I frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno. Appunti sulla cittadinanza

Perché dobbiamo aiutare gli immigrati presenti in Italia a essere cittadini del nostro paese, a ottenere la cittadinanza, un permesso di soggiorno (magari senza il calvario che oggi bisogna affrontare per il rinnovo) o il diritto di voto? Perché crediamo nell’uguaglianza e nei diritti universali. E’ un nostro dovere, oggi, essere al fianco degli immigrati: “i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno”. Non importa il colore della pelle di chi i frutti lavora per raccoglierli.

1)   Queste “banalità” precedono tutti gli altri ragionamenti: un po’ per paura, un po’ per pudore, un po’ per eccesso di spirito tecnocratico, siamo abituati a sostenere le nostre tesi solo a partire dai dati che confutano le bugie della destra in tema di immigrazione, ma siamo spesso timidi. Forse sbagliamo a cercare ogni volta di dimostrare che “non è vero che gli immigrati delinquono più degli italiani” (è il razzismo elettorale di Berlusconi di questi giorni), oppure far sapere, numeri alla mano, che l’economia italiana non ne potrebbe fare a meno. Tutto vero, tutto utile, ma il primo punto è un altro: noi pensiamo che i diritti siano universali, che la solidarietà sia un valore – la chiediamo per noi e la offriamo agli altri – e sappiamo che la nostra cultura è già meticcia, e siamo pronti a discutere con gli scettici che cosa voglia dire.

2)   Ma i dati, contro le bugie, aiutano. Per esempio, a ogni barcone che arriva dal mare – respinto infrangendo le leggi internazionali sulla navigazione, mostrato come trofeo dalle tv – si dovrebbe ricordare che solo il 12% degli immigrati arrivano da lì, e si tratta spesso dei più sfortunati, i richiedenti asilo. Il 73% passa invece dagli aeroporti (la fonte è il Ministero degli Interni). Oppure ci possiamo appoggiare sugli studi più recenti della Banca d’Italia, che mostrano come non esista alcuna correlazione tra disoccupazione “italiana” e presenza di lavoratori stranieri. Lo sanno soprattutto le donne italiane: con il nostro stato dei servizi, quanto lavoro femminile è possibile solo grazie al fatto che le donne immigrate svolgono nelle nostre famiglie il lavoro di cura! Non solo: l’80% degli stranieri ha meno di 45 anni, contro il 50% degli italiani: oro per questo paese sempre più anziano; il 10% dei bambini con meno di 6 anni è di origine straniera, e nel 2050 le proiezioni demografiche mostrano un’Italia dove 1 giovane su tre sotto i 24 anni sarà di origine straniera. Mettiamoci l’anima in pace, l’Italia è già cambiata, i suoi abitanti vengono da tutto il mondo: è un nostro obiettivo politico che questo emerga nelle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’unificazione d’Italia, il Paese “dell’unità delle differenze”, come ebbe a dire l’ex Presidente Ciampi (sulle nostre seconde generazioni e la loro ricchezza di proposte, idee e analisi, andatevi a vedere il sito dell’associazione G2, con la quale collaboriamo per il progetto “Biblioteche del Mondo”).

3)   Però alcuni problemi esistono e vanno governati: i fronti sono due, l’istruzione e lo stato sociale. E’ chiaro che riguardo alla scuola sia necessario investire risorse per evitare squilibri e garantire diritti, spendere soldi per quei bambini che sono in ritardo di apprendimento per questioni linguistiche (sempre meno: nella Provincia di Roma, per fare un esempio, 70 bambini di origine straniera su 100 sono nati qui), spendere soldi per educare alla diversità. Questo aspetto però va sganciato dalla questione “razzismo vs. integrazione”: dovrebbe essere parte di un progetto generale di rilancio di tutta la scuola pubblica. Rispetto allo stato sociale vale lo stesso discorso: va sostenuto e finanziato in modo tale che non si possa percepire concorrenza con gli immigrati sui servizi essenziali. Questo è un passaggi cruciale, che qui non possiamo approfondire: ma è lì che nascono le frizioni più forti con la popolazione di origine straniera, ed è lì che non ci possiamo permettere di essere antirazzisti in modo naif. Il problema c’è e si risolve garantendo l’esercizio dei diritti sociali per tutti (un altro dato significativo: per l’Istat il 4% delle entrate fiscali del nostro paese dipendono delle tasse pagate dagli immigrati; la spesa pubblica che riguarda questa fascia di popolazione non supera il 2,5%: siamo in debito).

4)   Passiamo alle proposte: è semplice buon senso concedere il diritto di voto agli immigrati, favorire l’acquisizione della cittadinanza in tempi più rapidi (rapidissimi per i minori nati al di fuori dell’Italia ma cresciuti qui), la cittadinanza immediata a tutti quelli nati nel nostro paese. A questo proposito, oggi si è fatto un notevole passo indietro rispetto alla proposta di legge Granata – Sarubbi, presentata alcuni mesi fa: il disegno di legge Bertolini che è stato assunto come testo base per la discussione parlamentare è addirittura più arretrato della normativa ora in vigore (qui il testo). Il tema era approdato in parlamento ma si è deciso di rispedirlo in commissione, il centrodestra non poteva permettersi di spaccarsi su una questione del genere prima delle regionali: dovremo osservare con attenzione cosa accadrà dopo il 29 marzo. Ultimo punto: serve un’alleanza strategica permanente – e ben visibile, più di quello che è oggi – con il mondo cattolico più sensibile e attivo su questo tema.

5)   Suggerisco un tema di discussione con chi inveisce contro gli immigrati imitando il Presidente del consiglio e certa cattiva stampa. La legge Bossi-Fini, e la logica di persecuzione degli immigrati che le stavano dietro, ha quasi 10 anni. Entrare in Italia legalmente è molto complicato, viverci da straniero ancora di più. A questo punto vale la pena chiedere a chi continua a chiedere “severità”: ma la tua vita, con tutta la severità che c’è stata già, è migliorata? Stai meglio ora che i barconi vengono rispediti al mittente? Perché questa è un po’ la sostanza: si colpiscono visibilmente i più poveri “diversi” mentre, più silenziosamente, peggiora la vita degli italiani più poveri.

Ps. Si discute ancora molto dello sciopero degli immigrati del primo di marzo: qui di seguito il link al film del 2004 “A Day Without a Mexican” (un giorno senza un messicano), che racconta la storia della mattina nella quale la California si svegliò e trovò che tutti i messicani erano spariti. Provate a immaginare la stessa situazione nella vostra città.

(Cecilia D’Elia)

3 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, mondo, sinistra

3 risposte a “I frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno. Appunti sulla cittadinanza

  1. Ruggero

    Sono completamente d’accordo con quanto sostenuto da Cecilia in questo articolo.

    Vorrei aggiungere un aforisma in linea con quanto letto sopra: “la terra non appartiene a nessuno, tutti appartengono alla terra”.

    Sono pricipalmente due le cose che questa frase mi sembra suggerire:

    1) l’inutilita’ di segnare confini e diritti di proprieta’ su di un qualisvoglia territorio.
    Il tempo, ma soprattutto la storia con il suo ventaglio di varie possibilita’ di transizione (anche violente) come le invasioni o le migrazioni; e le altrettanto varie (ed anche a volta violente) modalita’ di transazione come le cessioni e le secessioni, ci indica come il possesso di un territorio da parte di un indivduo come di una collettivita’ sia vano, temporaneo, aleatorio ed inconsistente;
    2) la dimensione territoriale della cultura come fattore identificativo sia a livello individuale come a livello collettivo.
    Ovverosia, l’impatto fondamentale che in termini di cultura (cibo, lingua, lavoro, esperienze, arte) un territorio (la sua morfologia ed il suo clima) ha ed ha avuto sugli individui che (seppur temporaneamente) lo occupano e lo hanno occupato.

    Insomma, vivo da espatriato ormai da dieci anni e mi sento di dire che (anche mio malgrado) saro’ sempre italiano, dovunque io sia.
    Ma, forse proprio perche’ vivo da espatriato, non mi sento assolutamente di dire che l’Italia e’ il mio paese.

    Secondo me, l’Italia e’ il paese di chi ci vive oggi e di chi ci vivra’ domani (qualunque sia la sua cultura di provenienza) e non e’ assolutamente piu’ (… e forse per fortuna), il paese di chi ci ha abitato fino a ieri.

    In senso opposto, la mia cultura e’ ovviamente il frutto dell’impatto che il territorio italiano (marchigiano, nel caso di specie) ha avuto in me e che mi ha plasmato rendendomi nel bene e nel male colui che sono. E dopo tutto saro’ sempre colui che sono ovunque io mi trovi.

    Alla luce di queste considerazioni personali, mi sembra veramente inutile ed anche un po’ patetico pensare di “integrare” chi viene da fuori.
    Il punto vero e’ la capacita’ di cambiare alla luce di nuove circostanze.
    E pensando al cambiamento uso la parola “capacita’” e non la parola “volonta’”, perche’ anche se noi non lo vogliamo il tempo comunque passa e le cose ineluttabilmente cambiano: masse di persone si muovono da sud a nord, da est a ovest, come sempre gli esseri umani hanno fatto da milioni di anni e sempre faranno.

    Voler arginare questo fenomeno rispedendo qualche gommone al mittente o difendendo un crocifisso in un aula scolastica, non solo e’ alquanto inutile ma e’ purtroppo patetico, come risulta inutile e patetico opporsi all’avanzata degli anni.

    Allora, mi piace molto quando leggo nell’articolo di Cecilia che:
    l’80% degli stranieri ha meno di 45 anni, contro il 50% degli italiani; il 10% dei bambini con meno di 6 anni è di origine straniera, e nel 2050 le proiezioni demografiche mostrano un’Italia dove 1 giovane su tre sotto i 24 anni sarà di origine straniera.

    Sono sempre piu’ convinto che gli italiani di destra sono vittime della paura.
    E forse hanno tanta paura di cambiare quanto ne hanno di invecchiare…

    • cecdelia

      Consiglio la lettura di una poesia di Szymborska.

      SALMO
      Oh, come sono permeabili le frontiere umane!
      Quante nuvole vi scorrono sopra impunemente,
      quanta sabbia del deserto passa da un paese
      all’altro,
      quanti ciottoli di montagna rotolano su terre altrui
      con provocanti saltelli!

      Devo menzionare qui uno a uno gli uccelli
      che trasvolano,
      o che si posano sulla sbarra abbassata?
      Foss’anche un passero – la sua coda è già all’estero,
      benchè il becco sia ancora in patria. E per giunta
      quanto si agita!

      Tra gli innumerevoli insetti mi limiterò alla formica,
      che tra la scarpa sinistra e la destra del doganiere
      non si sente tenuta a rispondere alle domande
      “da dove?” e “dove?”.

      Oh, afferrare con un solo sguardo tutta questa
      confusione
      che regna su tutti i continenti!
      Non è forse il ligustro che dalla sponda opposta
      contrabbanda attraverso il fiume la sua
      centomillesima foglia?
      E chi se non la piovra, con le sue lunghe braccia
      sfrontate,
      viola i sacri limiti delle acque territoriali?

      Come si può parlare d’un qualche ordine,
      se non è possibile nemmeno scostare le stelle
      per sapere per chi brilla ciascuna?

      E poi questo biasimevole diffondersi della nebbia!
      E la polvere che si posa su tutta la steppa,
      come se non fosse affatto divisa a metà!
      E il risuonare delle voci sulle servizievoli onde
      dell’aria:
      quei pigolii seducenti e allusivi gorgoglii!

      Solo ciò che è umano può essere davvero straniero.
      Il resto è bosco misto, lavorio di talpa e di vento.
      W.S.

      Appunto, bisogna ricordarsi sempre che solo ciò che è umano può essere straniero, il resto è bosco misto. Così diventa umano parlare d’immigrazione.

  2. franco moretti

    Cara Cecilia,
    mi piace lo spazio che hai aperto, trovo decisamente azzeccata l’immagine di Roma
    e del suo cuore politico sintetizzato nella chioma dei pini visibili dai palazzi delle istituzioni.
    Sono troppo stanco per risponderti in modo esauriente al bell’articolo dal titolo programmatico.
    Migranti, diritto di cittadinanza, amata terra e nuovo internazionalismo.
    Peccato l’intramontabile cura del bel dire e fare neanche una centesima parte, me compreso ovviamente.
    Buona notte.

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