Tra l’incudine veltroniana e il martello dalemiano

In giorni nei quali emerge l’ennesima “emergenza” su un tema delicato e decisivo come l’immigrazione e il suo sfruttamento schiavistico nel sud governato delle mafie, la “sinistra” politica italiana discute dell’alleanza con l’Udc in vista delle prossime regionali e oltre. «Sì, no, dove, come, perché». Vinciamo il senso di rifiuto immediato che ci provoca la sproporzione tra i problemi reali del nostro paese e le trame del Palazzo, e proviamo anche noi a capire qualcosa in più di queste ultime e ad avanzare un’ipotesi di interpretazione.

1. La vicenda può essere vista come l’ultima puntata di un duello, quello tra D’Alema e Veltroni, che iniziò quando chi scrive questo articolo era tra le ultime classi delle medie e le prime delle superiori. Da una parte il “nuovista” Walter che guardava all’America, ai partiti leggeri, all’abbandono della socialdemocrazia e, in seguito, ad un certo plebiscitarismo. Dall’altra Massimo “il partitista” che credeva nei partiti, nelle alleanze, nel socialismo europeo. Veltroni e D’Alema si contendono da una ventina d’anni scarsa il controllo del fu PDS-DS e ora PD sulla base di, parlando genericamente, un’idea “nuovistica” contrapposta ad una “tradizionale” del gioco politico.

2. Ecco: si contrappongono su un’idea del “gioco politico”, altrimenti definibile tattica, ma (quasi) mai  su idee. Entrambi, infatti, sulle scelte di fondo in politica sociale, economica, estera sono sempre stati dalla stessa parte: di solito criticando il sindacato per il suo conservatorismo, pontificando sulle cosiddette “riforme” (parola-chiave della neolingua della politica italiana di oggi), avallando le guerre umanitarie, e non emozionandosi mai troppo su diritti civili e ambiente. Uno ha più a cuore l’Africa, l’altro la Palestina: cause nobili entrambe, ma un po’ troppo “della domenica”. A parte queste due “cause” certo non cruciali nel loro agire politico quotidiano qualcuno può ricordare una sola campagna politica che si possa associare a queste due figure come, tanto per fare un esempio, la riduzione delle tasse con Tremonti e Berlusconi?

3. L’ultima puntata del duello si è svolta con il recente congresso del PD. Ha vinto Massimo con, tra le altre cose, un’idea precisa di politica delle alleanze: allargare il centrosinistra a Casini e all’Udc. In teoria, un’idea giusta: se devi battere un avversario forte, e tu sei troppo debole per fare da solo, devi cercare alleati alla tua causa. Certo, negli altri paesi democratici di solito i politici cercano di conquistare consensi, di vincere la battaglia delle idee, di aggregare pezzi di società. E’ quello che, al servizio di idee sbagliate, fa da molti anni il cuore “nordista” della destra italiana: quello di Tremonti, Brunetta, Bossi, Sacconi. Nel centrosinistra no: o si va da soli (nel burrone) oppure si gioca a sommare i propri voti (sempre di meno) con quelli degli altri, sempre più diversi e lontani da noi. La politica delle alleanze non è il complemento della politica ma è il suo sostituto.

4. La nuova alleanza con l’Udc è stata, proprio per la natura di chi l’aveva concepita, perseguita a prescindere dai contenuti e delle persone: ecco perché tutto quel tempo perso nel Lazio ed ecco il grande pasticcio pugliese (o Veneto, ma di questo si parla meno). Il nuovo centrosinistra con Casini aveva un unico scopo dichiarato: battere Berlusconi. Forse l’avete già sentita. Anche noi. La differenza col passato è che Casini è un uomo forse perbene ma moderato: è stato con Berlusconi dalla prima ora, è rimasto con lui (pur borbottando) per un’intera legislatura fatta di leggi ad personam, Bossi-Fini e legge 30. Poi ne è stato emarginato soprattutto per ragioni di potere (non voleva entrare nel PDL) ed è diventato un “diversamente concorde” che esprime posizioni molto condivisibili sulle questioni costituzionali e, talvolta, anche su temi come carceri e immigrazione. E’ abbastanza per governarci insieme o forse dovrebbe essere solo un partner per le riforme istituzionali?

5. Proviamo ad immaginare un quadro diverso, in cui le alleanze sono al servizio della politica e non il contrario. Il centrosinistra fa una campagna sulle regionali in cui promette alcune cose semplici ai cittadini: che non saranno costruite centrali nucleari inutili e pericolose; che i servizi sociali saranno garantiti a chi ne ha bisogno e non a chi rispetta alcune regole morali; che si combatterà il malaffare in sanità; che si estenderà la copertura contro la disoccupazione a tutti, a cominciare dalle donne; che si costruiranno asili nido e servizi per l’infanzia per far sì che essere mamme non sia più un atto d’eroismo; che ci saranno più treni per i pendolari e meno alta velocità. E poi, su queste idee, si costruisce mobilitazione e organizzazione, si aprono le candidature anche a chi viene fuori dalle due squadre in lotta. Secondo voi come va a finire?

6. A nostro giudizio, quello che ogni cittadino di idee progressiste dovrebbe fare è augurarsi che tramonti al più presto la stagione di questo terribile e deprimente dualismo fra i due ex-figiciotti romani. E favorire, ciascuno per quello che può, l’emergere di qualcosa che finalmente rompa questo schema arrugginito. La contrapposizione fra alchimie di Palazzo da un lato e richiami plebiscitari “nuovisti” dall’altro è una falsa contrapposizione, che ha portato la sinistra italiana ad approssimarsi alla scomparsa materiale e culturale. Bisogna costruire e fare emergere contraddizioni autentiche, feconde, che richiamino, cioè, forze sociali e istanze di trasformazione. Non bisogna rassegnarsi all’idea che ciò sia impossibile. Ma la conditio sine qua non è che il PD smetta di credere che la sua scelta fondamentale sia se “fare da solo” o “farlo con qualcuno”, e cominci invece a chiedersi: “fare che cosa”?

(Jacopo Rosatelli e Mattia Toaldo)

3 commenti

Archiviato in sinistra

3 risposte a “Tra l’incudine veltroniana e il martello dalemiano

  1. dav.or

    Alcuni anni fa Bruno Trentin scrisse una pagina illuminante sul “fare politica” dei vertici diessini. Una politica trasformistica tutta dominata dall’ossessione della strategia e tattica di breve termine, e cresciuta alla scuola del leninismo. In quella scuola si sono formati i politici di cui parli. Solo che i bolscevichi cambiavano strategia e alleanze nel breve periodo, ma avevano un orizzonte politico di lungo periodo che oggi non c’è più. Il problema è che quell’orizzonte scomparso non è stato sostituito da nulla. E ci teniamo solo il Risiko delle alleanze.
    http://archivio.rassegna.it/2003/granditemi/articoli/trentin.htm

  2. Pingback: Dopo la Puglia « Italia2013

Rispondi a Jacopo Rosatelli Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...