – e che quindi non bisogna aspettare che sia qualche giudice a darci ragione – sono perfettamente d’accordo.

  4. I like this weblog very much, Its a very nice place to read and
    get info. “Repetition does not transform a lie into a truth.” by Franklin D.
    Roosevelt.

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