Craxi preso sul serio

Bettino Craxi è stato una figura complessa: non è un caso se ha una figlia che siede nel governo più a destra della Repubblica e un figlio che lavora a sinistra oppure che un pezzo di socialisti stia con Berlusconi e un altro, più piccolo, stia nel centrosinistra. Tuttavia bisognerebbe cominciare a porsi una domanda: il Craxismo, dal punto di vista storico, non è meglio collocarlo nel centrodestra? Sarà un caso se i socialisti hanno avuto più successo lì?

1. Il Craxismo sta dentro il “trentennio conservatore” (quello inaugurato dalle vittorie della Thatcher e di Reagan) per alcuni motivi: l’idea del rafforzamento dell’esecutivo, anche al di là delle regole formali; l’idea che modernizzazione e mercato coincidessero; l’equazione tra libertà e consumo (cos’era la Milano da bere se non questo?); l’idea che lo sviluppo passasse per la compressione dei salari e il cambiamento del ruolo dei sindacati. Craxi non era la stessa cosa della Thatcher o di Reagan per carità, però il craxismo (nei suoi lati politici, che ci sono stati) può forse essere di maggiore ispirazione per una destra liberale che per una sinistra post-ideologica.

2. All’Italia degli ultimi 30 anni sono mancati i socialisti. E’ mancato negli anni ’80 un vero partito socialista che lasciasse in eredità al Paese nuovi pezzi di stato sociale (come in Francia) o un’opera di reale modernizzazione infrastrutturale e culturale come in Spagna. Craxi ha lasciato dietro di sé la stessa spesa pubblica fuori controllo che aveva trovato. Quel debito è il vero prezzo delle sue politiche, e la generazione di chi oggi ha 20-30 lo sta ancora pagando. E’ nei suoi anni che si perde il treno del controshock petrolifero per risanare i conti, ed è in quegli anni che il circuito del voto di scambio viene alimentato sempre di più dalla spesa pubblica clientelare. E’ mancato poi, in questi ultimi anni, un partito socialista a sinistra che, oltre che difendere quell’eredità storica, riuscisse a proporre la riforma della società insieme con i valori laici. Una missione che gli ex-socialisti di sinistra avrebbero potuto compiere molto meglio degli ex-comunisti. Ma non è tutta colpa dei primi se non ce l’hanno fatta, semmai forse qualche responsabilità ce l’ha la subalternità culturale dei secondi.

3. C’è un’analisi della società che è stata elaborata dagli intellettuali socialisti degli anni ’80. Perché di questo a Craxi va dato atto: da un’analisi della società italiana è partito e su quell’analisi ha costruito un mondo intellettuale che non è fatto solo di Sacconi e Brunetta ma anche di Giuliano Amato e altri. Quell’analisi verteva sull’idea che in Italia ci fosse un “popolo delle partite IVA”, un mondo di “ceti emergenti” slegato da quello del lavoro dipendente in declino e al quale andava data rappresentanza. E’ un’analisi che ha fatto scuola: si leggano i documenti congressuali o le proposte politiche di partiti della seconda repubblica diversi tra loro come Alleanza Nazionale, Forza Italia o il PDS del 1997. Però è un’analisi che non ha funzionato. Il PSI non riuscì mai a rappresentare quei ceti, anzi si rafforzò elettoralmente (oltre che a Milano) solo nel sud Italia dove di emergente c’era soprattutto la criminalità organizzata. E proprio quell’analisi è forse stata il limite del Berlusconismo (che non ha mai preso neanche i ¾ dei voti del vecchio pentapartito) nonché dei vari partiti post-comunisti che sono riusciti nel capolavoro di perdere il lavoro dipendente senza mai sfondare tra i mitici “ceti emergenti”. Che, ci permettiamo di ipotizzare, forse non esistono come soggetto collettivo: chi ha aperto una partita IVA nella propria vita sa che dietro ci può essere un grafico informatico di Milano come un imprenditore del nordest che ha un singolo committente da cui è, di fatto, dipendente. Gente molto, ma molto, diversa. Forse, almeno a sinistra, è l’ora di liberarsi di quell’analisi e ricominciare a pensare alla società in termini di chi sta sopra e chi sta sotto.

Insomma, è vero il craxismo non è stata un’associazione a delinquere e non si può schiacciare tutto sulla vicenda giudiziaria. E’ stata una fucina di idee, anche se chi scrive ne condivide ben poche. Ma viva chi fa della politica anche una battaglia di idee invece di chi la pensa solo come semplice mediazione tra posizioni immobili! Di Sacconi o Brunetta si può dire tutto ma non che non siano in grado di combattere una tale battaglia. In secondo luogo non va fatto un altro errore: schiacciare tutta la storia del socialismo italiano sui suoi ultimi anni. E però, proprio per questo, un dato salta agli occhi: un bambino degli anni Sessanta poteva dire, qualche anno dopo, che proprio grazie ai socialisti e al loro impegno per la scuola media unica era un uomo più libero; una donna degli anni Settanta poteva dire altrettanto grazie alle battaglie socialiste (e non troppo del PCI invece) in favore del divorzio e dell’aborto; un bambino o una donna degli anni Ottanta faticano parecchio a trovare analoghi argomenti su Bettino Craxi.

Ps. Pochi lo dicono in questi giorni, ma oltre che ministri nel governo Berlusconi, i socialisti di una volta sono alla testa di alcune tra le maggiori società di produzione televisiva – quelle che una volta si sarebbero definite le casematte dell’egemonia culturale. Il presidente di Endemol è il compagno di Stefania Craxi mentre il presidente e fondatore di Einstein Multimedia è Luca Josi, ex segretario dei giovani socialisti ai tempi di Craxi.

Per abbonarsi a Italia2013 via Email cliccare qui

6 commenti

Archiviato in destra, partiti, sinistra

6 risposte a “Craxi preso sul serio

  1. Stefano

    Concordo in gran parte con la lucida analisi sul Crassismo.
    In questi giorni molti ex devoti e transfughi nella destra liberticida che sgoverna il Paese stanno cercando il filo ideale tra Crassi e Berlusconi.
    Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo scindere le responsabilità criminali dall’opera del grande “Statista” Crassi.
    Ma in verità non trovo molto su cui discettare e riflettere…se per alcuni la Milano da bere era un esempio di vitalità e crescita…contenti loro!
    Sono un bambino degli anni ’70 cresciuto con le conquiste del Psi e del Pci e la parte più illuminata del Partito Radicale.
    L.300, Legge Basaglia, Legge sul Divorzio e sull’Aborto…era un Paese certamente più maturo e civile dell’odierno.
    Forse perchè la maggioranza dei cittadini adulti provenivano da esperienze di sofferenza e dolore…chissà.
    Del Crassismo non è rimasto nulla perchè nulla ha dato, checchè ne dica Napolitano, semmai ha tolto.
    Un saluto

    Tralascio le mie impressioni sui vertici Endemol e simili…ricordo soltanto la spazzatura mediatica che ci propinano.

    Stefano

  2. Guglielmo

    La cosa ha dell’incredibile che neanche i figli sono d’accordo, e noi vogliamo a tutti costi trovare delle giustificazini. Questa è una operazione da Banco di Roma, siccome tutti sono responsabili,nessuno è responsabile. la storia si ripete ma, questa volta è solo farsa. Non perdiamo tempo, i cittadini, il paese hanno seri problemi da risolvere.

  3. Guglielmo

    alcune riflessioni sulla stampa.

    1 – Napolitano e i “suoi” miglioristi: così lontani e così vicini a Craxi.
    2 – Parole come pietre di PF Pellizzetti.
    3 – Il sospetto di Gustavo Zagrebelsky

    1 – Napolitano e i “suoi” miglioristi: così lontani e così vicini a Craxi
    Rapporti e affinità tra una delle correnti del Pci e il leader socialista di G. Barbacetto e P. Gomez.
    “Non dimentico il rapporto che fin dagli anni Settanta ebbi con lui… Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni”. “Lui” è Bettino Craxi. E chi “non dimentica” è Giorgio Napolitano, oggi presidente della Repubblica. Nella sua lettera inviata alla vedova di Craxi a dieci anni dalla morte del segretario del Psi, il capo dello Stato sostiene che, nel “vuoto politico” dei primi anni Novanta, avvenne “un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia”. A farne le spese fu soprattutto il leader socialista, per il peso delle contestazioni giudiziarie, “caduto con durezza senza eguali sulla sua persona”.
    Il rapporto tra Craxi e Napolitano fu lungo, intenso e alterno. Naufragò nel 1994, quando Bettino inserì Napolitano nella serie “Bugiardi ed extraterrestri”, un’opera a metà tra satira politica e arte concettuale. Ma era iniziato, appunto, negli anni Settanta, quando il futuro capo dello Stato si era proposto di fare da ponte tra l’ala “riformista” del Pci e il Psi. Negli Ottanta, Napolitano rappresentò con più forza l’opposizione interna, filo socialista, al Pci di Enrico Berlinguer: proprio nel momento in cui questi propose la centralità della “questione morale”. Intervenne contro il segretario nella Direzione del 5 febbraio 1981, dedicata ai rapporti con il Psi, e poi ribadì il suo pensiero in un articolo sull’Unità, in cui criticò Berlinguer per il modo in cui
    aveva posto la “questione morale e l’orgogliosa riaffermazione della nostra diversità”.
    È in quel periodo che la vicinanza tra Craxi e Napolitano sembra cominciare a farsi più forte. Tanto che nel 1984, il futuro presidente appoggia, contro il Pci e la sinistra sindacale, la politica del leader socialista sul costo del lavoro. Il mondo, del resto, sta cambiando. E in Italia, a partire dal 1986, cambiano anche le modalità di finanziamento utilizzate dai comunisti. I soldi che arrivano dall’Unione Sovietica sono sempre di meno. E così una parte del partito – come raccontano le sentenze di Mani pulite e numerosi testimoni – accetta di entrare nel sistema di spartizione degli appalti e delle tangenti. La prova generale avviene alla Metropolitana di Milano (MM), dove la divisione scientifica delle mazzette era stata ideata da Antonio Natali, il padre politico e spirituale di Craxi. Da quel momento alla MM un funzionario comunista, Luigi Miyno Carnevale, ritira come tutti gli altri le bustarelle e poi le gira ai superiori. In particolare alla cosiddetta “corrente migliorista”, quella più vicina a Craxi, che “a livello nazionale”, si legge nella sentenza MM, “fa capo a Giorgio Napolitano”. E ha altri due esponenti di spicco in Gianni Cervetti ed Emanuele Macaluso. Per i “miglioristi” Mani Pulite è quasi un incubo: a Milano molti dei loro dirigenti vengono arrestati e processati per tangenti. Tutto crolla. Anche il loro settimanale, Il Moderno, diretto da Lodovico Festa e finanziato da alcuni sponsor molto generosi: Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi della Torno costruzioni. Imprenditori che sostenevano il giornale – secondo i giudici – non “per una valutazione imprenditoriale”, ma “per ingraziarsi la componente migliorista del Pci, che in sede locale aveva influenza politica e poteva tornare utile per la loro attività economica”. Il processo termina nel 1996 con un’assoluzione. Ma poi la Cassazione annulla la sentenza e stabilisce: “Il finanziamento da parte della grande imprenditoria si traduceva in finanziamento illecito al Pci-Pds milanese, corrente migliorista”. La prescrizione porrà comunque fine alla vicenda.
    Più complessa la storia dei “miglioristi” di Napoli, che anche qui hanno problemi con il metrò. L’imprenditore Vincenzo Maria Greco, legato al regista dell’operazione, Paolo Cirino Pomicino, nel dicembre 1993 racconta ai pm che nell’affare è coinvolto anche il Pci napoletano: il primo stanziamento da 500 miliardi di lire, nella legge finanziaria, “vide singolarmente l’appoggio anche del Pci”. E lancia una velenosa stoccata contro il leader dei miglioristi: “Pomicino ebbe a dirmi che aveva preso l’impegno con il capogruppo alla Camera del Pci dell’epoca, onorevole Giorgio Napolitano, di permettere un ritorno economico al Pci… Mi spiego: il segretario provinciale del Pci dell’epoca era il dottor Umberto Ranieri, attuale deputato e membro della segreteria nazionale del Pds. Costui era il riferimento a Napoli dell’onorevole Napolitano. Pomicino mi disse che già riceveva somme di denaro dalla società Metronapoli… e che si era impegnato con l’onorevole Napolitano a far pervenire una parte di queste somme da lui ricevute in favore del dottor Ranieri”. Napolitano, diventato nel frattempo presidente della Camera, viene iscritto nel registro degli indagati: è un atto dovuto, che i pm di Napoli compiono con cautela, secretando il nome e chiudendo tutto in cassaforte.
    Pomicino, però, smentisce almeno in parte Greco, negando di aver versato soldi di persona a Ranieri e sostenendo di aver saputo delle mazzette ai comunisti dall’ingegner Italo Della Morte, della società Metronapoli, ormai deceduto: “Mi disse che versava contributi anche al Pci. Tutto ciò venne da me messo in rapporto con quanto accaduto durante l’approvazione della legge finanziaria… Il gruppo comunista capitanato da Napolitano ebbe a votare l’approvazione di tale articolo di legge, pur votando contro l’intera legge finanziaria”.
    Napolitano reagisce con durezza: “Come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione”. Alla fine, l’inchiesta finirà con un’archiviazione per tutti.
    Anche Craxi, quasi al termine della sua avventura politica in Italia, aggiungerà una sua personale stoccata a Napolitano. Nel suo interrogatorio al processo Cusani, il 17 dicembre 1993, dirà, sotto forma di domanda retorica: “Come credere che il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenclatura comunista dell’Est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est? Non se n’è mai accorto?”. Fu la brusca fine di un dialogo durato due decenni. E riannodato oggi con la lettera inviata da Napolitano alla moglie dell’antico compagno socialista.

    2 – Parole come pietre di PF Pellizzetti
    Nell’opera sistematica di manipolazione del linguaggio, a cura indefessa degli esperti di comunicazione preposti a riconfigurare la realtà a vantaggio di Silvio Berlusconi, un peso crescente va assumendo l’uso della parola “odio”. Al duplice scopo di trascinare gli oppositori nelle sabbie mobili delle smentite e dell’auto-giustificazione, a fronte dell’addebito imbarazzante di essere mossi da sentimenti meschini, e – insieme – convincere i propri supporter che le argomentazioni critiche non vanno tenute in benché minima considerazione, in quanto pure manifestazioni di invidia.
    Insomma, l’odio – che in passato assumeva persino valenze positive (pensiamo a “l’odio di classe” dei vecchi comunisti) – ora viene reintrodotto nel dibattito politico come un qualcosa di cui ci si dovrebbe vergognare. In quanto tale, uno strumento di delegittimazione morale della parte avversa criminalizzata.
    Ma è proprio vero che quella parte di italiani descritta come “odiatrice” di Berlusconi sia composta da frustrati per l’impossibilità di imitare il satrapo riccone di Arcore, il suo stile di vita gaudente e narcisistico, la sua iomania senza limiti?
    In effetti, nonostante la reiterazione ossessiva del messaggio (che in pubblicità svolge la funzione di trasformare qualsivoglia bubbola in verità indiscutibile), l’argomentazione resta sempre a livello di “Asilo Mariuccia”. Tipo, “chi lo dice lo è/ cento volte più di me”. Ennesima conferma del rincretinente ritorno all’infanzia che in Italia affligge il discorso pubblico. Per cui, se uno critica una posizione politica, si sente ribattere: “Ma allora ce l’hai con me”. Sciocchezze. Un po’ come all’epoca del Cofferati antagonista (bei tempi!) si accusava il sindacato di “fare politica” (e quando mai un sindacato non l’ha fatta?). Dunque sciocchezze, ma che comunque funzionano per la trasformazione della politica in vendita di un prodotto.
    A prescindere che è legittimo nutrire animosità verso chicchessia (a patto di non tradurre il proprio sentimento in atti concretamente lesivi), è inesatto affermare che una metà del paese odia Berlusconi; semmai lo disprezza profondamente, in quanto personificazione di aspetti giudicati inaccettabili, insopportabili. Ossia la dissoluzione di un patrimonio di principi a cui molti non intendono rinunciare.
    Questo determina la creazione di due campi sociali contrapposti e incomunicabili. Soltanto che Berlusconi ha saputo federare a blocco i propri supporter; ossia gli abbienti, inguaribilmente refrattari all’idea di politiche redistributive (“roba da comunisti”), e gli impauriti, in paranoia da protezione perché attanagliati da confuse sensazioni di rischi incombenti. Mentre non si segnalano contestuali aggregazioni sul fronte opposto, che resta sostanzialmente disperso; quindi, politicamente inerte.
    Infatti le ragioni dell’alterità sono plurime, variegate e non facilmente sovrapponibili: dal rifiuto dell’assiomatica dell’egoismo in chi coltiva l’idea di solidarietà al fastidio di una certa borghesia delle buone maniere (forse residuale) per l’apologia dell’insolenza e le sue pratiche, dalla priorità attribuita alla legalità in quanti si riconoscono nell’ordine repubblicano sancito dalla Costituzione ai propugnatori della laicità contro il rinascente oscurantismo; ai contestatori di una restaurazione verticistica attraverso il silenziamento dell’autocomunicazione orizzontale resa possibile dai new media, come i ragazzi del Popolo Viola.
    Rivoli che partono dal comune rifiuto senza però confluire in una soggettività unificata. Anche perché fanno riferimento tanto a valori che un tempo avremmo definito “di sinistra” (ragione, consenso, giustizia) quanto di “destra” (ordine, tradizione, merito). L’impossibilità di raggiungere compromessi ragionevoli in un confronto tra posizioni senza il benché minimo punto di contatto (“o, o”) determina quel conflitto distruttivo che sta scardinando irrimediabilmente l’intero paese. Una situazione drammatica cui siamo giunti perché la politica ha rinunciato al ruolo di “levatrice del futuro” (la proposta di un progetto di società in cui riconoscersi, pur ponendo premesse diverse) facendosi ingabbiare nei paradigmi prepolitici della furberia da sensali in un foro boario riverniciato a nuovo dalle tecniche promopubblicitarie, in cui portafoglio e pancia azzerano cuore e mente. Terreno su cui vince sempre chi è più furbo e la sa raccontare meglio. Ma anche chi sa portare dalla propria parte un uditorio più vasto.
    Non contrastato sul terreno delle regole del gioco come sull’organizzazione delle istanze coalizionabili, Berlusconi continua a vincere. Anche perché l’anti berlusconismo è fatto di stati d’animo che non diventano strategia. Ossia, rimangono sostanzialmente a livello di sacche di resistenza culturale, psicologica.
    Comunque un impiccio al consolidamento definitivo del dominio che – in quanto tale – deve essere lapidato, bollandolo da “area dell’odio”. Perché – come è stato detto – “le parole sono pietre”.

    3 – Il sospetto di Gustavo Zagrebelsky.

    C´è una gran voglia di voltare pagina e guardare avanti. Quello che è stato un Paese riconosciuto e rispettato per la sua politica, la sua cultura, la civiltà dei rapporti sociali, è ormai identificato con l´impasse in cui è caduto a causa di un conflitto di principio al quale, finora, non si è trovata soluzione. Sono quasi vent´anni che il nodo si stringe, dalla fine della cosiddetta prima repubblica a questa situazione, che rischia d´essere la fine della seconda. La terza che si preannuncia ha tratti tutt´altro che rassicuranti.
    Siamo probabilmente al punto di una sorta di redde rationem, il cui momento culminante si avvicina. Sarà subito dopo le prossime elezioni regionali. A meno che si trovi una soluzione condivisa, che si addivenga cioè a un compromesso. È possibile? E quale ne sarebbe il prezzo? Se consideriamo i termini del conflitto – la politica contro la legalità; un uomo politico legittimato dal voto contro i giudici legittimati dal diritto – l´impresa è ardua, quasi come la quadratura del cerchio. Per progressivi cedimenti che ora hanno fatto massa anche nell´opinione pubblica, dividendo gli elettori in opposti schieramenti, i due fattori su cui si basa lo stato di diritto democratico, il voto e la legge, sono venuti a collisione. Questa è la rappresentazione oggettiva della situazione, che deliberatamente trascura le ragioni e i torti. Trascura cioè le reciproche e opposte accuse, che ciascuna parte ritiene fondate: che la magistratura sia mossa da accanimento preconcetto, da un lato; che l´uomo politico si sia fatto strada con mezzi d´ogni genere, inclusi quelli illeciti, dall´altro. Se si guarda la situazione con distacco, questo è ciò che appare come dato di fatto e le discussioni sui torti e le ragioni, come ormai l´esperienza dovrebbe avere insegnato, sono senza costrutto.
    I negoziatori che sono all´opera si riconosceranno, forse, nelle indicazioni che precedono. Ma, probabilmente, non altrettanto nelle controindicazioni che seguono.
    Per raggiungere un accordo, si è disposti a “diluire” il problema pressante in una riforma ad ampio raggio della Costituzione. Per ora, la disponibilità dell´opposizione al dialogo o, come si dice ora, al confronto, è tenuta nel vago (no a norme ad personam, ma sì a interventi “di sistema” per “riequilibrare” i rapporti tra politica e giustizia), è coperta dalla reticenza (partire da dove s´era arrivati nella passata legislatura, ma per arrivare dove?) o è nascosta col silenzio (la separazione tra potere politico, economico e mediatico, cioè il conflitto d´interessi, è o non è questione ancora da porsi?).
    Vaghezza, reticenza e silenzio sono il peggior avvio d´un negoziato costituzionale onesto. La materia costituzionale ha questa proprietà: quando la si lascia tranquilla, alimenta fiducia; quando la si scuote, alimenta sospetti. Per questo, può diventare pericolosa se non la si maneggia con precauzione. Tocca convinzioni etiche e interessi materiali profondi. Non c´è bisogno di evocare gli antichi, che conoscevano il rischio di disfacimento, di discordia, di “stasi”, insito già nella proposta di mutamento costituzionale. Per questo lo circondavano d´ogni precauzione. Chi si esponeva avventatamente correva il rischio della pena capitale. Per quale motivo? Prevenire il sospetto di secondi fini, di tradimento delle promesse, di combutta con l´avversario. Quando si tratta di “regole del gioco”, tutti i giocatori hanno motivo di diffidare degli altri. La riforma è come un momento di sospensione e d´incertezza tra il vecchio, destinato a non valere più, e il nuovo che ancora non c´è e non si sa come sarà. In questo momento, speranze e timori si mescolano in modo tale che le speranze degli uni sono i timori degli altri. È perciò che non si gioca a carte scoperte. Ma sul sospetto, sentimento tra tutti il più corrosivo, non si costruisce nulla, anzi tutto si distrugge.
    Il veleno del sospetto non circola solo tra le forze politiche, ma anche tra i cittadini e i partiti che li rappresentano. Nell´opposizione, che subisce l´iniziativa della maggioranza, si fronteggiano, per ora sordamente, due atteggiamenti dalle radici profonde. L´uno è considerato troppo “politico”, cioè troppo incline all´accordo, purchessia; l´altro, troppo poco, cioè pregiudizialmente contrario. Sullo sfondo c´è l´idea, per gli uni, che in materia costituzionale l´imperativo è di evitare l´isolamento, compromettendosi anche, quando è necessario; per gli altri, l´imperativo è, al contrario, difendere principi irrinunciabili senza compromessi, disposti anche a stare per conto proprio. La divisione, a dimostrazione della sua profondità, è stata spiegata ricorrendo alla storia della sinistra: da un lato la duttilità togliattiana (che permise il compromesso tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana sui Patti Lateranensi), dall´altro l´intransigenza azionista (che condusse il Partito d´azione all´isolamento).
    Tali paragoni, indipendentemente dalla temerarietà, sono significativi. Corrispondono a due paradigmi politici, rispettivamente, la convenienza e la coerenza: una riedizione del perenne contrasto tra l´etica delle conseguenze e l´etica delle convinzioni. L´uomo politico degno della sua professione – colui che rifugge tanto dall´opportunismo quanto dal fanatismo e cerca di conciliare responsabilmente realtà e idealità – conosce questo conflitto e sa che esistono i momenti delle decisioni difficili. Sono i momenti della grande politica.
    Ma da noi ora non è così. Ciò che è nobile nei concetti, è spregevole nella realtà. La buona convenienza appare cattiva connivenza. Il sospetto è che, dietro un gioco delle parti, sia in atto la coscientemente perseguita assimilazione in un “giro” di potere unico e autoreferenziale, una sorta di nuovo blocco o “arco costituzionale”, desiderando appartenere al quale si guarda ai propri elettori, che non ci stanno, come pericolo da neutralizzare e non come risorsa da mobilitare. Vaghezza, silenzi, e reticenze sono gl´ingredienti di questo rapporto sbagliato, basato sulla sfiducia reciproca. È banale dirlo, ma spesso le cose ovvie sono quelle che sfuggono agli strateghi delle battaglie perdute: in democrazia, occorrono i voti e la fiducia li fa crescere; la sfiducia, svanire.
    Il sospetto si dissipa in un solo modo: con la chiarezza delle posizioni e la risolutezza nel difenderle. La chiarezza si fa distinguendo, secondo un ordine logico e pratico, le cose su cui l´accordo c´è, quelle su cui potrebbe esserci a determinate condizioni e quelle su cui non c´è e non ci potrà essere. La risolutezza si dimostra nella convinzione con cui si difendono le proprie ragioni. Manca l´una e l´altra. Manca soprattutto l´idea generale che darebbe un senso al confronto costituzionale che si preannuncia. Così si procede nell´ordine sparso delle idee, preludio di sfaldamento e sconfitta. Per esempio, sulla difesa del sistema parlamentare contro i propositi presidenzialisti, la posizione è ferma? Sulle istituzioni di garanzia, magistratura e Corte costituzionale, fino a dove ci si vuol spingere? Sul ripristino dell´immunità parlamentare c´è una posizione, o ci sono ammiccamenti?
    Quest´ultimo è il caso che si può assumere come esemplare della confusione. Nella strategia della maggioranza, è il tassello di un disegno che richiede stabilità della coalizione e immunità di chi la tiene insieme, per procedere alla riscrittura della Costituzione su punti essenziali: l´elezione diretta del capo del governo, la riduzione del presidente della Repubblica a un ruolo di rappresentanza, la soggezione della giustizia alla politica, eccetera, eccetera. L´opposizione? Incertezze e contraddizioni che non possono che significare implicite aperture, come quando si dice che “il problema c´è”, anche se non si dice come lo si risolve. Ci si accorge ora di quello che allora, nel 1993, fu un errore: invece del buon uso dell´immunità parlamentare, si preferì abolirla del tutto. Fu il cedimento d´una classe politica che non credeva più in se stessa. Ma il ripristino oggi suonerebbe non come la correzione dell´errore, ma come la presunzione d´una classe politica che non ama la legalità. Occorrerebbe spiegare le ragioni del rischio che si corre, nell´appoggiare questo ritorno; rischio doppio, perché una volta reintrodotta l´immunità con norma generale, la si dovrà poi concedere all´interessato, con provvedimento ad personam. Due forche caudine per l´opposizione. Ma allora, perché?
    Perché, si dice, se non ci sono aperture, il confronto non inizia nemmeno e la maggioranza andrà avanti per conto proprio. Appunto: dove non c´è il consenso, avendo i voti, vada avanti e poi, senza l´apporto dell´opposizione, ci potrà essere il referendum, dove ognuno apertamente giocherà le sue carte. Ne riparleremo.

  4. Guglielmo

    Ho molti dubbi sulla risposta del presidente della repubblica. Sono le azioni degli ultimi 25 anni che hanno messo in ginocchio il paese.

  5. Fabio Vander

    E’ in corso un dibattito strumentale e di basso livello sulla figura di Bettino Craxi.
    Un valutazione da parte della sinistra è indispensabile. Partendo magari da un giudizio di Gaetano Arfè: “Craxi fu un miscuglio torbido di qualità positive e negative, con prevalenza delle seconde”.
    Una premessa di ‘metodo’: non è possibile quello che tutti gli agiografi vorrebbero e cioè distinguere piano giudiziario e piano politico. La vicenda politica di Craxi a culminare con gli anni ‘80 sarebbe stata un’altra senza quel nesso indissolubile con le pratiche corruttive che, per quanto si voglia dire, non aveva eguali (né con la DC né con il PCI).
    Nel merito: si dice per lo più che Craxi ha dato “autonomia” al socialismo italiano. Strano e ambiguo discorso. C’è autonomia e autonomia. Craxi accentuò quella con il comunisti, per promuovere però un patto leonino con la DC di Andreotti e Forlani. Si staccò dal PCI, per legarsi alla DC. E alla DC peggiore, quella del dopo Moro (cioè del rovesciamento della strategia di Moro), del “preambolo” e poi appunto della pessima esperienza del “pentapartito”, estrema fase di degenerazione della democrazia repubblicana.
    La verità è che Craxi non ebbe mai una strategia per il Paese. In lui l’autonomia era scissa dalla strategia.
    Mai Craxi pensò a qualcosa come una “alternativa di sinistra” (come aveva fatto Mitterand in Francia) che portasse l’Italia oltre i limiti e i vincoli della “democrazia bloccata”. Quella sì sarebbe stata una sfida alla cultura politica del comunismo italiano, quella sì una missione autonoma e originale.
    Craxi a sinistra concepì solo la rottura. La sua politica era l’accordo con la DC.
    Una strategia tutta dentro la “democrazia bloccata”, che sfruttava al massimo rendite di posizione e di potere. Il contrario della “modernizzazione” del sistema politico. Tanto che il “pentapartito” si fondava sulla “governabilità”, cioè sulla dichiarata rinuncia ad ogni vero progetto politico di governo e trasformazione (come era stato invece per il riformismo socialista degli anni ‘60), il che per altro costringeva il PSI al solo ‘forno’ della DC.
    Non riusciamo a vedere la differenza fra questo ancoraggio craxiano alla DC e quello insito nel compromesso storico di Berlinguer. Si tratta di un diverso, ma al fondo convergente fallimento storico della sinistra italiana nel suo complesso. Altro però è dire questo, altro dire: Craxi aveva ragione, Berlinguer aveva torto.
    Berlinguerismo e craxismo (in tutte le loro versioni: dal “compromesso storico” all’“alternativa democratica” per quanto riguarda il PCI; dalla iniziale difesa della “solidarietà nazionale” allo strumentale presidenzialismo dell’ultimo periodo, per Craxi) sono state due politiche terminali della sinistra italiana.
    Il responsabile della morte del PCI è stato Occhetto e chi appoggiò la sua ‘svolta’ (bene ha fatto Guido Liguori a ricordarlo nel suo ultimo libro), ad uccidere il PSI (e quindi se stesso) è stato Craxi.
    Per Tangentopoli vale lo stesso discorso: non fu causa ma effetto. I magistrati poterono infierire perché il sistema era corrotto dal di dentro, il suo costo di mantenimento era insostenibile, la società italiana non lo reggeva più. Berlusconi è una conseguenza ulteriore: senza Tangentopoli e quindi senza fine di Craxi, niente Berlusconi; ma immediatamente anche il reciproco: senza fine di Craxi (cioè suo fallimento strategico) niente Tangentopoli (e dunque Berlusconi).
    Solo in questa chiave si spiega il transito di tanti socialisti (e non pochi comunisti) armi e bagagli da Berlusconi. C’è una forza delle cose in tutto ciò: un PSI degenerato moralmente, ridotto a partito personale, fermo ad un anticomunismo di bandiera, incapace di una alternativa democratica, non poteva che trovare in Berlusconi l’erede naturale, quello che tutti questi limiti portava al parossismo.
    Alla compagnia cantante che oggi incensa il “grande statista” del riformismo e della modernizzazione basti quindi ricordare, con Giorgio Bocca, la riduzione della “politica come affare per mezzo di affari” e “l’assuefazione al furto”. Per non dire dell’incredibile discorso alla Camera in cui rivendicava comportamenti criminosi, con l’argomento che tutto il sistema si finanziava illegalmente.
    C’è voluta la stampa estera per denunciare la scandalosità di quanto sta avvenendo. L’inglese “Economist” ha definito “vergognoso onore” quello che si vuole tributare al “più perfettamente screditato uomo politico della storia dell’Italia moderna”; mentre “Le Monde” ha parlato di italiani dalla “memoria corta”. Più serie semmai le considerazioni di Gianni De Michelis: “noi abbiamo riconosciuto il ruolo del PCI nell’evoluzione della democrazia. Aspettiamo che loro riconoscano il ruolo del PSI”; rispondiamo così: i grandi meriti storici del PSI sono appunto storici, incontestabili, anzi semmai è strano che si chieda a qualcuno di riconoscerli.
    Però anche la crisi (politica e morale) della sinistra è un fatto storico macroscopico e indubitabile.
    Ricostruire sulle macerie della fine del PCI e del PSI è opera improba, eppure si deve. La sinistra in alcune cruciali fasi della storia d’Italia è saputa essere all’altezza, ha saputo disimpegnare una funzione autenticamente nazionale; questo è avvenuto quando ha mostrato di avere un progetto politico, un’idea di Paese, un’idea di giustizia e promozione della democrazia. Ma certamente anche una organizzazione e una classe politica che fosse classe dirigente.

  6. Pingback: Dopo la Puglia « Italia2013

Rispondi a Guglielmo Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...