Craxi, dieci anni dopo

Paese che vai, Vergangenheitspolitik che trovi. L’espressione tedesca, che significa «politica del passato», fa parte del lessico che gli specialisti usano per descrivere tutte quelle forme pubbliche di elaborazione del passato, in vario modo ispirate da un fine politico. Non a caso si una un vocabolo tedesco: è in Germania, infatti, più che in ogni altro paese europeo, che gli intellettuali, cimentandosi con l’elaborazione dei crimini del nazionalsocialismo, al fine di costruire la nuova società democratica su basi più solide, hanno sviluppato teorie e interpretazioni al riguardo. Qualunque società conosce le sue specifiche forme di confronto con il passato, che può essere, di volta in volta, sacralizzato, dimenticato, modificato a piacimento. Quasi sempre, un’identità collettiva – sia essa nazione, partito o altro – deve costruirsi una storia, deve saper indicare “da dove viene”, deve poter esibire figure esemplari di fondatori, deve dotarsi di rituali per fomentare la solidarietà e il senso di appartenenza fra i suoi membri. Il nostro paese ha, anch’esso, la sua Vergangenheitspolitik. O, per meglio dire, diverse ipotesi concorrenti sul passato si disputano fra di loro il consenso della pubblica opinione: una delle maggiormente agguerrite è quella che, in questi giorni, ruota attorno alla figura di Bettino Craxi, di cui ricorre il decennale della scomparsa.

La versione volgarizzata è quella fornita, nel suo ormai famoso editoriale al TG1, da Augusto Minzolini, il “giornalista” di fiducia di Silvio Berlusconi: Craxi è stato vittima di un accanimento giudiziario nei suoi confronti da parte di una magistratura politicizzata che ha “invaso il campo” di un altro potere, anzi degli altri due. Tutti i partiti della Prima Repubblica facevano come il PSI e tutti hanno pagato, tranne uno: quel PCI-PDS in cui è riconosciuta, implicitamente, la regia dell’azione di pm e giudici. Questa lettura è ovviamente funzionale alla legittimazione dell’azione politica di oggi: la persecuzione è della stessa natura di quello di cui soffrirebbe oggi l’attuale Presidente del Consiglio – in qualche modo continuatore della politica di “grandi riforme” del leader scomparso –  e i mandanti sono sempre gli stessi. Coloro i quali, cioè, eredi di una tradizione antidemocratica quale quella comunista, adoperano metodi non democratici per eliminare gli avversari politici e prendere il potere. Dallo scioglimento forzato dell’assemblea costituente russa ad opera dei bolscevichi, al colpo di stato di Praga del ’48 sino al processo Cusani e ora a quello Mills: una lungo filo rosso che unisce Lenin a Nicoletta Gandus.

E’ un delirio. Noi lo sappiamo. Ma quanti italiani ci credono?

Difficile dirlo. Ma una cosa è certa: la palese infondatezza di questa ricostruzione – i cui interpreti più autentici sono, non a caso, gli ex socialisti che oggi comandano, come Cicchitto,  Sacconi e Brunetta – impedisce di condurre un confronto serio sulla figura del leader socialista e sul tema più generale della fine ingloriosa della Prima Repubblica. E di imparare dai problemi che aveva (condivisi anche dal PCI, sia chiaro) a trarre insegnamenti utili ad una democrazia che, oggi, funzioni meglio. Un compito che dovrebbe stare a cuore a tutti i cittadini, i partiti e a tutte le forze intellettuali, che può basarsi, però, solo su di un libero confronto sul passato che non sia palesemente distorto. In questo senso, parole di equilibrio e saggezza sono quelle pronunciate dal Presidente Napolitano nella lettera alla vedova di Craxi, ripresa dai giornali: se la vicenda di Craxi, giustamente, non è riducibile all’epilogo giudiziario, ciò che Napolitano ci invita anche a vedere è che «una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica».

Ma a Napolitano, sappiamo, compete un ruolo di rappresentativo, di terzietà. Non dobbiamo guardare a lui come a qualcuno che affronti in campo aperto la lotta per l’interpretazione del passato. Lotta da cui non può esimersi, invece, la sinistra (il PD su tutti), se una democrazia funzionante è ciò che dice di volere. E invece registriamo l’attitudine di alcuni dirigenti del calibro di Massimo D’Alema o Piero Fassino, che si nascondono dietro affermazioni pilatesche (citiamo quasi letteralmente da interventi dei giorni scorsi) come «Craxi appartiene ormai alla storia italiana» (ma che vuol dire?) o «è stato un interprete della modernizzazione», e via elencando le cose che ha capito prima lui di Berlinguer. Se dei politici di sinistra interpretano in quel modo la figura di Craxi, vuol dire che hanno rinunciato a sconfiggere il berlusconismo, perché senza smontare la “grande (delirante) narrazione” su cui esso si fonda, batterlo davvero non si può.

Cosa si può contrapporre a tutto ciò? Forse basterebbero le intelligenti (come sempre) considerazioni del 5 gennaio scorso di Ida Dominijanni sul Manifesto, che della modernizzazione promossa (ma si potrebbe dire: impersonata) da Craxi e dalla sua politica – che oggi la sinistra ex-comunista riconosce fra le virtù dell’ex-avversario – svela i numerosi lati oscuri. Altre considerazioni le suggerisce il libro di Guido Crainz Autobiografia di una Repubblica. Craxi è stato un sommo interprete (non certo il solo) di una democrazia che ha dato pessima prova di sé. Dove la corruzione si ergeva a sistema, certamente. E dove i partiti cominciavano a diventare indistinguibili dal punto di vista dei programmi e dei valori, e dunque capaci di competere solo nella corsa allo sperpero del denaro pubblico e al sostegno di questa o quella clientela. Con il craxismo l’Italia ha conosciuto una politica fatta di «cruda ambizione di potere» (parole di Ernesto Galli della Loggia (!) del 1983, riportate da Crainz, p. 169). E, come sappiamo bene, una politica grazie alla quale la lottizzazione della TV pubblica è diventata istituzione e il mostruoso monopolio della TV privata ha potuto nascere in barba a qualunque legge.

Ognuno usi dunque gli argomenti che vuole, basta non lasciare il campo libero agli Ernst Nolte de’ noantri come Minzolini. L’importanza della “lotta intorno al passato” dipende da un elemento fondamentale, che va compreso: tutto questo cine per il decennale della scomparsa dell’ex Presidente del Consiglio socialista è un ulteriore passo nell’edificazione dell’ultima, più pericolosa, versione del berlusconismo. Come un autentico fascismo postmoderno, infatti, il berlusconismo ha avuto varie nature e ha diffuso immagini di sé le più diverse, abituandoci ad ogni sorta di capriola politica e ridefinizione di linea. Da movimento della nuova politica contro la vecchia – che arrivò ad offrire il Ministero degli Interni a Di Pietro! – ,  alleato delle forze che agitavano manette e cappi nel Parlamento, passando per la rottura con la Lega e i minuetti con D’Alema, sino al suo livido volto attuale. Gli interpeti sono, rispetto agli inizi, quasi tutti diversi, tranne l’immarcescibile anziano leader: scomparsi i Della Valle e gli Scognamiglio (chi se ne ricorda?), ora sono i Cicchitto, i Sacconi e i Brunetta, che, accecati dall’odio, vogliono vendicarsi per la fine del “loro” PSI, combattendo una guerra senza possibilità di compromesso contro quelli che loro ritengono i carnefici del loro precedente leader. Una guerra senza quartiere contro tutto ciò che “puzzi di comunismo”, a partire dalla Costituzione e dal Presidente Napoletano stesso. Ora non serve più nascondere l’ingombrante ombra di Craxi, come fino a qualche anno fa, raccontando la favola dell’imprenditore fatto da sé che sostituisce i politici corrotti: ora serve rivendicarne l’eredità, serve esibirne il sacrificio come quello del martire fondatore della causa dell’orwelliana “libertà” nella quale vogliono farci vivere. Accorgiamocene prima che sia troppo tardi.

(Jacopo Rosatelli)

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4 commenti

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4 risposte a “Craxi, dieci anni dopo

  1. Matteo

    Caro Jacopo, credo in verità che- a prescindere dalle strumentali commemorazioni degli ex- PSI che vogliono portare Craxi a destra- un’analisi su quanto avvenuto nella sinistra italiana durante gli anni ottanta sia quanto mai necessaria per capire le difficoltà del presente. Craxi è stato un modernizzatore del pensiero socialista, intuendo con una decade d’anticipo le teorizzazioni di Blair e Schroeder (qualcuno dirà a maggior raggione: “Traditore!” ma penso che non esista un socialismo “per tutte le stagioni” e che comunque gli ideali progressisti richiedano un continuo adattamento ai tempi) e tuttavia ha alimentato la sua fortuna politica nello scontro frontale con il PCI, sebbene a livello locale i due partiti abbiano spesso collaborato e governato assieme. L’idea di creare un Partito socialista forte ed “europeo” in Italia era tutt’altro che sbagliata ed è anzi a mio avviso ancora attuale (io credo come sai in una nuova sinistra socialista laica ed ambientalista)viste le contraddizioni manifeste del Partito democratico. Lo era a maggior ragione forse negli anni ottanta, quando l’intera Europa centro-orientale era governata da regimi nazional-comunisti illiberali e totalitari (Il PCI non smise di ricevere finanziamenti dall’URSS fino al 1989).
    Penso tuttavia che, dopo la caduta del Muro di Berlino non si sia arrivati in Italia a costituire un grande Partito socialdemocratico per un concorso di colpa tra Craxi e Berlinguer. Mentre il primo giocava tutte le sue carte sulla lotta per la supremazia a sinistra (che non avrebbe MAI potuto vincere, allenadosi con la DC) , l’altro (che peraltro al momento della “svolta” era già scomparso) elaborava il compromesso storico, del quale il PD rappresenta l’emanazione finale. Il dibattito interno alla sinistra in Italia è quindi ancora fermo agli anni ottanta: in maniera del tutto inaspettata questo è si è evidenziato clamorosamente all’interno di Sinistra e Libertà. Basta ricordare gli insulti reciproci tra socialisti e ex-post comunisti. Penso quindi che la storia della sinistra italiana sia lastricata di errori e incomprensioni che sono responsabili dell’attuale momento di difficoltà dello schieramento progressista. Detto questo, in nessuno modo si può cercare di “sdoganare” il finanziamento illecito ai partiti svincolando dalle colpe e dalle sentenze passate in giudicato riguardanti Craxi.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Matteo,

      intanto grazie per il tuo contributo, che considero riferito anche al post di Mattia Toaldo sul medesimo tema.

      Mi rifaccio esplicitamente a quanto scrive Mattia, perchè concordo con quanto lui scrive.
      La mancanza di un partito socialista forte ed “europeo” (come lo definisci giustamente tu) è stata ed è un’autentica tragedia politica per il nostro paese; ma il corso modernizzatore craxiano (non stiamo parlando delle vicende giudiziarie) difficilmente lo situerei pienamente “a sinistra”.
      La categoria del “tradimento” non mi appartiene e non è su questo terreno che mi pongo; domando, invece, a te e a chi ci legge: la terza via di Blair e Schroeder (anticipata, a tuo giudizio, da Craxi) la consideriamo “un socialismo modernizzato” o (permettimi la banalizzazione) uno scivolamento a destra, i cui frutti sono le macerie sotto i quali sono sepolte la SPD e il Labour oggi?

  2. francesca gruppi

    Caro Jacopo,
    sposo completamente la tua analisi in merito alla – a mio avviso – nauseabonda vicenda che ruota attorno al decennale della morte di Bettino Craxi. Un solo punto mi lascia dubbiosa: quando definisci quelle scritte dal Presidente Napolitano alla vedova Craxi «parole di equilibrio e saggezza». Confesso di non aver letto la lettera nella sua interezza, ma solo gli stralci riportati oggi da Repubblica. Tuttavia mi domando se sia saggio (forse equilibrato sì, ma bisogna chiarire quali siano i pesi e le misure sui piatti della bilancia, e se porli in equilibrio sia virtuoso di per sé) affermare che «il peso delle responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista [sia] caduto con durezza senza eguali sulla sua persona»; parole subito distillate e lievemente ma sensibilmente variate nella dichiarazione di Bersani secondo cui «gli errori che Craxi ha fatto li ha pagati molto cari e molto duramente», e – naturalmente – in quella di Anna Craxi: «È andata proprio così (come dice Napolitano, ndr.): Bettino colpito dalla giustizia con una durezza senza eguali». Mi domando se sia ragionevole definire l’atteggiamento di Craxi ‘coraggioso’, nella misura in cui (come ricorda giustamente Scalfari) alla chiamata di correo non seguirono dimissioni dalle cariche né sottomissione alla giustizia. Ma insomma, possiamo dire che ha pagato duramente o è stato coraggioso uno che si è sottratto ai processi che lo vedevano coinvolto fuggendo in Tunisia? Sarà anche vero che egli è morto «in solitudine, lontano dall’Italia» – e in una lettera alla famiglia era prevedibile una frase come questa – ma si trattò pur sempre di latitanza in località soleggiata presso villetta (sobria, ha assicurato La Stampa) con piscina (piccola, ibidem) e palmizi. Quando Napolitano si arrischia in queste problematiche e scivolose affermazioni (scivolose, perché subito qualcuno ambisce a pattinarci sopra piroettando allegramente) capisce a cosa presta il fianco? Tu scrivi che al Presidente compete un ruolo di terzietà, ma bisogna intendersi sul significato di questa parola. Perché se terzietà significa medietà, ossia mediazione, essa si complica e si rende complice di qualcosa, qualora i due poli rispetto ai quali tenta il compromesso navighino a braccetto verso oscuri lidi.

    • Jacopo Rosatelli

      Cara Francesca, grazie per il tuo intervento.

      Mi sono riletto la missiva di Napolitano (è riportata integralmente nell’edizione online di Repubblica) e non trovo ragioni per cambiare la mia valutazione sulle sue parole, mentre concordo con le tue fondate riserve nel definire (ma non lo fa Napolitano) il comportamento di Craxi “coraggioso”. No, Craxi si è sottratto alla giustizia e quindi merita di essere considerato altrimenti: una persona coraggiosa è Adriano Sofri, che, innocente, va in carcere lo stesso.

      Ma torniamo al Presidente Napolitano.
      Riporto il brano saliente, fino alla frase cui ti riferisci tu:
      ” (…) E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, nè una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia. L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona.”

      Napolitano riconosce il problema della corruzione e, soprattutto, il fatto che nessuno abbia fatto niente per porvi rimedio (il “vuoto politico”), lasciando che fosse la sola magistratura ad intervenire. L’affermazione sul “peso della responsabilità” caduta su di lui con “durezza senza eguali” è preceduta dalla precisazione che le sentenze non vanno messe in discussione: pertanto, a mio giudizio, non va interpretata come una sconfessione dell’operato dei giudici. Registra, con la pietas di cui parla proprio Scalfari, un fatto (dura lex, sed lex) che può essere ricondotto anche alla circostanza che, tra i leader, sia stato il solo a pagare per le colpe commesse, mentre altri avrebbero dovuto fargli compagnia.
      Insomma, le tue preoccupazioni sono certamente fondate, ma, a mio giudizio, l’equilibrio di Napolitano non è cerchiobottismo. Ma continuamo a discutere…

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