Italia 2009: disfare futuro

Il 2009 è stato caratterizzato da eccezionali eventi su scala mondiale: una crisi economica senza precedenti, un’accelerazione del passaggio dall’economia del petrolio a quella delle fonti rinnovabili, una generale rimodulazione delle relazioni internazionali. La capacità di rispondere adeguatamente a queste sfide è decisiva per il modo in cui ogni paese affronterà il prossimo decennio. Che bilancio possiamo fare dal punto di vista dell’Italia?

L’anno della crisi globale. Nel pieno di un ciclone che ha colpito ovunque, e i cui effetti nefasti sull’economia reale non si sono ancora attenuati, l’Italia si è distinta per il suo particolare approccio alla crisi. Inizialmente la colpa è stata attribuita ai giornali di sinistra, rei di giocare al pessimismo; di fronte alle cifre, la versione ufficiale è diventata, la crisi c’è, ma noi stiamo messi meglio degli altri; nell’ultimo mese, secondo l’esecutivo, la crisi è ormai alle spalle.

Mezzo milione di disoccupati in più (soprattutto giovani e donne), un saldo annuale di ventimila attività chiuse e un PIL che cala del 4,6% dimostrano l’assurdità di questa tesi, resa possibile anche dall’inazione di un’opposizione che non si è occupata seriamente del tema, in piazza in parlamento. Se è vero che alcuni paesi (Gran Bretagna, Spagna) hanno subito una recessione peggiore, l’Italia ha evitato il peggio soprattutto grazie all’alta propensione al risparmio delle famiglie. Poteva essere l’occasione giusta per mettere mano agli aspetti più negativi del nostro sistema.

Per esempio, l’evasione fiscale: l’Irlanda in pochi anni l’ha ridotta del 90%. Investire i soldi recuperati nell’istruzione e la ricerca sarebbe un ottima scommessa sul futuro: come in Francia, dove i ricercatori non passano le feste sui tetti: il nuovo piano decennale della formazione di quel paese li definiscemissionari della nazione”. Si poteva tentare di rendere più efficienti i servizi esistenti, invece di sovvenzionare progetti pubblicitari, come la nuova Alitalia o l’Alta Velocità, dieci volte più care dei loro concorrenti low cost. Oppure, impegnarsi contro il declino sociale e demografico: la Spagna, paese dalwelfare familiare forte come il nostro, comunque incoraggia con bonus la nascita di un figlio e progetti di reinserimento per disoccupati. Con cento deputati di vantaggio sull’opposizione, qualche riforma era possibile. Ma l’esecutivo ha preferito fare cassa nel modo più irresponsabile: maxi sconto agli esportatori illegali di capitale che si pentono, privatizzazione dell’acqua, svendita del demanio, progetto di affidamento ai privati della protezione civile. Il tutto, tacciando di antiitaliana e disfattista qualsiasi voce contraria a questi provvedimenti, che scansano tutti i problemi e rendono più iniquo e precario il nostro futuro economico.

L’anno della svolta verde. L’inevitabilità del cambiamento climatico e la necessità di ridurre l’impatto dell’uomo sul pianeta sono stati ufficialmente accettati dalla classe politica mondiale. Il vertice di Copenaghen è stato un fiasco, ma è pur sempre un progresso se paragonato a Kyoto: otto anni fa Stati Uniti e Cina si rifiutavano addirittura di ammettere il problema. Le energie rinnovabili hanno visto una ulteriore crescita nel 2009, non solo in Germania (leader mondiale dell’energia solare) e Spagna (tra un anno il suo fabbisogno energetico notturno proverrà tutto da fonti pulite), ma anche negli USA, in Medio Oriente e in Nord Africa.

L’Italia, favorita per posizione naturale nello sfruttamento del vento, del sole e del calore, rischia di perdere anche questo treno. Il governo infatti ha ostacolato un settore tanto promettente: all’inizio dell’anno, gli incentivi all’istallazione privata di impianti rinnovabili, decisi da Prodi, sono stati conservati solo dopo un braccio di ferro durato mesi (e già ridotti per il 2010); inoltre, l’unico piano energetico elaborato dall’esecutivo punta sulla costruzione prima di dieci, poi di cinque e infine di quattro centrali nucleari di terza generazione (in Francia il 30% di questo tipo di impianti sono ormai guasti).

Oltre ai privati, sono state le regioni a puntare sull’economia verde: alcune, come Puglia e Lazio, hanno seguito il tradizionale impegno di Emilia e Trentino, inaugurando un piccolo boom locale. Una centrale eolica o solare entra in funzione in qualche mese, e grazie alla ricerca è sempre meno cara: sono imprese private italiane e straniere a vincere gli appalti. L’Enel preferisce puntare su una fonte davvero rivoluzionaria: il carbone. E mancano politiche serie per cambiare le abitudini: i cittadini francesi pagheranno nel 2010 una carbon tax che penalizzerà il consumo di gas e benzina; i bonus nostrani incentivano le auto nel paese più motorizzato del mondo. Dunque, si rischia di soffocare un settore industriale che rappresenta una via d’uscita dalla crisi perchè genera occupazione e, per una volta, produce una redistribuzione di risorse favorevole alle generazioni future (che userebbero energia più pulita e meno costosa).

L’anno delle nuove relazioni internazionali. I rapporti tra gli stati così com’erano negli ultimi dieci anni sono stati davvero cambiati dall’elezione di Obama. Gli Stati Uniti hanno ricucito con la “Vecchia Europa”, e stanno tentando un nuovo approccio nei rapporti col mondo arabo, espresso dal discorso del Cairo. La Cina, seguita da India e Brasile, si conferma come attore globale di primo piano, mentre è finalmente entrata in vigore la Costituzione europea.

L’Italia sembra rimanere al di fuori di questi processi. E’ sempre più isolata in Europa, dove il peso politico nei vari organi comunitari è ormai irrisorio: siamo comunque convinti che gli europarlamentari Salvini, Zanicchi, Gardini, Mastella, Sassoli, De Magistris, avranno fatto del loro meglio a Strasburgo. Inoltre, se prima l’arrivo di Berlusconi nelle capitali europee era visto solo con leggero imbarazzo, e le stravaganze tollerate (come il” ad Angela Merkel da dietro un lampione), negli ultimi mesi, dopo la riapertura dei processi e gli scandali, i premier europei vivono con terrore la possibilità di un incontro con il loro omologo italiano: l’ultimo a cui è toccato questo onore, Zapatero, è stato letteralmente massacrato dai media al ritorno in patria. Al congresso del Partito Popolare Europeo, venti giorni fa, il nostro premier ha ribadito di “avere le palle”; nonostante ciò, nella nuova Commissione l’Italia ha ottenuto un ruolo di secondo piano (trasporti) e la possibilità di ottenere Mister Pesc è sfumata.

Viste le porte chiuse in Europa, non è mancata una certa fantasia sullo scenario globale. Obama in dodici mesi ha dedicato appena due ore alla nostra diplomazia, di fronte a un ben diverso rapporto con Francia, Germania, Spagna. Giusto il tempo di assicurarsi un maggior impegno in Afghanistan, forse perchè aveva creduto alle parole di Berlusconi (“presto torneranno 500 soldati”) e Bossi (“la missione a casa entro Natale”) dopo l’attentato di settembre. Impegni di cui naturalmente l’opposizione non ha chiesto conto; i soldati saranno 1140 in più. Sistemati USA e UE, gli affari esteri italiani sono stati coronati da tre perle: l’accordo col filo-talebano Gheddafi (4 miliardi di euro in cambio di un controllo maggiore sui clandestini; en passant, il dittatore libico ha comprato il 25% della tv araba di Berlusconi). Il viaggio in Russia del premierquello della finta tempesta di neve mentre il re di Giordania lo aspettava a pranzo a Roma, senza nemmeno avvertire Frattini. La visita ufficiale in Bielorussia da Lukashenko, ultimo dittatore d’Europa, che in sedici anni di potere non aveva mai ricevuto un capo di stato occidentale, riempito di elogi per il sostegno popolare alle ultime elezioni (truccate). Sembrano barzellette, ma sono le relazioni internazionali del nostro paese.

Il nostro augurio per il 2010 è quello di un rapido ritorno alla realtà, da parte di una classe politica impegnata da un lato nel mantra dell’odio e dell’amore, e dall’altro in ridicole manovre di bottega. Più questo ritorno sarà rinviato, più il conseguente impatto sarà duro e drammatico, più complicato sarà offrire una prospettiva sensata al paese.

(Riccardo Pennisi)

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