Dopo la Puglia

Alzi la mano chi si sarebbe aspettato una così chiara vittoria di Nichi Vendola e una cosa chiara sconfitta di Massimo D’Alema alle primarie di domenica in Puglia. A volte la politica stupisce, come ha scritto in un bell’ articolo oggi Ida Dominijanni sul Manifesto: il “rimescolamento”  e l’innovazione programmatica avvengono non dentro al PD, di cui dovevano essere la prima missione, ma fuori e grazie a personaggi difficilmente catalogabili come Nichi Vendola ed Emma Bonino. Su quest’ultima vale la pena  leggere qui cosa dice su Sanità privata e cementificazione e chiedersi se mai un candidato PD avrebbe avuto quel coraggio e quella chiarezza.

Eppure la vicenda pugliese merita un’analisi più approfondita di quella che si limita a spiegare le fasi e gli eventi politici riducendoli a scontri di personalità.

1) C’è una classe dirigente post-comunista e post-democristiana che da 12 anni (dall’entrata nell’Euro) non è riuscita a produrre idee e fattori di identità in grado di mobilitare il suo elettorato e di cambiare il Paese. Dodici anni per farsi venire un’idea sono tanti, nel frattempo il Paese è un po’ peggiorato. Non ci si può stupire se poi gli elettori sono arrabbiati.
2) E’ dagli anni ottanta – sono passati 30 anni: abbastanza, no? – che sono sparite le idee forti, tra la ricerca di modelli socialdemocratici inapplicabili e posticci (l’eclissi della socialdemocrazia la commentammo qui); ventate di liberismo blairiste crollate come castelli di carta con la crisi economica del 2008 (possibile che al centro della mia agenda politica debbano esserci le liberalizzazioni e il nemico assoluto del popolo siano i tassisti romani?!?); fughe identitarie dentro riserve indiane che hanno mostrato come persino l’atomo è scomponibile in mille parti.
3) L’alternativa non può più essere tra D’Alema e Veltroni ma tra loro e qualcosa di radicalmente diverso (ne parlammo già qui); i modelli di intervento politico nella società non possono essere o il partito degli apparati senza popolo (D’Alema) o il partito – anch’esso senza popolo – dei simulacri televisivi e dei simboli facili (la casalinga di Voghera e l’imprenditore, l’operaio sopravvissuto della Tyssen-Krupp e Calearo: il modello Veltroni). Tanto per autocitarci ancora, si tratta davvero dell’anno zero: sta alle classi dirigenti più giovani trovare il modo di elaborare la novità, senza uccidere i padri in modo sciocco e banale (sarebbe l’inutile, ennesima scorciatoia). Ma tenendo bene a mente che la diatriba infinita D’Alema – Veltroni appassiona davvero un numero limitatissimo di elettori, compresi i propri. E’ letteratura di nicchia buona per strumenti che in Italia nessuno usa più, come i quotidiani cartacei.
4) Lo scopo di un partito politico è anche quello di rappresentare una parte di società (da qui viene la parola). Che parte rappresenta il PD? E come sta questa parte, è migliorata o peggiorata la sua vita negli ultimi tre decenni? Per molto tempo gli ex-comunisti hanno accettato l’analisi della società proposta dal craxismo per cui bisognava puntare sui “ceti emergenti” e il “popolo delle partite IVA”. Non ha funzionato granchè ma nel frattempo il centrosinistra si è perso il suo insediamento tradizionale: il lavoro salariato, il lavoro intellettuale e i ceti popolari. Oggi per questi gruppi si può parlare meglio di “ceti sommergenti” visto che stavano male prima della crisi (anche come conseguenza dell’aumento dei prezzi legato all’introduzione dell’euro) e ora hanno la mazzata finale. Impauriti, nauseati e arrabbiati votano qualsiasi cosa non sia direttamente riconducibile a D’Alema o Veltroni: Vendola ma anche Renzi, Serracchiani o Bonino.

5) Il centrosinistra deve ritrovare il suo elettorato. Rimobilitare i suoi prima di tutto. Nelle elezioni del 2008 il calo dei voti validi è stato del 4,5% rispetto al 2006 e, secondo più di un’indagine, si trattava in gran parte di elettori di quella che 2 anni prima era l’Unione. E’ una percentuale non troppo diversa dai voti dell’UDC. E’ compito della sinistra riportare dentro la politica chi è fuggito nell’antipolitica con rabbia, imparando a conoscere e leggere le vite delle persone, i loro problemi, fondendo un’analisi pragmatica della realtà con la ricerca di costruzione di comunità nuove, un po’ come ha fatto Vendola nella sua Puglia grazie anche al web, la comunicazione, e l’organizzazione territoriale tradizionale. Un mix pragmatico di strumenti vecchi e nuovi che ha stabilito i confini di una nuova comunità politica.

12 commenti

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12 risposte a “Dopo la Puglia

  1. Francesca

    L’identità sociale degli ex comunisti non si è mai definita. Non mi risulta che abbiamo mai sposato i ceti emergenti craxiani o il popolo delle partite IVA lasciando per strada la base sociale tradizionale. Mi risulta che, dopo un ventennio di battaglie per il miglioramento della qualità della vita delle persone e dopo aver vinto quelle battaglie, il risultato non gli è piaciuto. Quindi, la vecchia base sociale l’anno trascurata, quella nuova hanno fatto finta di non vederla perchè gli faceva schifo. E sono giustiamente finiti in una crisi di identità sociale prima che politica che li fa oscillare tra i due modelli ben descritti in questo interessante commento: quello dell’apparato senza popolo e quello del salotto senza popolo (e anche senza apparato).

  2. E’ vero però anche che, almeno a livello verbale, c’è stata una grande insistenza sull’abbandono dei “garantiti” rappresentati dai sindacati per favorire il popolo delle partite IVA. Su questo proprio Bersani si è costruito negli anni una credibilità. Basta poi andare a vedere il congresso del PDS del 1997 per capire di cosa stiamo parlando: ricordate lo scontro tra D’Alema e Cofferati?

  3. Francesca

    Hai senz’altro ragione. Mi domando che cosa sia successo per cui i garantiti se li è presi la Lega e le partite IVA Berlusconi. Risultato? 2 a 0. Credo sia proprio vero il contenuto di quella splendida vignetta (del Male, mi sembra) che ritraeva Occhetto disperato dopo una drammatica tornata elettorale. Il fumetto diceva. “Abbiamo perso quasi 5 punti percentuali. Gli elettori devono fare autocritica”. Il problema è antropologico prima che politico. Alle classi dirigenti della sinistra contemporanea gli fa schifo la gente, in quanto tale. Perchè la realtà è molto meglio immaginarla (o costruirla a tavolino come ha creduto di fare D’Alema in Puglia) che interpretarla.

  4. Francesca

    D’accordo ovviamente con la critica, non mi convince però l’analisi in nome di una concezione sociologica del partito politico, per cui il PD perde elettori ed appeal perchè non rappresenta più i ceti popolari e non riesce a rappresentare il “popolo delle partite iva”. Le nuove idee di cui c’è bisogno vanno cercate in una diversa direzione: c’è un’idea diversa del paese da quella “nordista” che finora domina, che vogliamo fare o dire dell’Europa e del rapporto Italia-Europa, consideriamo definitavamente tramontato il blocco sociale che ha sostenuto le politiche e le esperienze “socialdemocratiche”, se sì che significa la costruzione di un nuovo blocco sociale non fordista (qui ci sarebbe da aprire l’enorme discorso della cittadinanza piena delle donne)? Potrei continuare . Vorrei solo ribadire che tra il “giacobinismo” sempre più esangue di D’Alema e il “populismo” slabbrato di Veltroni non ci sono scorciatoie “sociali”, ma un lungo faticoso lavoro di costruzione culturale e politico, ovvero di costruzione di un partito, cosa che finora nessuno ha avuto il coraggio, la forza, la tenacia e la testa di fare.

    • mattiad

      Grazie davvero per l’intervento. “Rappresentare una parte di società”, come scriviamo, spero non venga intesa come scorciatoia sociologica: al momento basterebbe che fosse nell’agenda della classe politica un’analisi articolata della società e del lavoro (non basta certo puntare solo su una delle due cose). Perché non esiste? Per via della debolezza strutturale del pensiero della sinistra italiana degli anni ’90, il post ’89 (non parliamo dei 2000…).
      Si è creduto ciecamente nella terza via di Blair – basata sul presupposto che era possibile adeguare la società all’economia della globalizzazione – che si supponeva sempre in crescita – per redistribuire ricchezza: riforme che offrissero opportunità per restare agganciati al treno dell’economia libera. Per la sinistra, una pensiero misero. Come analisi della realtà, un superficiale eccesso di fiducia nel sistema economico globalizzato. E di conseguenza l’analisi del mondo attorno a sé si è resa funzionale alla narrazione vincente negli anni ’90.
      Poi, ma sarebbe lunga, bisognerebbe aprire il capitolo della forma partito. Le trattative in corso tra livello locale e nazionale per queste regionali mostrano cosa siano oggi i partiti: strutture in franchising, che esse abbiano “vocazione maggioritaria” o meno. Al massimo, organizzazioni composte di capo e staff, non certo di ceto dirigente diffuso (e non si vuole affatto sminuire il ruolo delle leadership). Per questo ho paura a volte che il giusto richiamo al “fare i partiti” (con la fatica che ciò comporta) debba essere fatto proprio solo a patto di non accettare ciò che oggi è definito “partito”, perché si tratta d’altro.
      Il nostro, per ora, è solo un invito a scoprire, con categorie proprie, cosa si ha intorno a sé: non per registrare passivamente ciò che è la società, per poi riprodurlo dentro struttute organizzate (e chi l’ha detto che la società è meglio della politica? Oggi mi sembra che, per larghi tratti, si specchino con piacere l’una nell’altra) ma per “sapere”, attraversare quell’eccezionale processo rigeneratore che è la presa di coscienza (perdonatemi l’intervento lunghissimo..). MD

    • cecdelia

      Sono convinta che non ci siano scorciatoie “sociali”, ma il lavoro culturale e politico, che purtroppo nessuno fa, non può non partire anche dall’idea di rappresentare alcuni soggetti/interessi (senza dare per scontato cosa oggi voglia dire rappresentare il lavoro, per esempio). Per questo non mi sembra di avere una concezione sociologica del partito. Anche l’Europa ai miei occhi era un certo compromesso sociale. Comunque grazie per le sollecitazioni, aiutano a ragionare.

  5. Ofelia

    scusate, ma io si me l’ aspettavo questa vittoria schiacciante. la gente non è mica scema! la serietà e la correttezza di Vendola in alcune situazioni spinose in Puglia è sempre stata palese.
    e poi basta col sor Massimo, il sor Walter e la loro combriccola!!!
    Dissento però dal mettere Vendola sulla stessa fila di Serracchiani e Bonino, che non mi convincono affatto.
    Le idee i ipolitici non ce l’hanno, e vero. ma in giro invece idee ce ne sono. di giovani super-precari. di vecchi come me che lavorano nella marginalità.
    Ma in questo paese dove nessuno, mai in nessun caso, si mette mai da parte… come faremo a liberarci di tutte le zavorre che abbiamo imbarcato in questi anni.
    di quelli che a sentirli parlare un attimo capisci subito perché perdiamo le elezioni……

  6. FILOMENA MARIA FOTIA

    L’evidente crisi di identità e di rappresentatività dei partiti dell’ex centro sinistra, sottolineata da tutti gli interventi, rischia di chiudere l’alternativa di governo per molto tempo ancora, se alle anlisi non seguono proposte radicali nel metodo e nei contenuti.
    Come dimostra il caso Puglia e, per certi versi anche il caso Lazio, le primarie sono uno degli strumenti da usare: in Puglia sono diventati, è giusto!, giudizio politico, nel Lazio avrebbero consentito, se fatte nei tempi giusti, di caricare ancora di più la novità della candidatura Bonino.
    Coraggio e chiarezza appartengono ormai solo ai “diversi”?
    Azzeriamo il grigiore desolante dei giochi di potere al maschile, facciamo saltare i tavoli dove si gioca alle spartizioni e rimettiamo in gioco le nostre passioni politiche e le persone in grado di rappresentarle.

  7. ciao mattia & mattia,
    leggo sempre con interesse i vs blog
    (e ogni tanto attingo… V. http://ilcesa.blogspot.com/2010/01/che-svendola.html)

    enrico

  8. Ofelia

    cara Filomena tu dici che “L’evidente crisi di identità e di rappresentatività dei partiti dell’ex centro sinistra, sottolineata da tutti gli interventi, rischia di chiudere l’alternativa di governo per molto tempo ancora, se alle anlisi non seguono proposte radicali nel metodo e nei contenuti”. e io sono d’accordo. peccato però che nello schieramento del centro sinistra (quello del quale mi interessa discutere) le analisi risultano sempre un po’ frettolose, spicciative. ci sono sempre altre urgenze: sociali, elettorali, spartitorie, ecc. ecc.
    e questo io lo capisco. non lo giustifico, ma lo capisco. ma mi domando: quando arriverà il momento che ci diamo il tempo lucidamente e serenamente per analizzare in maniera approfondita e il più possibile sincera ed esaustiva gli errori del passato??
    perché gli errori hanno un valore se servono per non ripeterli.
    e invece noi quasi sempre li ripetiamo, non certo sempre per mala fede, ma per fretta, mancanza di prospettive e quant’altro.
    ma li ripetiamo.
    e nel ripeterli prestiamo il fianco ad altri errori e a un clima generale di sfiducia. e quello che mi preoccupa di più è la sfiducia delle nuove generazioni.
    infine dici (e ti apprezzo) “rimettiamo in gioco le nostre passioni politiche e le persone in grado di rappresentarle”
    alcuni di noi le passioni non sanno proprio cosa siano. sono troppo preoccupati ad arrivare alla fine del mese, della settimana, della giornata, per potersi permettere il lusso di avere delle passioni.
    molti altri furbescamente hanno capito che la passione non paga, paga invece l’opportunismo.
    ad altri invece la passione e l’entusiasmo non manca mai, anche se non paga mai. ma penso che sia anche un fatto caratteriale.
    e allora sulla candidatura Bonino io penso che ci dovremmo seriamente domandare se in questa scelta c’è la passione, o se invece non riusciamo più a crescere un candidato convincente e ce lo dobbiamo andare a prendere in una squadra che spesso non ha brillato per limpidezza.

  9. Pingback: Fine delle due sinistre, rinascita di Milano « Italia2013

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