Dimenticare Silvio

Parliamo di altro. Semplicemente di altro. Delle tante cose di cui ci occuperemo quando il reuccio si sara’ fatto da parte. Ho il sospetto ormai fondato che il reuccio sia in sella da cosi’ tanto tempo anche perche’ noi continuiamo a parlare di lui, continuiamo ad abitare ostinatamente il mondo che cosi’ subdolamente ha plasmato per noi. Un mondo in cui la societa’ italiana si e’ improvvisamente dissolta e a soppravvivere e’ il teatro quotidiano della sua nauseante megalomania come della sua miserabile insicurezza. Che ci costringono a parlare di lui. Ad inquinare il tempo passato con i nostri amici e le nostre famiglie. Ad intossicare il nostro rapporto con l’Italia che ci circonda, quasi che fosse la riprova di un peccato originale commesso da qualche parte dai nostri antenati. Ad obnubilare i nostri sensi, rendendoli incapaci di guardare ai tanti progressi compiuti dal nostro paese lungo la sua storia e dai tanti progressi che in futuro ancora possiamo aspettarci.

Non si tratta di non pronunciarne il nome, come qualcuno piu’ ingenuo di noi aveva pensato qualche tempo fa. E allora parliamo di altro. Parliamo di che educazione vogliamo dare ai nostri bambini, dei giardini pubblici e delle scuole modello che vogliamo costruire per loro, del traffico dal quali vogliamo liberarli. Parliamo del come possiamo creare lavoro per i nostri concittadini, non un’occupazione qualsiasi ma un buon lavoro in cui l’intelligenza delle persone sia il bene piu’ prezioso e non il pericolo piu’ temuto. Parliamo delle nostre coste e delle nostre montagne, di come preservare la loro bellezza ed impedire si trasformarsi in assassini involontari di chi le abita. Parliamo di come trasformare le nostre istituzioni – dall’ultima scuola di provincia fino al governo nazionale – in una casa di vetro, sempre trasparente per via delle cure dei loro cittadini. Parliamo di tutto, dal risparmio energetico allo sport per gli anziani, dalle pensioni troppo basse ai colori delle nostre citta’, dai salari alle lingue che vogliamo insegnare a scuola, dalla produttivita’ all’amore a vent’anni. Nell’Italia nuova, anche il problema in apparenza meno importante sara’ oggetto di attenzione e di cura, come di interesse sincero.

Quindi, dimentichiamolo finche’ siamo in tempo. Pensiamo a lui come se fosse un evento incredibilmente dannoso quanto imprevisto. Ma transitorio, come tutti gli eventi dannosi quanto imprevisti di cui possiamo solo aspettare il passaggio. E nel frattempo pensiamo a cosa faremo dopo, ma pensiamoci intensamente. Allora, chi siede in Parlamento fra le fila delle diverse opposizioni – ufficiali e semi-clandestine – cessi di rispondere alle domande dei giornalisti che sono figlie dello stesso mondo che il reuccio ha fabbricato per noi. Ad una domanda sulle ‘riforme’, si rispondera’ parlando di asili. Ad una domanda sul ‘dialogo’ si rispondera’ parlando di come combattere la poverta’. Ad una domanda sulle ’alleanze’, si rispondera’ con una lunga e dettagliata analisi di cosa possiamo fare contro la disoccupazione. Alla nuova domanda del giornalista sconvolto, probabilmente relativa alla magistratura oppure al ‘clima d’odio’, si parlera’ di inquinamento e di vivibilita’ urbana. E cosi’ via. Certo, potrebbe essere davvero pericoloso: cessare di rispondere alle sue provocazioni ci scaraventerebbe per qualche giorno in un mondo ancora piu’ irreale. Ma ormai la lezione l’abbiamo capita: e’ inevitabile che nel teatro da lui fondato a stare lassu’ ben ritto sul palco ci sia sempre e solo lui.  Nel suo teatro, lui non sbaglia mai. Noi sempre. Perche’ quel teatro e’, per l’appunto, SUO. Ma non ci vuole stare solo: e’ molto insicuro, per questo ci vuole un sacco di gente dentro. Compresi noi.

Ma ora e’ giunto il momento di dare coraggiosamente il via all’esodo. All’imponente, pacifico e meraviglioso esodo dall’Italia del reuccio. Dal paese che lui con tanto amore ha fabbricato per noi. Per costruirne un altro, oltre il transito di questo evento dannoso. Ma limitato nel tempo. Ciao Silvio, con questa lettera ti saluto. Non parlero’ piu’ di te. So perfettamente che ti manchero’, ma ben presto il tuo teatro si dissolvera’ e noi dovremo pensare all’Italia. Cosi’ abbiamo deciso che, date la mole paurosa delle cose da fare e l’incredibile quantita’ di idee che abbiamo per farvi fronte, e’ meglio lasciare il teatro ben prima della fine dell’ultimo atto. Questa e’ dunque l’ultima volta che esco dal tuo teatro, per non rientrarci piu’. Ora vado, che – lo ripeto – siamo travolti dalle cose da fare. E, soprattutto, dalla voglia di farle.

(Alessandro Coppola)

6 commenti

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6 risposte a “Dimenticare Silvio

  1. j.

    Caro Alessandro, ti sono care teorie che mi hanno sempre trovato d’accordo, e specialmente, nel nominare l’esodo, potresti esser definito “cattivo studente” (se davvero chi l’ha pronunciata la prima volta è quel “cattivo maestro” additato da tutti).

    Sì, parliamo del mondo che vorremmo, dell’antibiotico da dare ad una carne un po’ malata ma – spero – non completamente in cancrena.

    Parliamone ora, subito, adesso, come state facendo qui, perchè la metastasi è dietro l’angolo.

    Dunque, ci vedremo strada facendo, tra le mille cose da fare, per restituire a NOI prima di tutto dignità. La dignità del fare pacato e amorevole, e per nulla scontato né sdolcinato.

    A me tocca di farlo un po’ da qui, da un angolo d’Italia che si considera tale solo quando comoda, che vorrebbe poter esser sola soletta ma che nel frattempo, nel totale vuoto di idee, cerca di far d’un ministro un governatore, un vicerè persino, e mette sempre più spesso omini piccoli piccoli in posti chiave (solo il mio paesino d’origine ne ha ben 3, di cui 2 seduti sulla poltrona di un dicastero).

    E cercherò prima dell’espatrio di proporre qualcosa, per questa terra bellissima, di cui tutti sentono parlare ma che in pochi conoscon davvero.

    Il Veneto non è quello che ci fan credere, e proverò in piccola parte a dimostrare che parlando meno del Reuccio e più della Realtà, di sicuro qualche passo in avanti si può fare.

  2. Ruggero

    Ciao Alessandro,
    e’ molto interessante e stimolante quello che hai scritto.
    Ma, se mi permetti una veniale scorrettezza, a questo stimolo mi sento di rispondere con una provocazione.

    Ho imparato che c’e’ una profonda differenza tra l’incidente e la crisi.
    Un incidente e’ temporaneo, una crisi e’ definitiva.
    Una volta superato l’incidente si ritorna alla situazione pre-esistente, ma una crisi la si supera solo se ci si riesce ad adattare ad una situazione nuova, che non ha piu’ nulla a che vedere con quella pre esistente.

    Allora, una frattura ad una gamba e’ un incidente; dopo qualche mese di gesso e un po’ di terapia, torniamo a camminare come prima e potremo anche dimenticarci di questo increscioso episodio prima o poi.
    L’amputazione di una gamba e’ una crisi; dovremo imparare a camminare con le stampelle e non torneremo mai piu’ quelli che eravamo prima.
    Per quanto bravi e capaci di reagire ed attarci a questa nuova situazione, siamo cambiati per sempre.

    Enunciata questa banalita’, la mia provocazione riguardo il tuo articolo sta nel fatto di prendere l'”episodio” Berlusconi per un incidente.
    Magari di proporzioni gravi, ma sempre intendendolo un avvenimento dopo il quale possiamo ritornare ad una situazione, diciamo cosi’, di normalita’.
    Invece, ho paura che Berlusconi non rappresenti affatto un incidente, ma l’evidenza di una profonda e lunga crisi (e magari non ne rappresente neppure l’acme).

    Se leggo il tuo articolo utilizzando questo parametro (differenza tra incidente e crisi), allora la soluzione che tu suggerisci mi appare l’uscita da una crisi profonda e non la terapia per ripristinare una condizione pre esistente.

    Messa in questi termini, uscire da una crisi implica un profondo cambiamento, che credo tutti gli Italiani di buona volonta’ si augurano.
    Ma quanti di noi hanno chiara la portata di questo profondo cambiamento?

    Se “Berlusconi” e tutto quanto quest’ominicchio rappresenta fosse da considerarsi un incidente, una volta superatolo, resteremmo gli Italiani di sempre e torneremmo ogni mattina a berci il caffe’ espresso e a leggere tranquillamente la gazzetta dello sport.

    Quest’ominicchio rappresenta il culmine di una profonda (e duratura) crisi?
    Uscire da questa crisi implichera’ dare nuovi profondi ed intimi significati al nostro essere Italiani. Un cambiamento profondo della nostra cultura.

    Concludendo con un sorriso, significherebbe anche non trovarci piu’ al caffe’, niente piu’ espresso, niente piu’ gazzetta dello sport…

    Italiani nuovi. Io ci sto.

    Ruggero

    • alessandro

      Ruggero,
      certe volte bisogna dirsi dele cose imprecise in modo da reagire nel modo piu’ produttivo possibile. Quella dell’incidente e’ forse una finzione che ci serve a reagire, lungi dall’essere la realta’. La mia posizione sull’antropologia degli italiani e’ in sintesi quanto segue: 1) Il male oscuro e’ sempre in agguato, 2) Gli anticorpi talvolta sono efficaci, altre volte no, 3) Combattere il male oscuro significa produrre gli anticorpi. Il reuccio e’ l’autobiografia della nazione, per dirla con le parole di uno che questo paese l’aveva proprio capito. Anticorpi, anticorpi…

      • alessandro

        chiarisco: in questa fase la produzione degli anticopri e’ probabilmente piu’ facile se assumiamo la finzione dell’ ‘incidente’…

  3. Valerio Peverelli

    Approfitto di questo spazio cogliendo l’occasione per “parlare di educazione”; come immagino saprete la riforma Tremonti-Gelmini si è abbattuta come una mannaia sulle scuole pubbliche, inclusi i programmi e il monte ore d’insegnamento per le materie.

    Le “vecchie” scienza e tecnologia (che sia detto per inciso oggi erano sempre di più ore d’informatica, e andava molto bene) sono state radicalmente ridotte, fino a un orario così risibile che non servono a nulla (se fossero dei veri riformatori a questo punto avrebbero dovuto abolirle, e spiegare perchè).
    é notizia più recente che anche geografia subirà (potrebbe subire) una sorte per certi versi analoga.
    Io penso che la geografia sia una materia importante, e anche divertente, che aiuta ad immaginare il mondo, semmai si faceva troppa geografia dell’Italia …

    Se qualcuno volesse firmare un appello, non sia mai che tornano sui loro passi, il link è sul sito nazionale degli insegnanti di geografia, http://www.aiig.it.

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