Ieri a Milano

No, in Italia oggi non c’è la guerra civile e quello che è successo ieri a Milano non è un “gesto di terrorismo” come lo ha dipinto il Ministro Umberto Bossi. E’ un gesto violento e dunque deprecabile e mai giustificabile. Però questo Paese ha vissuto davvero periodi di violenza politica e deve saper distinguere: oggi non c’è nulla di paragonabile alla strategia della tensione degli anni ‘70 o alle più recenti stragi di mafia.

“Siamo sull’orlo del baratro quando si consente che si odi e che si criminalizzi una persona, passare dalle parole ai fatti il passo è breve”. Sono le parole del Ministro della difesa, responsabile tra l’altro del controllo dei Carabinieri e quindi di una parte dell’apparato repressivo dello Stato. Evidentemente anche lui ha letto le cronache locali dei giornali italiani dell’ultimo anno e mezzo, con le decine di aggressioni contro omosessuali e immigrati. Lì sì che c’è stata una criminalizzazione delle future vittime.

Massimo Tartaglia, l’aggressore di ieri, non è un terrorista ma una persona in cura per problemi psichiatrici. Per quel che sappiamo oggi, non ha nessun collegamento con strutture “eversive”, non frequenta organizzazioni politiche dell’opposizione, non ha mandanti politici. Sembrerebbe un caso di follia contro un personaggio famoso.

Invece, abbiamo già sentito e continueremo a sentire nei prossimi giorni un refrain già ascoltato ai tempi dell’omicidio Biagi alcuni anni fa: le critiche al Capo hanno armato la mano dei terroristi. La strategia nei prossimi giorni sarà più o meno questa: schiacciare qualsiasi critica, qualsiasi simulacro di opposizione sul gesto e sulla figura folle di Massimo Tartaglia. Non si farà differenza tra chi presenta una mozione di sfiducia contro un sottosegretario accusato di concorso esterno in associazione camorristica e chi, armato di statuetta del Duomo, aggredisce fisicamente Silvio Berlusconi.

Si afferma come verità assoluta l’esistenza di un clima di odio politico che non c’è per poi giustificare l’equazione tra opposizione e facinorosi, delegittimando ogni possibilità di critica. Basta leggere non le dichiarazioni degli esponenti della maggioranza ma l’editoriale di oggi del maggiore quotidiano italiano:

“È la degradazio­ne dell’avversario a nemi­co da abbattere. Non la lotta politica, anche accesa, che assume le forme di una competizione leale tra schieramenti che si riconoscono reciprocamente legittimità. Ma la versione primitiva della politica come simulacro della guerra civile. Questa versione sta dominando la politica italiana con un crescendo di ostilità che sfiora la guerra antropologica tra due Italie che si odiano, incapaci di parlarsi.”

Una non-verità, se ripetuta più volte e da angoli apparentemente diversi, diventa vera. Questa è la regola applicata da molti anni dalla destra italiana. Ecco perché le parole di Di Pietro sono sbagliate: perché accettano l’idea che ci sia un “clima di odio”, semplicemente addebitandone la colpa a Berlusconi.

L’aggressione di ieri può portare a due cose. La prima, più inquietante, è che sia un pezzo della creazione di uno “stato d’eccezione” come lo avrebbe chiamato con ammirazione il filosofo Carl Schmitt: il “clima da guerra civile” sarà dipinto come un’emergenza che giustifica una certa sospensione dello Stato di diritto. E invece oggi più che mai va difesa la Costituzione, il libero dibattito e la possibilità di fare opposizione.

La seconda possibilità è che l’aggressione di Massimo Tartaglia sia l’ennesima occasione per non occuparsi del dramma di milioni di persone che, lentamente ma inesorabilmente, scivolano verso la povertà, la disperazione, la paura. Sarebbe questo, oltre alla violenza perpetrata, un altro motivo per disprezzare l’aggressore.

(Cecilia D’Elia e Mattia Toaldo)

3 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, destra

3 risposte a “Ieri a Milano

  1. alessandro coppola

    Non credo siano possibili regimi d’emergenza o cose del genere. Mi fa sorridere, pur amaramente, il solo parlarne. La genialita’ del capo sta proprio nell’essersi dimostrato capace di sospenderle nelle menti degli italiani, senza dover ricorrere a noiosi provvedimenti, peraltro quasi impossibili a prendersi dentro l’Unione Europea. Ad essere certo e’ pero’ che questa cosa sara’ utilizzata in tutto il suo potenziale per fare quello che giustamente dite voi: annientare ulteriormente l’opposizione. Che in questo momento, almeno sulla scena mediatica sono Fini e Casini. Del PD si sono perse le tracce (sembra sempre di piu’ un partito della quarta repubblica francese, vi ricordate la SFIO?). Non a caso ieri, il vicedirettore di Feltri ha gia’ detto che ‘i mandanti morali sono il signor Fini ed il signor Casini’. Quasi testuale, ve lo assicuro. Dovrebbe esserci qualcuno che all’opposizione ‘istituzionale’ di Fini e Casini aggiungesse un’opposizione politica: nel senso di parlare di cosa vediamo noi nel futuro di questo paese. Ma dagli ex-comunisti che dirigono il Pd solo balbettii, ragionamenti circolari incomprensibili, formule consunte, ridicoli appelli a non si bene chi e cosa. Tranne eccezioni. Alle idee abbiamo rinunciato da tempo, ma un buon ufficio stampa almeno potrebbero trovarlo.

  2. Jacopo Rosatelli

    Il vostro articolo è impeccabile. Condivido in pieno.
    Grazie per averlo scritto: bisogna difendersi dalla ciarlataneria di chi ricicla ad ogni buona occasione formule trite e ritrite (“i cattivi maestri”, etc…) e finge di non capire la differenza tra il terrorismo (che la sinistra italiana ha sempre fieramente combattuto – spesso da sola) e il gesto violento di uno psicolabile. O fra la violenza “politica” di chi aggredisce omosessuali e stranieri (o di chi “da sinistra” tira i bulloni ai sindacalisti che comiziano) e la, pur pericolosa, azione di un pazzo isolato contro un uomo politico. Ma anche dall’irresponsabile avventatezza e ignoranza di un Di Pietro, che finisce, come giustamente dite, per aderire in pieno al discorso dominante.
    Sembrano banalità di buon senso: ma non per l’Italia di oggi…

  3. Francesca

    Condivido il commento.
    Trovo pericoloso e fuorviante il continuo agitare lo spettro dell’odio politico facendone una spiegazione buona per ogni situazione: dall’aggressione di uno psicolabile, alle sentenze della Corte di Cassazione. Sono vissuta nella convinzione che la politica sia soprattutto la capacità di mediare per raggiungere il migliore risultato possibile in vista del bene comune. Anche se, devo constatare con una certa amarezza, il dibattito politico assomiglia sempre più al Processo di Biscardi e lo spazio pubblico assomiglia sempre più all’arena di una corrida. Mi sembra, peraltro, che il circolo vizioso della politica si alimenti di un gioco di rimando per cui i linguaggi e i metodi di interazione tendono ad assomigliarsi (come dite giustamente Di Pietro funziona da amplificatore di Berlusconi).
    Ho difficoltà a identificare una strategia che ci aiuti a uscire da questa risacca. Forse ricominciare a pensare alle persone, ai loro redditi, alla loro salute, alla qualità del loro lavoro, alle opportunità di occupazione, alle condizioni reali della vita quotidiana delle persone normali e alle prospettive che si offrono alle ragazze e ai ragazzi italiani. Una vera banalità!

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