Vi raccontiamo la Linke (senza Oskar)

La LINKE è considerata da molti, nel nostro paese, un esempio di “processo unitario a sinistra” (così si dice in politichese) andato a buon fine. Un’esperienza cui ispirarsi per arginare quel «narcisismo delle piccole differenze» che rappresenta il male di cui la sinistra alternativa, o radicale, soffre da molto tempo. Ed è senz’altro vero: gruppi molto diversi fra loro, come il partito ex-comunista della Germania Est e una scissione di ex-socialdemocratici di sinistra (più gruppettari sparsi), hanno saputo mettere da parte ciò che li separava (la storia, innanzitutto: e non è poco, trattandosi di Germania) per conseguire l’obiettivo di creare una forza di peso alla sinistra del Partito socialdemocratico e dei Verdi. Obiettivo, come noto, centrato: alle scorse elezioni federali la LINKE ha avuto l’11,9% (nel 2005, quando era ancora solo una lista elettorale, aveva già raggiunto l’8,7%). Un risultato politico che ha avuto come artefice, su tutti, Oskar Lafontaine, l’ex segretario della SPD uscito clamorosamente da quel partito per un’irriducibile opposizione al “riformismo” di Schroeder. La sua rinuncia – resa nota lo scorso finesettimana – a ricandidarsi, al prossimo congresso di maggio, alla guida del partito, di cui è il leader più conosciuto e carismatico, è una notizia di grande rilievo. Ma non un’autentica sorpresa.

La decisione di ritirarsi dalla politica federale non giunge, infatti, del tutto inaspettata. Subito dopo l’elezione del nuovo Bundestag aveva rinunciato al posto di Capogruppo e da alcune settimane è diventato di dominio pubblico il fatto che si stia curando un cancro. Le motivazioni di salute, per quanto abbiano certamente pesato, non sembrano essere, tuttavia, l’unica causa del gesto di Lafontaine. Un ruolo lo ha certamente giocato il disappunto che il suo stile, a volte autoritario e populista, e la sua linea politica, di intransigente distanziamento dalla SPD, ha fatto crescere nella corrente (maggioritaria) dei pragmatici dell’est, più favorevoli ad una collaborazione con i socialdemocratici. Disappunto che si stava traducendo in aperta opposizione, come dimostrato dalle polemiche dimissioni (anch’esse molto recenti) del numero tre del partito, Dietmar Bartsch, un anti-Lafontaine par excellence. L’ex leader sembra quindi aver voluto, facendosi da parte, togliere dalla scena la propria ingombrante figura, a beneficio di un confronto che possa svilupparsi sui contenuti e non sulle personalità. Insomma, per quanto la LINKE sia attraversata da un acceso, e non sempre del tutto fair, dibattito interno, il gesto di Lafontaine non rappresenta il preludio di ulteriori colpi di teatro. non ci sono scissioni in vista. Ciò che aspetta il partito, invece, è il difficile compito di costruire una nuova leadership che riesca nell’impresa di amalgamare definitivamente le due componenti fondatrici – i “movimentisti” dell’Ovest e i “moderati” dell’Est. E di candidare il partito a forza di governo in una difficile, ma non impossibile, futura coalizione di sinistra (con Verdi e SPD) a livello federale.

Uscito di scena Lafontaine, ora resta un solo leader di spessore, Gregor Gysi, il quale, però, ha i “difetti” di essere non più giovane (ha abbondantemente superato i 60) e di avere un profilo “troppo orientale”: resta pur sempre colui che ha traghettato la SED, il partito-Stato della Germania comunista, nella democrazia post-riunificazione. E non toccherà a lui, infatti, il ruolo di segretario. È dalle seconde file, piene di funzionari onesti e competenti, ma non particolarmente carismatici né freschissimi, che sono stati pescati l’uomo e la donna che formeranno il duo alla guida. Uno dell’ovest, Klaus Ernst (55 anni), ex sindacalista della IG-Metall che seguì Lafontaine nell’abbandono della SPD di Schröder, l’altra dell’est, Gesine Lötzsch (48), berlinese di Lichtenberg, quartiere di casermoni realsocialisti, già membro della SED. Una scelta probabilmente obbligata, che si deve al fatto che sinora non sia ancora emersa una personalità capace di rappresentare entrambe le matrici del partito. Una scelta, tuttavia, che può servire a preparare il terreno ad un deciso ricambio generazionale a beneficio di quanti si sono socializzati nella Germania unificata e non ragionano più secondo lo schema est/ovest – schema la cui incidenza è destinata a ridimensionarsi sempre più. Persone che, anche qualora fossero nate nei cosiddetti nuovi Bundesländer orientali, potrebbero definitivamente emancipare la LINKE dal peso ingombrante del passato della SED, quando non addirittura della STASI. Un problema ancora lungi dall’essere risolto, come ha dimostrato la recente scoperta che molti suoi deputati del Landtag del Brandeburgo sono stati «collaboratori informali» (in tedesco IM – Inofizielle Mitarbeiter) della polizia politica della DDR.

Ancor più importanti delle scelte sul personale risultano quelle sulla linea da tenere in relazione alla possibilità, nel futuro, di alleanze politiche con la SPD e i Verdi per il Governo federale. Il tempo e le circostanze sembrano poter creare le condizioni di questo, sinora difficile, avvicinamento. Cosa vogliamo dire? Le divergenze che separano la sinistra “di governo” da quella “di opposizione”, in Germania (ma anche in Italia), appartengono ormai, per chi solo voglia accorgersene, al passato: tanto in politica economica quanto in politica estera. Per quanto concerne la prima, la crisi ha riportato d’attualità la necessità del ruolo pubblico nell’economia e spento quegli entusiasmi per le magnifiche sorti e progressive del mercato deregolato che tanto hanno contraddistinto i teorici della «terza via» (in Germania chiamata da Schröder la Neue Mitte, il «nuovo centro»). Per quanto riguarda la politica internazionale, il fallimento in Afghanistan rende ormai inservibile – almeno in Europa – un modello di intervento militare all’estero su cui era impossibile, a sinistra, trovare un’intesa; così come l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona rende ormai anacronistiche le posizioni di rifiuto degli “eurotiepidi” gauchistes.

Certo, in politica, il tempo e le circostanze fanno molto, ma non tutto: occorre anche la virtù di saper cogliere l’occasione giusta, che appartiene solo ai politici di razza. Come, in questi anni, ha dimostrato di essere – lo riconoscono anche i suoi avversari – Oskar Lafontaine. La sua determinazione, mista a una buona dose di spregiudicatezza, ha contribuito in maniera decisiva ad aprire una prospettiva per fare sì che l’emorragia di consensi di cui soffrivano i socialdemocratici finisse a sinistra e non nell’astensione o in pericolose avventure all’estrema destra. Energie militanti dell’ovest e le disciplinate strutture dell’est, si sono incaricate di dare corpo alla sua intuizione, senza troppo trastullarsi in dispute identitarie. E così il “processo unitario a sinistra”, nel volgere di pochi anni, si è potuto compiere. Ciò che, nel nostro paese, invece, non è ancora mai riuscito: resta da capire se più per mancanza di spinta militante o di disciplina di organizzazione o di generosità politica. O, magari, anche per mancanza di un Oskar nostrano.

(Jacopo Rosatelli)

2 commenti

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2 risposte a “Vi raccontiamo la Linke (senza Oskar)

  1. Matteo

    Due anni fa al congresso degli attivisti del PSE tenutosi a Vienna avevo avuto modo di chiedere ad alcuni giovani socialdemocratici tedeschi della JUSO cosa li dividesse dalla Linke. Mi risposero che a livello di idee e programmi si sentivano certo vicini a quel partito, ma che una collaborazione SPD – LINKE non era presa in considerazione dai vertici del loro partito proprio per la rivalità con l’ex socialdemocratico Lafontaine e per il modo in cui aveva lasciato la SPD. Ora, almeno in Germania, vista anche la politica fortemente di destra e a favore dei ceti più benestanti messa in campo dalla coalizione FDP- CDU (basta leggere lo Spiegel della scorsa settimana nell’articolo molto critico dedicato alla FDP) non sembrano esistere più motivi reali che impediscano una collaborazione e una unità a sinistra tra SPD e LINKE. Personalmente a capo della Linke- in quanto ex abitante di Lichtenberg- non avrei dubbi nel volere Gesine Loetzsch. Che ne pensi Jacopo?

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Matteo, credo anch’io, come accenno nel post, che la figura di Lafontaine (determinante per fare nascere ed esistere in questi primi anni la Linke) potesse essere un ingombro nelle relazioni con la SPD a livello federale, verso le quali sono meglio disposti quelli che provengono della ex PDS (ed ex SED). Il cammino politico perchè un’alleanza sia realizzabile, mi sembra, dunque, in discesa. Anche se non va sottovalutato il peso, soprattutto all’ovest, del settore che chiamo (per capirsi) “movimentista”: un banco di prova saranno le importantissime elezioni in Nordrhein-Westfalen a maggio.

      Quanto alla figura (sconosciuta in Italia) della Gesine Lötzsch, se capisco tu dici così: il fatto che sia la deputata di un grande quartiere di periferia è garanzia del fatto che conosca la dimensione reale dei problemi delle persone e dei ceti popolari. Concordo. Tuttavia, se parliamo di carisma, capacità di leadership e “visione”, ho i miei dubbi che possa lasciare un segno indelebile, diciamo così… Idem per Klaus Ernst. Per questo io credo che il loro compito dovrà essere quello di preparare il terreno per una persona che sia, oggi, tra i trenta e i quaranta (tipo Katja Kipping), formatasi nei movimenti del ciclo Seattle-Genova, meno “burocrate” e, soprattutto, senza relazioni con la mentalità da guerra fredda.

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