La mafia della porta accanto

Paolo Di Mauro, Gennaro De Angelis, Raffaele Amato, Guido Di Cosimo: questi nomi hanno qualcosa in comune. Si tratta di mafiosi latitanti arrestati negli ultimi anni, mentre si trovavano ben al di fuori delle classiche zone di riferimento dei loro clan. La storia della loro penetrazione “fuori casa”, in questo caso in Spagna e nel Lazio, ci aiuta bene a capire che la mafia del XXI secolo, capace di superare i confini geografici e concettuali in cui sembrava rinchiusa, è un problema politico economico e sociale più che mai aperto, da cui nessuno può sentirsi estraneo.

1) Le tre mafie italiane hanno stretto un patto di alleanza in Spagna. Quando i boss guardano all’esterno, lo fanno per rispondere a una precisa necessità: riciclare le montagne di denaro ricavate dal traffico di droga e di armi. Potranno così aumentare il loro potere economico diversificando gli investimenti (costruzione, supermercati, bar e ristoranti), e trovare occasioni per infiltrarsi nella politica e nell’economia locale. E a partire dagli anni ’80 hanno scelto la penisola iberica, e soprattutto la Costa Brava attorno a Barcellona e la Costa del Sol vicino Malaga (detta appunto dai boss Costa Nostra), per la mancanza di una legislazione antimafia e del carcere duro, per avervi trovato un boom immobiliare e turistico che era un’occasione irripetibile di riciclaggio, e perchè i politici locali hanno scelto di chiudere gli occhi davanti a una mafia che avanzava non col piombo ma col portafogli.

Secondo il procuratore antimafia Cannavale circa il 70% dei duecento ricercati più pericolosi si trova oggi in territorio spagnolo. Vivono in zone profondamente trasformate anche grazie al loro insediamento: corruzione epidemica, costa colpita da una speculazione edilizia incontrollata, città diventate centri internazionali del traffico di droga, porte aperte ad altre bande, russe e nigeriane. Solo da pochi anni ci si è resi conto di quanto radicata vi fosse la criminalità organizzata italiana, anche grazie ai libri e agli articoli di Roberto Saviano, e tanti latitanti sono finiti in manette da quando la polizia italiana e spagnola hanno iniziato a collaborare, soprattutto attraverso uno scambio di conoscenze e di informazioni su usi e abitudini dei boss e un uso reciproco delle intercettazioni telefoniche.

2) E’ una vicenda che ha molto in comune con quello che sta succedendo nella nostra regione, il Lazio. Come già raccontato da questo blog e denunciato dall’associazione Libera, l’installazione stabile dei clan risale agli anni ’80: da un lato, grazie alla formazione di una vera e propria organizzazione autonoma (la quinta mafia), dall’altro a causa dell’”occupazione” del territorio da parte di cosche provenienti un po’ da tutto il Sud. Anche in questo caso la possibilità di riciclare il denaro sporco grazie ad attività lecite, in un’area dove l’attività mafiosa non è al centro del dibattito pubblico, è stata decisiva nell’attirare i clan, che hanno messo gli occhi sui cantieri, sui cementifici, sulla ristorazione e sull’agricoltura.

Un paio di esempi illuminanti. Decine di ristoranti, pizzerie e supermercati di Roma sono secondo il procuratore antimafia Pietro Grasso in mano alle cosche calabresi: pochi mesi fa il Cafè de Paris, storico bar della Dolce Vita di Via Veneto, è stato sequestrato al suo proprietario nominale (un barbiere dell’Aspromonte), prestanome per conto della famiglia Alvaro; nel sequestro, sono state coinvolte altre attività nel centro storico della capitale per un valore di 200 milioni di euro. I tentativi di riciclaggio non si fermano qui: nel 2008 si è scoperto un enorme giro di denaro che aveva come obiettivo l’acquisto della SS Lazio da parte del clan casalese dei La Torre; il loro tesoro, proveniente dall’usura, girava su alcuni conti correnti esteri per poi tornare in Italia sotto forma di contanti pronti per essere spesi per sponsorizzare alcune partite e per avviare speculazioni sul titolo in borsa della società.

3) Come contrastare l’avanzata dei boss? Intanto, con una presa di coscienza generale: se il problema viene negato o sminuito, gli affari dei boss prosperano indisturbati. L’estate passata, il prefetto di Latina ha chiesto lo scioglimento per mafia del comune di Fondi. Era già successo nel 2005 al comune di Nettuno per l’infiltrazione di due cosche calabresi. Ma dopo una violenta campagna della stampa locale, durante la quale il prefetto è stato chiamato “il capo dell’antimafia dei puffi”, il ministro Maroni ha deciso per un semplice commissariamento: gli amministratori potranno tutti ripresentarsi alle prossime elezioni. Sarebbe dunque ideale che le candidate alla poltrona di governatore del Lazio considerassero la mafia uno dei temi centrali della campagna elettorale.

Inoltre, la mafia si contrasta con le leggi. Applicare al meglio quelle esistenti sarebbe la soluzione migliore. Il governo, tra squilli di tromba, promette di estirpare la mafia in dieci mosse. Ma fa tutt’altro: una serie di provvedimenti anti-stato. Le intercettazioni telefoniche non sono state vietate, ma la società a cui erano state appaltate non viene più pagata: il risultato è lo stesso. I boss incassano lo scudo fiscale (rientro di capitali tassato al 5% senza che se ne verifichi la provenienza): un grande aiuto per chi ha il problema del riciclaggio. Accarezzano la riforma del sequestro dei beni, vera spina nel fianco dei criminali: nel nome della lotta agli sprechi, sarebbero venduti quelli che non si riescono ad assegnare in sei mesi. Uno scherzo ricomprarli, per gli amici degli amici. Infine, aspettano speranzosamente l’approvazione della legge anti-pentiti, grazie alla quale le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia saranno utilizzabili solo in caso di riscontro totale: cioè, se un pentito rivela quattro delitti ma si riescono a trovare le prove solo di tre, le sue dichiarazioni saranno tutte da buttare.

Un tema fondamentale su cui impegnarsi, e una deriva da arrestare, per un’opposizione alla disperata ricerca di identità, e per una cittadinanza che ha a cuore il proprio futuro.

(Riccardo Pennisi)

Ps. Consigliamo la lettura dell’ultimo numero di Narcomafie, dedicato proprio alla mafia nel Lazio

2 commenti

Archiviato in criminalità organizzata, Roma

2 risposte a “La mafia della porta accanto

  1. Il vero punto debole, a mio avviso, deriva dalla insufficiente collaborazione del mondo bancario e finanziario.
    Voglio raccontare un aneddoto di vita vissuta: “Qualche anno addietro, nell’ambito di una formazione cui ero designato, per un progetto del ministero degli interni <>, mi trovavo a Napoli, davanti a 30 discenti tutti appartenenti al GICO, Criminalpool, ROS e DIA. Appena entrato in aula, mi sono sentito chiedere: “Dr Falcone, come mai quando arriviamo in banca per sequestrare le risorse finanziarie a presunti camorristi al termine di defatiganti indagini, troviamo i conti in rosso o addirittura estinti?”.
    Rispondere a questa domanda potrebbe essere un buon inizio.
    Cordialità
    gf

  2. Riccardo Pennisi

    Hai senz’altro ragione. Si tratta di un buco nero e in più se i soldi vengono trasferiti in un paradiso fiscale è quasi impossibile rintracciarli.
    Non a caso la nuova generazione di mafiosi è una generazione di laureati. Spesso in economia.
    Un saluto e buon lavoro.

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