Questo semestre c’è Zapatero

La presidenza di turno spagnola (gennaio-giugno 2010) coincide con un momento fondamentale nella storia della UE. Le nuove cariche istituzionali previste dal Trattato di Lisbona – presidente del Consiglio e Alto Rappresentante per la politica estera e sicurezza comune – saranno per la prima volta alla prova. Si attendono risposte concrete su come lasciarsi alle spalle la crisi economica e pianificare l’Europa del futuro. Sarà in grado di farcela? Diamo un’occhiata più da vicino.

1) Quello che oggi presenterà il suo programma all’Assemblea di Strasburgo non è lo stesso Zapatero di qualche anno fa, popolare in patria e apprezzato all’estero. Un elemento di debolezza della sua presidenza è senz’altro rappresentato dal fatto che l’uomo che dovrebbe scrivere la ricetta anti-crisi europea guida il paese che secondo gli analisti sarà l’ultimo a recuperare, conquistando tristi primati per disoccupazione (20%) e debito pubblico (+10% annuo). Il premier spagnolo si trova anche a operare in un’Europa espugnata dal centro destra, in cui non potranno imporsi facilmente strategie socialdemocratiche.

La partenza è stata tutta in salita. Il sito web della presidenza spagnola è stato attaccato da hacker che hanno sostituito la foto di Zapatero con quella di Mister Bean – un inedito nella politica europea, solitamente tenuta al di fuori delle beghe nazionali. La notizia è arrivata anche in Cina. E’ un atto che riflette una grave perdita di consenso interno, accusata anche nelle tradizionali roccaforti socialiste. Come se non bastasse, un gran numero di media ha accolto con freddezza e critiche l’insediamento della presidenza: da quotidiani economici come The Economist e Financial Times (“programma noioso e anodino”), alla FAZ, ai giornali transalpini (che rinfacciano la promessa di superare economicamente la Francia), al quotidiano marocchino L’Économiste (che chiama Zapatero “il somaro d’Europa”). Reazioni che nella stessa Spagna insinuano il timore che tutto si ridurrà a un album di foto, nonostante l’opposizione mantenga un’attitudine solidale col premier. E così, la prima seria proposta sull’economia, cioè sanzionare economicamente i paesi che non rispettano i vincoli di bilancio europei, è stata sdegnosamente rispedita al mittente dalla Germania, che non ha consentito nemmeno una discussione ufficiale sul tema.

2) D’altra parte, la presidenza spagnola può valersi di un certo numero di punti di forza, che se visti al negativo raccontano la storia della crescente marginalità italiana in Europa. Il primo di questi è un provato europeismo: è certo che Zapatero, uno dei sostenitori del Trattato di Lisbona, non vorrà indebolire la nuova architettura istituzionale (ce lo potremmo invece aspettare da stati come Regno Unito o Repubblica Ceca, fino all’ultimo contrari): il suo piano di lavoro sarà sviluppato gomito a gomito con Van Rompuy e la Ashton, grazie una strategia già concordata nel “Trio” costituito con le successive presidenze belghe e ungheresi, nel tentativo di superare il ridotto orizzonte politico del semestre.

La Spagna può anche contare sull’aperto sostegno francese, e sul più discreto ma altrettanto fondamentale assenso tedesco. Un’alleanza politica che ha le sue origini nel consenso dato dall’ex premier Felipe González alla riunificazione delle due Germanie, in cambio di un sistema di fondi sociali europei che premiasse la penisola iberica (in vent’anni la Commissione le ha assegnato 118 miliardi di €, tre volte l’ammontare dell’intero piano Marshall). L’abbraccio alla Vecchia Europa è stato portato a termine quando Zapatero ha abbandonato il fronte anglo-americano nella guerra in Iraq. Un cambio di prospettiva premiato dalla Francia con una corsia preferenziale nelle relazioni continentali, sfociata in una comune difesa della politica agricola e dei fondi ai territori di oltre mare, in una rafforzata cooperazione mediterranea e in un reciproco appoggio al momento di spartire gli incarichi a Bruxelles.
Questa presidenza gode infatti di una considerevole sponda negli uffici della capitale belga. Proprio com’è successo per la scelta di Catherine Ashton come Alta Rappresentante, il sì di Zapatero è stato uno dei fattori che ha deciso la rielezione del conservatore Barroso alla testa della Commissione. Di conseguenza, a un altro spagnolo, Joaquín Almunia, è stata assegnata la Direzione Generale della Concorrenza, uno dei posti chiave dell’intera nomenclatura politica europea.

3) Sbaglia dunque chi considera irrilevante, o destinato al fallimento, il semestre di Zapatero e del suo abile ministro degli Esteri Moratinos. Il ruolo della Spagna, pilastro dell’asse franco-tedesco, sarà quello di rafforzare e non competere con le istituzioni europee. Resta però da vedere se verrà avviato il punto più ambizioso del programma: plasmare un nuovo futuro per l’Europa. Questo significa trovare una convincente alternativa economica al modello entrato in crisi, e salvato solo dal pesante intervento pubblico; ed elaborare un nuovo percorso decennale di sviluppo e crescita, che sostituisca la fallita Strategia di Lisbona e che consenta al nostro continente di mantenere buoni livelli di benessere sociale e economico in un mondo il cui baricentro si sposta inesorabilmente verso Oriente. Bisognerà poi applicare il nuovo Trattato e lavorare duramente perchè l’Unione Europea anche in politica estera assuma la statura di attore globale.

Non sono obiettivi che si raggiungono in sei mesi. Ma per manifesta necessità, quella spagnola non dovrà essere una presidenza di attesa, o di mera continuità. Ci auguriamo che sappia facilitare, quando deve, il lavoro degli organi comunitari, e ispirare adeguatamente, quando può, la presa delle decisioni. Perchè i cambiamenti di cui abbiamo parlato non sono più rinviabili.

(Riccardo Pennisi)

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