L’Italia del 12 dicembre

Quarant’anni fa, a Milano in piazza Fontana, cominciava la «strategia della tensione»: lo afferma non solo una consolidata storiografia, ma anche una sentenza giudiziaria, quella che si deve al lavoro di Guido Salvini. Oggi il dovere civico ci impone di ricordare le persone innocenti assassinate per realizzare un disegno politico che mirava a provocare una svolta autoritaria, o comunque una violenta rottura degli equilibri costituzionali, allo scopo di fermare l’ascesa delle sinistre: i sedici che perirono nella Banca dell’Agricoltura e il diciassettesimo, il ferroviere anarchico Pino Pinelli, che volò dal quarto piano della Questura di quella città. Ma ricordare oggi la prima «strage di Stato», le sue vittime, e la storia dei depistaggi orditi ad ogni livello per impedire l’accertamento della verità, deve condurci, soprattutto, a porre una domanda: che cosa resta dell’Italia del 12 dicembre 1969 nell’Italia di quarant’anni dopo?

La domanda potrebbe anche essere formulata così: ci siamo liberati dei «poteri occulti» che hanno insanguinato per più di un decennio il nostro paese, da piazza Fontana alla strage del rapido 904 del dicembre del 1984? O, per dire meglio: ci sono ancora le condizioni perché poteri di simile natura – fuori da qualunque controllo democratico, criminali, violenti – agiscano nel nostro paese?  Forse si potrebbe rispondere che la prima di queste condizioni non c’è più, per fortuna. Ci riferiamo alla guerra fredda e al delicato equilibrio del terrore che reggeva le sorti del mondo bipolare in quella fase storica: l’Italia non è più un paese geopoliticamente importante, con il più grande partito comunista dell’Occidente al quale andava a tutti i costi impedito di prendere parte al Governo della Repubblica. Da noi non si gioca più alcuna partita strategica fra grandi potenze contrapposte.

Eppure, la sensazione di vivere del tutto liberi dall’inquinamento dei poteri occulti non ce l’abbiamo. Forse si giocano partite minori, piccole beghe di cortile che non interessano a nessuno al di fuori dei nostri confini: ora le bombe «che contano» scoppiano in Iraq o in Pakistan. Ora tocca agli innocenti di laggiù. Eppure, il vizio di giocare a carte truccate non sembra scomparso, malgrado la posta in gioco non sia più della stessa trascendenza.

Guardiamoci attorno. Ci sono carabinieri che spiano illegalmente politici di primo piano, li ricattano e sanno di poter contare su qualcuno che possa, magari, un giorno, pubblicare foto compromettenti. Ci sono persone che hanno accesso ad uffici giudiziari e inventano “informative” in grado di creare terremoti politico-mediatici nei quali finisce coinvolta persino la Conferenza Episcopale. Insomma, nell’Italia del 2009 ci sono ancora i dossier, gli spioni, le notizie che si inventano. Ci sono serrature forzate, persone morte in strane circostanze, minacce telefoniche. Forse non ci sono più interi apparati deviati: ma qualche organo qua e là è rimasto. Forse non c’è più un disegno strategico, ma un piccolo cabotaggio che serve a sopravvivere, a vincere un’elezione, ad evitare una condanna per sé o un amico, a mettere nei guai un avversario. Certo, la polizia non è più fatta di questori che, quasi senza eccezione, erano in servizio già durante il fascismo, come era quarant’anni fa. Eppure, conosciamo libri (Acab di Bonini, ad esempio) che ci dicono di quanto sia precaria la coscienza democratica di una parte di poliziotti e carabinieri.

Azzardiamo un’ipotesi, allora. Se un «potere invisibile», di qualunque forma (anche apparentemente di minore dimensione), ancora trova lo spazio per riprodursi, trasformarsi ed agire, vuol dire che non ci abbiamo mai  fatto sul serio i conti. Vuol dire che da qualche parte è ancora vivo un tumore che alcuni hanno combattuto, i più hanno ignorato (magari solo per viltà), ma altri hanno opportunisticamente tollerato e utilizzato, confidando nei suoi effetti devastanti. Vuol dire che la nostra classe dirigente ha, come minimo, sottovalutato il problema del «criptogoverno» sul quale insisteva, ad esempio, Norberto Bobbio nel suo fondamentale Il futuro della democrazia.

Caduto il muro, finita la guerra fredda, bisognava avere la forza e il coraggio di estirpare le erbacce, senza avere paura di scoprire che magari  avevano radici più solide del previsto. O, magari, che qualche illustre dirigente democristiano aveva saputo e taciuto. Non per forza bisognava farlo in un’aula di tribunale e non per forza bisognava mandare qualcuno in carcere: forse sarebbe stata sufficiente una «commissione per la verità e la riconciliazione» sul modello di quella sudafricana del dopo-apartheid. Sì, perché con alcuni dei tanti (non certo ideatori ed esecutori materiali – ma i dirigenti politici che hanno saputo e taciuto) che in quegli anni hanno avuto una parte in queste vicende, perché convinti di difendere la libertà dal comunismo sovietico, ci si può forse persino, in un certo modo, «riconciliare». Di fronte, però, ad un’ammissione piena di responsabilità.

Ma se non si è fatto nulla o quasi, evidentemente non si è capito che, dietro la domanda di giustizia e di verità dei parenti delle vittime di quella terribile stagione di stragi (che, per fortuna, continuano a lottare e a fare un lavoro molto prezioso – come testimonia il sito reti-invisibili.net), c’è una delle questioni cruciali sull’identità del nostro paese e sullo stato di salute della sua Costituzione. La quale, infatti, ci risulta che, purtroppo, non se la passi molto bene. Una ragione in più perché il ricordo di quarant’anni fa sia soprattutto una domanda, ostinata, formulata al nostro presente.

(Jacopo Rosatelli)

7 commenti

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7 risposte a “L’Italia del 12 dicembre

  1. Valerio Peverelli

    Ciao

    La “commissione per la verità e la riconciliazione” è quasi un esigenza prioritaria per quesato paese. Il fatto che i mandanti, e quasi sempre gli esecutori, di un certo tipo di strage e delitto politico siano rimasti impuniti e, in molti casi, ignoti, è un problema macroscopico per il nostro paese.

    Inoltre il tasso di impunità totale o relativa diventa imbarazzante se ci si avvicina al potere e agli organi dello stato, a prescindere se si considerano gli anni ’60, Genova nel 2001, oppure uno stadio.
    Un poliziotto violento non viene ancora percepito come un problema da “estirpare” pubblicamente e alla svelta per il bene della polizia. Sembra solo una figuraccia da coprire, con vergogna magari, ma in silenzio.
    (Ho ancora negli occhi le brutte scene di ieri, vicino a corso Cernaia qui a Torino, con 2 cariche quasi a freddo sul corteo degli studenti medi)

    Aggiungerei che non ci vuole molto a modificare la legge sul segreto di stato, inserendo un limite temporale preciso e limitato (10, 15 anni al massimo). Trovo scandaloso che alcuni eventi, accaduti magari nel 1989 o nel 1994, non l’altro ieri, siano ben descritti in documenti coperti dal segreto di stato, che nessuno studioso (oltre che magistrato, curioso o cittadino) può leggere, così come accade ancora per molte carte che sarebbero utili per fare chiarezza su Ustica (30 anni fa!).

    Se ne parlò con il primogoverno Prodi…….

    • Jacopo Rosatelli

      Concordo, in particolare sul fatto che la violenza della polizia non venga percepita, innanzitutto, come un problema da risolvere per il bene della polizia stessa. A mio giudizio, le “difese di apparato” basate sul silenzio e non sulla verità sono sempre sbagliate e, alla lunga, pericolose proprio per gli apparati stessi.

  2. Mox

    Esprimi preoccupazioni del tutto lecite, a cui la cronaca recente ne aggiunge altre. In questi giorni è stato mandato un messaggio (a reti unificate, si potrebbe dire) riguardante il processo a Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa: il governo del Paese sarebbe “appeso alle dichiarazioni di Spatuzza”, prontamente smentite (che sorpresa!) da un boss mafioso che NON collabora con la giustizia, ma in cui l’imputato Dell’Utri ha ravvisato un profondo e autentico pentimento (e, viste le sue frequentazioni, non dubitio che sia piuttosto esperto in materia). Quello che i telegiornali spesso dimenticano, è che Dell’Utri è stato già condannato in primo grado, ben prima della testimonianza di Spatuzza. Che è da verificare e da prendere con cautela, senz’altro, ma che non aggiunge nulla di nuovo a quanto scritto nella sentenza di primo grado e nelle richieste di archiviazione delle indagini sui “mandanti occulti” delle stragi del ’92-’93: cioè che i rapporti tra Berlusconi e Cosa Nostra (tramite Dell’Utri) risalgono almeno agli anni Settanta, che si sono consolidati negli anni Ottanta con lo sviluppo dell’impero televisivo, e che nella fase convulsa del crollo della prima repubblica quei contatti sono stati riattivati. Siamo ancora lontani dal momento in cui la magistratura e gli storici faranno piena chiarezza su quel periodo, ma possiamo già affermare che la nascita del nuovo sistema politico sulle ceneri del vecchio è stata accompagnata da un’intensa attività di poteri occulti, di cui la trattativa tra “pezzi di Stato” e Cosa Nostra è un esempio. Ci si indigna perché le sorti del governo e la reputazione del Paese sarebbero legate alle parole dei pentiti, ma forse bisognerebbe preoccuparsi di più del fatto che molti, nella classe dirigente, abbiano un passato inconfessabile, e che la loro ricattabilità possa essere ancora oggi un fattore di inquinamento della vita democratica.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Mox, grazie per il tuo contributo. Trovo molto giusto tutto quello che dici, ma fammi aggiungere una breve postilla (forse inutile), che non va assolutamente interpretata come critica ai tuoi argomenti.
      L’esperienza dei processi ad Andreotti (finiti in modo “assolutorio” solo fino ad un certo punto, come sappiamo, ma comunque non con delle condanne) credo ci abbia insegnato che il giudizio politico su una persona e la politica che rappresenta debbano potersi fondare anche autonomamente dagli esiti dei processi, dai quali, comunque, non bisogna certo prescindere – come suole fare la destra berlusconiana. A tale proposito, ricordo articoli molto lucidi di Peppino Di Lello sul Manifesto di quei giorni.
      Insomma: anche se non fosse confermato dalle parole di nessuna Corte d’Assise, il fatto che la mafia abbia prosperato anche grazie alla corrente andreottiana non sarebbe “meno vero”.
      Lo dico, ripeto, non per criticarti, ma per richiamare “la politica” (leggi: le nostre opposizioni) a non rinunciare ad uno spazio di giudizio e iniziativa autonomi.
      (E, aggiungo en passant, per affermare che l’equivalenza condannato-ineleggibile non è una regola assoluta: in primo luogo per la funzione rieducatrice della pena e perchè dipende se si è condannati per l’occupazione di una casa o per mafia. Anche di questo non dobbiamo dimenticarci…)

  3. emiliano urciuoli

    Caro Jacopo,
    condivido per intero la diagnosi del problema da te sollevato e il sentimento che la muove, ma non la terapia. Non solo, ma nel rileggere il tuo articolo, ho la netta sensazione che il rigore stesso con cui hai svolto l’analisi ti avrebbe dovuto condurre a una valutazione esattamente opposta delle possibilità di sbocco della questione. In breve, ho l’impressione che tu sia caduto nello stesso errore concettuale – l’unico, a mio modesto parere – compiuto da Giovanni De Luna nel suo recente e pregevole “Le ragioni di un decennio”: nessuna “ammissione piena di responsabilità” tramite alcuna «commissione per la verità e la riconciliazione» in stile sudafricano è possibile in un Stato, la cui biografia politica, come dici tu stesso, non ha cessato di segnalarsi per un uso sproporzionato e per questo democraticamente lesivo del suo “potere invisibile”, la cui storia istituzionale è stata a lungo segnata da una significativa continuità di uomini, mezzi e strutture di potere rispetto al regime fascista, ma soprattutto – ed è questo il punto a mio giudizio decisivo – la cui storia giudiziaria testimonia di una persistente omissione di responsabilità civile, di un’ininterrotta abitudine all’opacità procedurale e di un sistematico rifugio nel silenzio omertoso quelle poche volte in cui avrebbe avuto modo di rendere conto delle pagine più oscure della sua vicenda repubblicana. In fondo, la soluzione extra-giudiziaria sudafricana è stata resa possibile dal fatto che la caduta di un regime segregazionista ha consentito alle “vittime”, finalmente rappresentate nel nuovo governo e nelle istituzioni, di mettere i “carnefici” alla sbarra della storia, della memoria e della coscienza. Da noi alcun passaggio di mano istituzionale, e di conseguenza alcuno scambio di ruoli, di posizioni e – perchè no – di rapporti di forza si è mai prodotto tra le molte riconosciute vittime e i chissà quanti, ancora misteriosi, carnefici. Lo Stato che, processando e condannando, riconcilia può mai essere lo stesso che deve essere ancora processato, condannato, riconciliato? Allo Stato italiano si può forse chiedere di riconciliarsi con se stesso?

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Emiliano, la tua critica è interessante e molto utile. Provo a risponderti, ma convinto del fatto che la discussione non possa esaurirsi in poche battute.

      Nel post scrivo che caduto il muro si sarebbe dovuto procedere in quel modo, perchè allora, forse, ce ne sarebbero state le condizioni. Forse, un’iniziativa del genere avrebbe ancora potuto prenderla il primo Governo Prodi, l’unico che ha potuto vantare, negli ultimi anni, un livello di legittimazione politica e morale adeguato ad un’iniziativa del genere. Il disegno antidemocratico degli stragisti era stato già, per fortuna, battuto; la guerra fredda era finita; e gli eredi del PCI erano per la prima volta al governo: una situzione ideale per prendere l’iniziativa, secondo me. In un certo senso è una situzione che – mutatis mutandis – assomiglia al “ribaltamento” fra vittime e carnefici di cui tu parli. (Il discorso sarebbe molto più complesso, sia chiaro!)

      Esaurite pressochè per intero le strade della giustizia ordinaria, la politica avrebbe potuto quindi muoversi, promuovendo (al posto della Bicamerale, ad esempio…) un esperimento simile alla commissione sudafricana, invece di dare seplicemente per persa – o per dimenticata – la faccenda. Ma trovo che gli ex democristiani di sinistra e gli ex comunisti siano (stati) eccessivamente reticenti sul tema, troppo presi dall’ansia di “guardare avanti”.
      E fare i conti con il passato avrebbe voluto dire, allo stesso tempo, “sporcarsi le mani” con il marcio che i nostri apparati (non tutti, sia chiaro) ancora conservano. Marcio che nel ’92/’93 è stato, probabilmente, attivo nelle stragi di quel biennio.
      Insomma, il mio rimprovero va soprattutto alla classe dirigente di centrosinistra, che è stata troppo timida o distratta: certo non mi aspetto che possa essere la destra a-costituzionale che ci governa ora a farsi carico di tale problema.

      Infine. Forse è vero che il paragone con la commissione sudafricana è improprio, ma voglio insistere su un punto. La “riconciliazione” che io ipotizzo è, non da ultimo, un modo per fare emergere il potere occulto di cui parlo; per combatterlo, ma in un altro modo, dato che le vie ordinarie della giustizia mi sembrano ormai chiuse – anche perchè i protagonisti di quegli eventi sono quasi tutti scomparsi o molto anziani.
      Certo, come tu giustamente dici richiamando i “rapporti di forza”, la condizione perchè ciò possa avvenire è che i responsabili ancora in vita (o chi conserva la loro memoria) sentano “il fiato sul collo” di un’opinione pubblica e di una classe dirigente, mature e democratiche, per le quali il discorso non è chiuso. Condizioni che, ora, non sembrano esserci più in modo sufficiente.

  4. Riccardo Pennisi

    Caro Jacopo,
    sono convinto che da un’analisi rigorosa sul nostro passato (e presente, naturalmente) non possa prescindere la ricostruzione istituzionale e culturale di cui ha bisogno il nostro paese. E che spero di vedere presto, prima che mi decostruisca io stesso andando avanti così.

    Negli anni ’70, il partito comunista aveva capito che alcuni settori nodali per qualsiasi democrazia, come polizia e magistratura, avevano bisogno di un'”aspirina democratica” e aveva favorito la creazione al loro interno alcune associazioni, chiamate appunto Magistratura e Polizia Democratica, per far entrare un po’ d’aria fresca in istituzioni i cui quadri, come ricordi giustamente tu, si erano formati durante il fascismo.

    Ma il PCI non c’è più, mentre la parte infetta degli apparati dello stato non si è curata da sola, come tanti per convenienza speravano e credevano. E’ invece più attiva che mai: proprio come commentavi, mentre il primo governo Prodi era l’unico con la legittimità morale di intervenire, credo che l’attuale offra invece un’irripetibile possibilità, a questi corpi estranei alla democrazia, di invadere lo stato, di percorrerlo tutto, di mangiarselo (como ratas).

    All’uso che sapremo fare delle libertà costituzionali e al rispetto dei diritti che pretenderemo, l’occasione di estirparli.

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