Il futuro (migliore) che cresce nel presente

L’Italia di oggi inizia alla fine degli anni ’70. Oggi ha trent’anni e un po’ si illude di continuare a farcela nonostante tutto. E’ nel 1978 che Silvio Berlusconi fonda Telemilano, il primo pezzo del suo futuro impero televisivo. Negli stessi anni comincia ad affermarsi il “modello italiano” di uscita dalla crisi economica di quel decennio. Un modello che ha avuto vari cantori, tra cui certamente Giuseppe De Rita, sociologo e fondatore del Censis. Oggi è lui stesso a parlare di un modello in crisi. Ma non è detto che sia una cattiva notizia: a volte, e forse oggi è uno di quei casi, il futuro si intravede già in alcuni piccoli fenomeni del presente.

1. Il “modello italiano” è stato soprattutto quello del “capitalismo molecolare”: una miriade di medie e piccole imprese, spesso familiari, che nascevano anche nella “terza Italia” che si estendeva dalle Marche al Nord-Est. Con la “ristrutturazione” di quegli anni le grandi imprese tagliavano posti di lavoro al loro interno per delegare parte delle loro produzioni verso la dimensione “molecolare” dell’economia: meno garanzie, più illegalità e precarietà, costi più bassi. Il “modello italiano” però prevedeva anche altro. In primo luogo, tutto si basava sul sommerso e sul “nero”, veri meccanismi di elasticità del sistema: ci si poteva sempre auto-ridurre le tasse per compensare i cali del reddito o per vincere la competizione globale. Ancora oggi per molti professionisti è quello il vero welfare: si pagano meno tasse sui pagamenti che si incassano per compensare la lentezza e l’inaffidabilità di quelli che non si riesce ad incassare. In secondo luogo, il sistema si reggeva sulla famiglia che sostituiva sia il welfare che lo Stato: in termini di prestazioni e, a volte, di fedeltà. In terzo luogo, il “modello italiano”santificava la dimensione locale: come motore dello sviluppo economico (i famosi distretti), come luogo della coesione sociale e di piccola assistenza anche informale. Questa era la faccia vincente del “modello”: le tradizionali debolezze italiane trasformate in (o presentate come) elementi di forza della nostra economia. Ma c’erano anche altri aspetti deteriori e per capirli bisogna leggere non solo De Rita ma anche Crainz (abbiamo già parlato del suo “autobiografia di una nazione”).

2.  Il “modello italiano” si basava su un patto sociale più o meno esplicito: alle imprese era permesso il “nero” e il sommerso, alla politica la trasformazione della corruzione in sistema, ad una parte del Paese la mutazione dell’organizzazione criminale in impresa criminale. Il caso dei rifiuti industriali in Campania è l’esempio più limpido (si fa per dire): lo smaltimento illegale praticato dalle eco-mafie è parte del sistema economico del nord “molecolare” ed è garantito da una politica compiacente che usa il sistema come terreno di pascolo per le sue clientele e il suo finanziamento. In secondo luogo, l’Italia “molecolare” ha sempre meno dimensione collettiva. Declinano le grandi narrazioni e con loro il voto di appartenenza: cresce invece quello di scambio. Dal 1979 aumenta senza sosta l’astensione elettorale. Dagli anni ’80 non si fanno più riforme che allargano il welfare, semmai lo Stato diventa dispensatore di prebende alle singole “molecole”: un favore ai dipendenti pubblici qui, un condono là, un privilegio o una mancia da un’altra parte ancora. Non a caso, e questo è il terzo elemento deteriore, la parola “riforme” cambia significato: non più volte a soddisfare un bisogno sociale (come era stata la riforma della scuola media unica negli anni ’60) ma tutte concentrate nella “riforma del potere” come la chiama De Rita. La politica accetta di non trascinare più la collettività e si occupa molto più che in passato di se stessa: leggi elettorali, rapporti tra i poteri, immunità.

3. Questo modello oggi però è in crisi. Silvio Berlusconi, pur essendo un imprenditore tutt’altro che “molecolare”, è stato l’icona del “modello italiano”: l’idea di essere “padroni di se stessi” a prescindere dallo Stato, dalle norme, dalle responsabilità verso la società. Le sue politiche, e soprattutto le politiche economiche ideate da Giulio Tremonti, hanno assecondato il capitalismo molecolare, indebolendo o finendo di distruggere tutte le istituzioni che potevano rappresentare altro: la magistratura, la scuola, l’università, il servizio sanitario universale, i principi costituzionali. Il Censis dice che sono proprio le specificità del “modello italiano” ad aver reso la nostra crisi meno dura delle altre. Un assunto tutto da dimostrare perché si basa sull’idea che l’Italia non sia stata danneggiata più di tanto dalla valanga. Forse De Rita non si è fatto un giro su via Tiburtina, tra tutte quelle imprese piene di striscioni contro i licenziamenti. Oppure dimentica di guardare con attenzione alle statistiche sulla disoccupazione che non includono le centinaia di migliaia di persone in cassa integrazione (quando sei in CIG sei ancora formalmente dipendente della tua vecchia azienda e quindi “occupato”).

4. Oggi il modello è in crisi per esaurimento delle scorte. L’ “assalto allo Stato” da parte di imprese, classe politica e organizzazioni criminali iniziato a metà degli anni ’60 oramai ha ben poco da saccheggiare. Le casse sono vuote, le famiglie allo stremo, i risparmi mangiati dal carovita, dalla precarietà e dai tagli striscianti a quel poco di welfare che era rimasto: è lo stesso Censis, per esempio, a dire come i tagli alla spesa statale per la farmaceutica pesino in gran parte sui cittadini più poveri. Il capitalismo molecolare che prima prometteva lavoro e benessere a tutti oggi è arroccato a difesa ringhiosa dello status quo. La globalizzazione non permette di sopravvivere ai Paesi privi di vita e cervello collettivi. L’uscita dalla crisi attuale richiede qualcuno che governi gli spiriti animali, in Italia più selvaggi che altrove proprio per la fine della capacità di mediazione politica e per la crisi dei soggetti intermedi. Oggi come nel 2002-2003 Berlusconi è in crisi perché è in crisi l’Italia che lui rappresenta. Prima se ne accorge chi gli dovrebbe fare opposizione e meglio è.

5. Ci sono poi elementi positivi, non solo di resistenza ma anche di avanzata, che sono estranei al vecchio “modello italiano”. E’ questo “il futuro che cresce nel presente” per usare proprio le parole di De Rita. Ne elenco alcuni, solo a titolo di esempio: la crescente internazionalizzazione di chi ha meno di 40 anni; l’esplosione della comunicazione orizzontale e dei social network che attaccano il monopolio della TV; il nuovo, ancorché embrionale, settore dell’economia verde e di qualità; la tradizione oramai radicata di mobilitazione e associazionismo civici; la rottura culturale tra la generazione del millennio e quella del novecento. Chi si è fatto una passeggiata al “No B Day” forse ha notato un po’ di questi fenomeni. Se sono ancora allo stato grezzo è anche perché nessuno finora si è incaricato di interpretarli, organizzarli, farli crescere culturalmente e dargli rilevanza sociale. Ma non è ancora troppo tardi.

(Mattia Toaldo)

4 commenti

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4 risposte a “Il futuro (migliore) che cresce nel presente

  1. Riccardo Pennisi

    caro Mattia,
    io tirerei in ballo il anche il “lavoro autonomo” come caratteristica fondamentale del modello italiano nell’ultimo trentennio. La sua parabola è del tutto simile a quella delle pmi molecolari che descrivi.

    1) Questo settore, cresciuto in 30 anni parallelamente alla chiusura delle grandi industrie, ha goduto degli stessi benefici del patto sociale di cui parli al punto 1 e 2. Gli è stato permesso evadere e usare l’evasione come welfare. Anche questo settore ha costruito la sua sicurezza attorno a una dimensione familiare, dalla quale spesso derivava quella dei dipendenti (e non dallo stato), in cui non sono inclusi i sindacati e in cui la responsabilità e la dimensione sociale sono ridotte al minimo. E’ uno dei riferimenti politici più netti dei governi di centro destra attuali, ma lo è stato anche per il PSI di Craxi; gli autonomi ricambiano votando massicciamente Pdl. Infatti, insieme alla piccola imprenditoria, il lavoro autonomo nel discorso politico del centro destra è stato sempre un punto di riferimento esaltato e paragonato all’improduttivo lavoro dipendente – riferimento del csx. E anche in pratica i vari governi Berlusconi hanno premiato gli autonomi con politiche (o non politiche: come nel caso del laissez faire sugli aumenti di prezzi post introduzione dell’euro) favorevoli, orientate a una redistribuzione generale del reddito in favore di questo settore, che è riuscita.
    Questa è una delle ragioni del profondo radicamento e della tenuta elettorale del centro destra in Italia.

    2) Effettivamente la decadenza delle grandi industrie e del settore pubblico è stata comune a tutti i paesi capitalisti. Ma solo in alcuni, come l’Italia, è stato chiaramente favorito da una parte politica che lo ha usato come fonte di legittimazione e ne ha ricevuto reciproco vantaggio. Ad esempio in Francia, lo stesso processo ha originato un grande sviluppo di una nuova economia di servizi (banche e assicurazioni private, ipermercati, intrattenimento), mentre l’importanza delle pmi e del lavoro autonomo – non favoriti dalla tassazione – è rimasta stabile e limitata.
    Ma ora la crisi presenta un conto severo: da un lato, lo stato non ha più risorse per permettersi troppa indulgenza fiscale, ma soprattutto la redistribuzione del reddito che è avvenuta ha portato a una lenta e inesorabile crisi dei consumi, che tocca più di altri un settore che negli ultimi anni non ha sentito la necessità di innovare; dall’altro, proprio gli elementi positivi che citi tu al punto 5 vanno nella direzione contraria alla conservazione di questo microcosmo economico così caratteristico del sistema-Italia attuale.

    Riccardo

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