Dalla pensione alla tomba (del buon senso)

1. Se la paura fa 90, il pensiero unico fa 67. Come gli anni d’età che devono dare diritto a godere della pensione di anzianità: sia secondo il piano presentato lo scorso venerdì dal governo socialista spagnolo, sia secondo una delle misure più discusse assunte dai socialdemocratici tedeschi nella precedente legislatura. Insomma, 67 sembra essere il numero magico con il quale una sinistra sensibile a certe suggestioni da “terza via” si propone di «stabilizzare» uno dei pilastri del sistema di protezione sociale, come quello delle pensioni, innalzando (in varia misura) l’età che dà diritto a beneficiarne. Conquistandosi applausi e consenso a destra, critiche e sconcerto a manca.

2. Partiamo dalla notizia, più recente, che viene dalla Spagna. La proposta di Zapatero è arrivata all’improvviso: ha preso di sorpresa addirittura alcuni ministri e ha scatenato l’ira dei sindacati, per la prima volta in dissonanza col premier. Perchè tanta precipitazione? Intanto, per lasciare in secondo piano una notizia altrettanto drammatica: il rapporto deficit/PIL spagnolo per il 2009 è all’ 11,4%. E poi, perchè  Zapatero ha voluto presentarsi al vertice di Davos con una proposta che dia credibilità ai suoi titoli di stato, in modo da evitare una crisi di fiducia in salsa greca. La Spagna s’indebita per i sussidi di disoccupazione e i mancati introiti fiscali dovuti all’aumento della disoccupazione (dall’8 al 20% in due anni); ed è chiaro che il problema non si risolverà a breve. Quindi: lavorare due anni in più. Nonostante la ministra dell’economia Elena Salgado lo giustifichi come soluzione a un problema demografico (in pensione a 67 anni perchè la popolazione invecchia), in realtà il governo vuole una cura rapida per una crisi – ci duole dirlo – di cui non ha saputo prevedere l’intensità. Combattere il precariato (in Spagna è precario un lavoratore su quattro)? No. Eppure contratti migliori significano per lo stato meno sussidi di disoccupazione e maggiori ricavi grazie alle tasse sul lavoro, oltre che un maggiore benessere sociale. Combattere il sommerso, che secondo le stime riguarda il 20% dell’economia? Nemmeno. Anche se i conti pubblici se ne avvantaggerebbero molto. Niente di tutto ciò: il rimedio, presentato come “necessario”, è quello che piace ai mercati finanziari. Staremo a vedere se passerà.

3. La vicenda tedesca è cosa, ormai, superata: ma non nel senso che l’avvenuto innalzamento dell’età pensionabile non sia stato presente nella scorsa campagna elettorale e, dopo, nelle riflessioni sorte in seno alla SPD sulle ragioni della clamorosa débâcle. Se la Linke ne aveva fatto un tema centrale per conquistare i voti dei lavoratori sentitisi traditi dal loro tradizionale partito di riferimento, i socialdemocratici del “nuovo corso” di Siegmar Gabriel e Andrea Nahles hanno riconosciuto che si sia trattato di una misura socialmente molto pesante e non del tutto giustificata. E hanno avanzato l’ipotesi che sia preferibile un sistema fondato non su una soglia d’età uguale per tutti, ma su prospettive d’uscita dal lavoro individualizzate, nelle quali l’età sia in relazione alle forze residue e alla fatica accumulata. Persino il moderato Frank Walter Steinmeier, alfiere della vecchia guardia di Schröder, ha riconosciuto che è necessario, nel corso di quest’anno, sottoporre la “riforma” a verifica. Peccato che la frittata sia ormai fatta: ma è meglio ravvedersi tardi, che mai.

4. Chi ancora conserva memoria di quell’anno e mezzo vissuto pericolosamente,  ricorderà  che anche il periodo del secondo Governo Prodi fu segnato da una lacerante discussione sulla “riforma” delle pensioni. Lo spartito, sempre lo stesso: la popolazione invecchia, il sistema – alla lunga – diventa insostenibile, e via soffiando nei fiati dello «scontro generazionale». Poche, inascoltate, voci di sindacalisti, economisti ed esperti – su tutti citiamo l’autorevole sociologo torinese Luciano Gallino – a dire, ostinatamente, il contrario: il sistema è stabile, le previsioni del futuro sono roba da astrologi e i problemi stanno, semmai, nel peso della gestione assistenziale sul sistema pensionistico. Voci che, inoltre, hanno messo in evidenza il fatto che quando la generazione di chi scrive (di poco sotto i 30) avrà maturato il diritto alla pensione, quest’ultima ammonterà – a causa del mutato sistema di calcolo – a una miseria. Ma quando ce ne accorgeremo a nostre spese, le persone cui dovremo dire grazie, ci risponderanno (ormai dall’oltretomba): «ma ve l’avevamo detto di farvene una privata»!

5. Come si vede, dunque, un tema-chiave per capire le difficoltà nelle quali a sinistra ci si continua a dibattere. Intendiamoci: è senz’altro apprezzabile che i conti pubblici siano tenuti sotto controllo – e noi italiani siamo i primi a saperlo. Ma ci sentiamo di dire che le misure prese al riguardo sono figlie dall’incapacità di rompere la cappa ideologica dell’unico mondo possibile nel quale dovremmo rassegnarci a vivere.

Ci sono alternative? Non è nostra intenzione entrare, in questa sede, in dettagli sul piano economico (lo abbiamo fatto qua). Più semplicemente e radicalmente, sentiamo l’esigenza di porci delle domande.

Perché il fatto, indiscutibilmente positivo, che le persone abbiano un’aspettativa di vita maggiore deve essere fatto pagare alle persone stesse? Non si arriva all’assurdo di sostenere, in questo modo, che il diritto alla vita va, in qualche modo, comprato? Perché esprimere, di fatto, un rammarico per quello che dovrebbe essere un progresso, frutto dello sviluppo civile di una società?

Come si fa a non capire che un anno di vita quando una persona è fra i 60 e i 70 non equivale ad un anno quando la stessa persona è tra gli 80 e i 90? Nel primo caso, si hanno le risorse fisiche e mentali per viaggiare, formarsi, fare nuove esperienze: in una parola, godersi il meritato riposo e interagire positivamente con l’ambiente circostante. Nel secondo, si può, quando si è fortunati, fare quattro chiacchiere nei giardinetti vicino casa con gli altri anziani del quartiere: o, più spesso, invecchiare tristemente fra pannoloni e badanti.

Insomma: è  giusto che lo Stato voglia che io lavori di più quando ho ancora un po’ di energia, per potermi poi godere in santa pace un bel letto d’ospedale da novantenne?

6. E pensare che, per capire queste cose, per farsi queste domande, a noi sembra che non servano né teorie, né libri, né rapporti di commissioni di esperti: serve l’umanità di guardare all’esperienza quotidiana di moltissima gente. E per prospettare soluzioni diverse, serve la fantasia di immaginare che la società non si regge solo sul lavoro salariato che si fa per una vita, ma anche sulla multiforme attività in cui ciascuno può impiegare il proprio tempo dopo la vita lavorativa. E, insieme alla fantasia politica,  serve quel po’ di coraggio per pensare che la «sostenibilità del sistema» possa essere garantita non per forza dai contributi di un muratore di 66 anni, ma dal profitto dell’impresa, all’origine della lunga catena del sub-sub-sub-appalto, per la quale quel muratore lavora.

(Riccardo Pennisi e Jacopo Rosatelli)

Per ricevere i post di Italia2013 via mail clicca qui

Lascia un commento

Archiviato in economia, Europa, sinistra

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...