Trent’anni verdi

Il 13 gennaio del 1980 nasceva ufficialmente, nel congresso federale fondativo di Karlsruhe, il partito Die Grünen, che sarebbe diventato di lì a poco tempo non solo la forza ambientalista più importante d’Europa, ma un protagonista di primo piano della vita politica tedesca. Non è questa la sede per ripercorrerne puntualmente la storia, ma per offrire qualche spunto di riflessione sulla natura di questo anomalo (ma secondo alcuni ormai “normalizzato”) partito, che alle ultime elezioni federali – ricordiamolo – ha raggiunto la ragguardevole cifra del 10,7% dei consensi (nel 2005 erano stati l’8,1%).

Il primo elemento che ci sembra molto significativo è che un’esperienza politica nata all’insegna della democrazia di base e della partecipazione diretta, su iniziativa di gruppi spontanei, movimenti alternativi di diversa provenienza, militanti dei movimenti rivoluzionari degli anni ’70, anarcoidi e hippies di ogni sorta, abbia resistito per tre decenni. Non solo, ma si sia venuta sempre più consolidando, aumentando costantemente i propri consensi. Visto da un punto di osservazione italiano, abituati come siamo a scissioni continue (in soggetti sempre più piccoli), questo è già un fatto straordinario. L’accesissimo dibattito fra la corrente dei realos, i “realisti” più inclini ai compromessi, e quella dei fundis, l’ala più radicale dei “fondamentalisti”, non ha mai portato i Verdi a lacerazioni insanabili o scissioni, nemmeno nei momenti più drammatici, come durante la guerra in Kosovo (quando erano, lo ricordiamo, al governo con la SPD). Al contrario, li ha sempre tenuti  vivi, abituati allo scambio d’idee e capaci di compromesso “alto” fra opzioni in partenza differenti: caratteristiche che possiedono più di qualunque altro movimento politico tedesco. Uno dei segreti, forse, sta anche nel principio del «doppio vertice»: due segretari del partito e due capigruppo al Bundestag. Uno di una corrente, uno dell’altra. Sempre, rigorosamente, un uomo e una donna.

Divergenze di opinioni, anche molto nette, tornano sempre a riproporsi: da ultimo, nelle recenti, difficili, scelte in materia di alleanze di governo dopo le elezioni di settembre in alcuni Länder. Il caso più significativo è relativo alla formazione di un esecutivo insieme alla CDU e ai liberali della FDP nel Saarland (il più piccolo Bundesland tedesco). La scelta di allearsi con le forze di centrodestra invece che con SPD e Linke, da alcuni vista come “innaturale” e piuttosto aspramente criticata, rispondeva a logiche locali che, in Germania, prevalgono sempre su qualunque schema nazionale. Ma soprattutto, è l’opinione degli iscritti a prevalere sempre, in ultima istanza, su quella di qualunque dirigente. E questo è un’ulteriore aspetto su cui non sarebbe male riflettere di più nel nostro paese. Alla domanda: «ma con chi vi alleerete alle prossime elezioni?», i Grünen rispondono sempre di lottare per l’affermazione delle loro idee. Il dibattito sulle alleanze e sulla partecipazione al governo – la preoccupazione fondamentale della politica italiana – è decisamente subordinato al discorso sui contenuti e, soprattutto, svuotato di significati trascendenti. Se per imporre “un’agenda verde” può servire governare con i democristiani (come nella Saarland o nella già rossa città-stato di Amburgo), nulla vieta che ci si provi, insomma. Sempre che a deciderlo siano i militanti e senza mai dimenticare che fare opposizione è un compito altrettanto importante che governare.

Sono, dunque, i Grünen un partito ormai né di destra né di sinistra? È, il loro, un approccio laico ai problemi oppure mero opportunismo – come sostengono i loro critici? Il dibattito è aperto, e l’opinione di chi scrive è che i Verdi restino, pur nelle loro contraddizioni, un autentico partito di sinistra, nel contesto di una società evoluta e in costante trasformazione. Lo dimostrano, al di là dei temi ambientali e delle battaglie “liberali” per i diritti civili, l’opposizione all’introduzione delle tasse universitarie, la lotta per un sistema sanitario nazionale che superi il regime di assicurazioni mutualistiche pubblico-private ora esistente, il contrasto delle politiche fiscali del nuovo governo Merkel, l’impegno per creare posti di lavoro in un’economia sostenibile e la difesa di un modello di integrazione civica e “post-nazionale” degli immigrati. E a dimostrarlo sta anche il consenso che raccolgono tanto nella ricca, tranquilla e colta Friburgo – dove hanno la maggioranza assoluta (!) – quanto nel popoloso quartiere berlinese di immigrati, disoccupati e vecchi (e nuovi) punk di Kreuzberg-Friedrichshain – dove superano il 40%.

Gli aggettivi con i quali il partito nascente si definiva trent’anni fa – ecologista, democratico-di-base (basisdemokratisch), sociale, nonviolento –   possono dirsi, insomma, ancora validi per i Grünen di oggi. La Germania può ben dirsi grata a quel gruppo di giovani in scarpe da ginnastica, jeans e pullover di lana, per averla resa più libera, più aperta al significato positivo del conflitto, più capace di superare in positivo i traumi che le derivano dalla sua storia. E tutti noi –  anche in questa sinistra dell’Europa meridionale che non ha saputo riprodurre esperienze analoghe – per avere da loro imparato a spogliare da ogni romanticismo organicistico la lotta contro lo sfruttamento dell’uomo sulla natura e a non metterla più in alternativa a quella contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

(Jacopo Rosatelli)

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