Germania 2013

Andrea Ypsilanti della sinistra socialdemocratica

Istituto per la modernità solidale: così si chiama il think tank nuovo di zecca nato in Germania lo scorso 31 gennaio per volontà di un gruppo di dirigenti di Verdi, SPD e Linke e di docenti universitari di diversi atenei tedeschi. Suo obiettivo è sviluppare un progetto politico che offra un’alternativa al «neoliberalismo reale» basata sui valori di «libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà, autonomia e partecipazione». La notizia è, per varie ragioni, di estremo interesse. In particolare, se la consideriamo tenendo a mente le vicende della sinistra italiana, alle quali si applica perfettamente quanto si legge nel manifesto\appello fondativo (Gründungsaufruf): «i dibattiti su che cosa sia „di sinistra“ hanno portato troppe volte, nel passato, la sinistra sociale a dividersi e a renderla incapace di agire e incidere politicamente. Ma, allora come oggi, si tratta di riunire le persone per sviluppare e riuscire a imporre alternative solidali ed emancipatrici alla politica dominante. Perché la realizzazione dell’emancipazione è un compito storico, che si ripropone sempre in modo nuovo».

In primo luogo, l’importanza della notizia sta nel fatto che si tratta di un ambizioso progetto per tornare a mettere in relazione stretta il sapere accademico con l’attività politica, la ricerca con l’azione: la nascita di questo istituto dimostra che i promotori hanno capito che una politica di corto respiro, dell’amministrare quotidiano, incapace di interagire con le domande, le analisi, le suggestioni che provengono dal mondo intellettuale, non va da nessuna parte. La necessità di un rapporto fecondo fra intellettuali e politica non è certamente una scoperta di oggi: ma una ri-scoperta, forse sì. Forte è la sensazione che l’importanza di questo collegamento fosse stata persa di vista, infatti, nella sinistra europea degli ultimi quindici anni; se si eccettua la produzione di intellettuali di corte alla Giddens, un grande patrimonio di sapere e intelligenze, depositato in università, riviste, esperienze associative e simili, è stato semplicemente, volutamente, ignorato. E l’egemonia culturale che si è imposta è arrivata, non a caso, da chi quel rapporto aveva gramscianamente imparato a coltivarlo per bene: i neoconservatori americani con i loro agguerriti think tank.

La nascita dell’Institut für die Solidarische Moderne, in secondo luogo, è il segnale che qualcosa di grosso, nella sinistra tedesca, ha ormai cominciato a muoversi – e le malelingue lo mettono in relazione al ritiro di Lafontaine. Le persone che vi hanno dato vita appartengono alla sinistra socialdemocratica, come Andrea Ypsilanti – la ex segretaria della SPD dell’Assia che tentò, senza riuscirvi, di formare il primo governo di un Land dell’Ovest in cui la Linke fosse in maggioranza – , alla sinistra dei Verdi, come l’europarlamentare Sven Giegold, e all’ala non-ideologica della Linke, come la giovane e brillante vicesegretaria del partito Katja Kipping. Insomma: quelli che lavorano ad una futura coalizione fra i tre soggetti politici stanno facendo sul serio. All’interno dei rispettivi partiti, certo, vi sono forze che spingono in senso contrario, pronte (nel caso di SPD e Verdi) a cogliere eventuali occasioni di collaborazione che vengano al di fuori di quello che viene definito il «campo della sinistra» (in tedesco das linke Lager: purtroppo suona un po’inquietante alle orecchie italiane). Perché se è vero che, allo stato attuale, la politica federale pare aver assunto un profilo “bipolare”, nei singoli Länder la geografia è molto più variegata; inoltre, non tutti nella democristiana CDU considerano i liberali della FDP come il partner naturale, e viceversa: le rispettive “sinistre interne” guardano con maggior interesse a intese con «l’altro campo». Vedremo, dunque, se alla mossa dei fondatori dell’Istituto per la modernità solidale faranno seguito quelle di rappresentanti di altre correnti e di altri partiti.

In terzo luogo, il nuovo think tank rossoverde merita grande attenzione per ciò che è scritto nel manifesto\appello fondativo (su cui torneremo meglio una prossima volta). Il pensiero dialettico, nella terra di Hegel e Marx, non è stato ancora del tutto abbandonato: e così troviamo, nel ragionamento dei promotori, il riconoscimento del fatto che sia necessaria una sintesi fra le istanze storiche della sinistra figlia della «modernità industriale» e quelle più recenti, «postmoderne», dei movimenti quali il femminismo, l’ecologismo e il variegato universo queer. Se queste ultime sono apparse, in molte situazioni, esperienze in antitesi con l’approccio e i valori del movimento operaio, ora si tratta di saper tenere insieme le spinte all’emancipazione che vengono da entrambe: saper “sviluppare” le contraddizioni in un nuovo pensiero forte che tenga insieme tanto il bisogno di liberazione dallo sfruttamento del lavoratore salariato quanto, ad esempio, quella dalla norma dell’eterosessualità e dei ruoli sessuali definiti da parte delle individualità glbt. Il risultato (la sintesi dialettica) dovrebbe essere quello della modernità solidale, in cui si affermino un’«economia sociale», una «giustizia ecologica», l’«uguaglianza fra i generi», il valore di «una società plurale (eine Gesellschaft der Vielfalt)», un’Europa sociale e un «cosmopolitismo dal basso».

Bisognerà vedere se al promettente inizio farà seguito uno sviluppo all’altezza delle aspettative. Ma fin da ora possiamo ricavare, per le vicende al di qua delle Alpi, alcune indicazioni su cui meriterà riflettere.

Senza particolari chiacchiere sui giornali o moine e ammiccamenti da corteggiamento rusticano, autorevoli dirigenti che appartengono a partiti diversi hanno lavorato per mesi, in silenzio, insieme a qualificati professori universitari, e poi presentato un progetto serio a disposizione di quanti vogliano «camminare domandando» in direzione Germania 2013 (data delle prossime elezioni federali). Chi vuole lavorare ad un’alternativa rossoverde (anzi, più esattamente si dovrebbe dire: rosso-rosso-verde) sa qual è il suo posto. O per lo meno, sa che ne ha (almeno) uno, serio, a disposizione: e qualunque sia la sua identità politica “di partenza”, sa che lì troverà persone differenti che vogliono, sul serio, «contaminarsi». Una possibilità che vale soprattutto se non si appartiene a nessuno dei partiti esistenti.

Per chi non è disponibile ad una politica fatta di estenuanti tatticismi e slogan rimasticati, e vuole sfuggire all’abbraccio soffocante delle esangui burocrazie o, peggio, delle «filiere corte» clientelari dei capibastone (di cui giustamente parla Marco Revelli a proposito del PD), deve poter esistere anche in Italia una piattaforma di lavoro comune per intellettuali e politici, ma anche sindacalisti e attivisti sociali, che metta insieme sensibilità diverse e non duri solo il tempo utile per trovare al suo ispiratore\protettore un nuovo, più appassionante (?), mestiere. (Alludo, se non si fosse capito, alla breve stagione della Fondazione Di Vittorio di Sergio Cofferati: do you remember?).

Un «serbatoio di pensiero» sul modello dell’Istituto per la modernità solidale avrebbe, in Italia, un ruolo più che significativo da svolgere: bisognerà attrezzarsi a fare le cose sul serio anche noi, prima o poi. O no?

(Jacopo Rosatelli)
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2 commenti

Archiviato in cultura e ricerca, Europa, sinistra

2 risposte a “Germania 2013

  1. Matteo

    In Italia temo che si comincerà a pensare a scenari diversi nel campo della sinistra solo dopo la disfatta preannunciata delle regionali/comunali.
    Purtroppo al momento la situazione è paralizzata e paralizzante. Sono inoltre convinto che solamente i giovani possano unire una sinistra che in un certo senso non è ancora uscita dalle divisioni degli anni ottanta. D’altra parte, a ben guardare, quasi tutti i leader di allora sono lì fermi al loro posto. Inamovibili. Poche le variazioni sul tema. Nessuna elaborazione della sconfitta culturale che abbiamo subito in questi anni. Un tempo si parlava di supremazia culturale della sinistra…Sradicare tale supremazia era l’obbiettivo della destra. Beh..ci sono riusciti. Consiglio ai lettori del blog “Il mostro mite” di Simone Raffaele. Anche se leggerlo fa male.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Matteo, concordo sul dato “generazionale”. Grazie del consiglio di lettura: ci vuoi dire qualcosa in più sul libro?

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