Quando la classe non è acqua

Ortensio Zecchino

L’università italiana è sempre più un affare per chi è figlio di laureati o diplomati ed è sempre meno un ascensore sociale. E’ uno dei tanti luoghi in questo Paese dove si produce ingiustizia, invece che porvi rimedio: i figli dei laureati hanno più possibilità di iscriversi e più probabilità di arrivare fino in fondo, chi invece proviene da famiglie con un basso livello di istruzione e di reddito non solo tende ad iscriversi di meno, ma ha meno probabilità di laurearsi e nell’80% dei casi deve lavorare per mantenersi agli studi. E l’ingiustizia invece che diminuire con gli anni è aumentata dal 2000 ad oggi, cioè dopo l’introduzione della Riforma Zecchino (quella del 3+2).

Ogni tanto vale la pena di riflettere su questi dati, anche grazie all’articolo pubblicato ieri da La Stampa. Ma non basta riflettere, bisogna anche capire quali sono le cause di questa situazione e cosa si può fare.

Vediamo prima di tutto alcuni dati. Chi ha almeno un genitore laureato ha il 15% di possibilità in più di iscriversi all’università e un altro 15% di probabilità maggiori di finirla.  Gli iscritti che hanno alle spalle genitori con la licenza elementare erano il 20% dieci anni fa e si sono ridotti al 12% nel 2008. Si dirà: si sono ridotti anche gli italiani che hanno solo la licenza elementare. Vero, ma sono ancora un quarto della popolazione e lascio al lettore immaginare in quali regioni d’Italia si concentrino. I laureati in Italia sono poco più del 10% e se continua così è difficile che aumentino significativamente: i diplomati che si sono iscritti all’università nell’ultimo anno accademico sono stati solo il 60%, cinque anni fa erano il 73%. Non c’è da stupirsi se gli italiani che leggono i quotidiani, comprano libri, vanno al cinema o a teatro siano, secondo le stime di De Mauro, poco più del 30%.

Detto ciò vale la pena fare alcune riflessioni e formulare alcune proposte.

  1. I dati sono tanto più preoccupanti perché fotografano lo stato dell’università a 10 anni dalla riforma Zecchino, approvata dal precedente governo di centrosinistra. Una delle tante riforme a costo zero su cui poi hanno infierito le politiche del centrodestra: tagli consistenti di fondi, blocchi delle assunzioni, mano libera ai singoli baroni per la creazione di centri di ricerca e a volte atenei fasulli o poco seri. Con la sostituzione dei crediti al numero di esami per ottenere la laurea si è favorita l’introduzione de facto dell’obbligo di frequenza. Oggi anche chi voglia prendere una laurea umanistica a volte deve frequentare “laboratori” o fare stage gratuiti in cui ovviamente senza frequenza non si ottengono i crediti. Provate voi a lavorare 8 ore per mantenervi agli studi e poi riuscire anche a ottenere questi crediti. Forse il vecchio “esamificio” dove solo pochi coraggiosi andavano a lezione era degradante, ma si può pensare ad alternative al sistema attuale: quanti atenei nella nostra area metropolitana hanno attivato corsi serali per chi lavora? E quanti permettono una vera interazione con i docenti per chi non può andare a ricevimento? Infine, quanti docenti mettono a disposizione online le dispense delle loro lezioni? Ci sono isole felici certo, ma ancora troppo poche e lasciate alla buona volontà dei singoli.
  2. L’università è una cosa per ricchi. Perché aumentano le tasse universitarie in contemporanea con i tagli dei fondi statali agli atenei e perché, guarda caso a Roma proprio dal 1999-2000, sono aumentati moltissimo gli affitti. Il nostro sistema di diritto allo studio fa acqua da tutte le parti: basti pensare che un quarto dei 200mila studenti italiani ritenuti idonei a riceverne i benefici non hanno ricevuto nulla per mancanza di fondi. Oppure basta leggere il bando dell’azienda per il diritto allo studio del Lazio: ad uno studente fuorisede spettano 4.668,54 euro l’anno. Se non si ottiene anche il posto in uno studentato vuol dire avere poco più di 350 euro al mese. Quanto basta, in molti casi, per pagare un posto letto in doppia. Al resto ci si penserà lavorando oppure chiedendo a mamma e papà. Andatelo a dire a Brunetta: non si tratta di spostare dai padri ai figli (succede già, al di là dell’intervento statale) ma dai ricchi ai poveri.
  3. Gli anni ’80 videro per la prima volta il sorpasso delle laureate sui laureati. Una grande ondata di donne qualificate si presentò sul mercato del lavoro. Non lo trovò certo ad accoglierle a braccia aperte. Se ci si fa caso, l’unico settore dirigenziale dove le donne hanno fatto un po’ di strada è quello della magistratura: perché, almeno fino a pochi anni fa, c’era un concorso molto rigoroso che in caso di vittoria assicurava da subito ben più dell’indipendenza economica. In quanti settori del mercato del lavoro italiano contano, non dico i concorsi, ma almeno i curriculum? Se non avete cercato lavoro di recente, fate la prova. E anche se il lavoro lo si ottiene, molto raramente la laurea permette di avere stipendi così significativamente più alti da giustificare l’investimento fatto per fare l’università. In Italia c’è una questione salariale, e dentro di essa c’è una questione salariale femminile.
  4. Anche quando si accede all’università molto spesso la si lascia prima della laurea. A farlo sono spesso gli studenti lavoratori. Conta quanto abbiamo detto sopra ma anche altro. L’Italia è un Paese che non è solo bloccato nella sua mobilità sociale ma che ha anche un modello di sviluppo in cui la formazione sembra servire sempre meno. Roma e la sua area metropolitana ne mostrano i difetti in maniera ancora più macroscopica: pochi lavori ad alta qualificazione e riservati a caste chiuse e tanti lavori “a basso valore aggiunto”, come si con un eufemismo per dire basse qualifiche e bassi stipendi. Se vuoi diventare avvocato, giornalista, insegnante o dirigente ti devi poter permettere anni e anni di lavoro gratuito e/o master a pagamento. Sennò puoi sempre fare lavori in cui la laurea è meglio nasconderla. Ci stupisce che chi viene dai ceti più popolari  e magari già ha avuto esperienze nel mondo del lavoro concluda che l’investimento necessario a laurearsi non valga lo sforzo economico?
  5. E qui veniamo ad un punto importante. Negli ultimi 20 anni si è fatta passare l’idea che ci fossero lauree utili (ingegneria o economia per esempio) e lauree inutili come lettere o filosofia. Davvero singolare che un Paese con il nostro patrimonio culturale non sappia cosa farsene di queste persone. Vale la pena pensare ad un grande piano di sviluppo per i lavori intellettuali: perché la cultura non sia una spesa ma un investimento, per il pubblico ma anche per il privato. E al di là di questo, bisogna contrastare quel assioma ideologico per cui l’università deve solo preparare gli studenti ai lavori che offrono le imprese. L’università, e il sistema delle politiche pubbliche, possono anche creare nuove professionalità e poi dargli i mezzi per iniziare nuove attività economiche. Pensate, in questo campo, ai servizi alla persona oppure allo slow food e alla nuova economia sostenibile e di qualità. Insomma, l’università va vista come un settore di “politica industriale” come si sarebbe detto una volta.

Per concludere, per anni si è vista la formazione come la nuova frontiera di una sinistra che doveva semplicemente fornire a tutti le stesse opportunità per competere nell’economia della globalizzazione. Anche qui si ripeteva il mantra della terza via: education, education, education. A 10 anni di distanza vale la pena superare quel pensiero: la formazione non basta se non c’è un’economia pronta ad accoglierla e ad utilizzarla. Ma non solo: il compito della sinistra non è solo quello di assicurare le stesse condizioni di partenza (dov’è posizionata questa partenza, alle elementari? Oppure anche a 40 anni si devono avere le stesse opportunità per cambiare lavoro?) ma anche quello di produrre giustizia. E il sistema della formazione è uno strumento in questo senso non perché aiuta i cittadini ad essere competitivi ma perché li aiuta, appunto, ad essere cittadini più liberi.

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6 commenti

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6 risposte a “Quando la classe non è acqua

  1. mapi

    GRAZIE! è purtroppo tremendamente esatto. appartengo alla categoria peggiore, donna laureata in storia e filosofia, a cui continuano a proporre solo stage gratuiti. certo dobbiamo fare gavetta, ma per quanto e per cosa poi??Non solo le lauree (umanistiche in particolare) hanno perso valore, ma anche noi ne abbiamo perso … è frustrante sentirsi ripetere “perchè hai scelto quella facoltà?”scegliere in base alle proprie passioni o inclinazioni non è un capriccio, è un modo per essere dei professionisti migliori!!!e poi questa ossessione per l’estero, val bene l’esperienza, ma possibile che dall’Italia del Rinascimento e dei grandi pensatori e scrittori e dalla lunga storia, dobbiamo emigrare??Io vorrei studiare nei nostri archivi, vorrei contribuire alla ricostruzione di una storia che pesa ancora sul presente e della quale non possiamo dimenticarci se vogliamo evitare di commettere gli stessi errori e di votare ancora certe persone … per questo preferiscono le imprese!!

  2. gioacchino de chirico

    mi sembra opportuno aggiungere un contributo in quanto genitore di figli “coltivati” (genitori laureati, lavoro intellettuale, libri, dischi, teartro ecc) ma non ricchi. I miei figli non vanno all’università ma frequentano la scuola superiore. Si tratta di una scuola che prelude e “prepara” al modello appena descritto. Il ruolo degli insegnanti a scuola non è mirato alla formazione, la didattica spesso è interpretata come atto burocratico. La soluzione di tutto è delegata alle RIPETIZIONI PRIVATE. La spesa media delle famiglie (ricche per lo più) dei compagni di classe dei miei figli si aggira intonro alle 800 euro mensile (al nero of course) per ripetizioni di greco, latino e matematica – le materie di indirizzo del liceo classico. chi se lo può permettere? cosa “imparano” questi ragazzi? Perché gli insegnanti non solo tollerano ma incentivano questo andazzo? per molti di loro (una piccola minoranza sul resto dei cittadini) lo sbocco naturale sara lo studio all’estero…..

  3. Della Passarelli

    la situazione è purtroppo desolante. e il processo di una rivoluzione culturale “al contrario”, cioè che progressivamente ha portato ad una ignoranza sempre più grave delle giovani generazioni, è un processo partito molti anni fa. Vorrei segnalare un punto apparentemente marginale ma importante per la costruzione di individui liberi, capaci di pensare ed essere critici, capaci di immaginare e progettare e quindi di diventare cittadini adulti e responsabili: la scarsa attenzione verso la promozione di libri e lettura. Nelle nostre scuole non esiste la biblioteca scolastica, non esiste l’abitudine ai libri e i nostri ragazzi da tempo non hanno la possibilità di scegliere se diventare o meno lettori. I libri aiutano a vivere meglio, scriveva Munari. Ma da noi i libri sono un genere disprezzabile, talmente tanto che non si vendono se non sono scontati. Chiudono librerie indipendenti ma anche le grandi catene non se la passano benissimo. Le biblioteche pubbliche hanno gravi difficoltà. Come si può pensare di crescere senza libri? In Francia c’è una bella legge sul libro che ha come obiettivo quello di mantere la ricchezza e la diversità della produzione editoriale e di considerare il libro non come un prodotto commerciale qualunque, ma come elemento prezioso per la crescita culturale della nazione. Mi piacerebbe poter approfondire questo argomento anche su questo blog, visto che esiste una nostra piccola e purtroppo “misera” proposta di legge sul libro, in attesa di discussione in Parlamento.

  4. Queste riflessione sono un complemento perfetto all’articolo su La Stampa.
    Comunque mi sembra che l’ultimo paragrafo apre un campo le cui caratteristiche devono farci ripensare il peso e il ruolo che ne avrà l’università. Perché se il compito della sinistra è produrre (e il verbo non può essere più giusto) giustizia allora bisogna definire in che modi l’università sarà oggetto e soggetto di questa produzione. La storia del dopoguerra è ricca di fasi nelle quali l’università riesce a proiettare la sua soggettività sul insieme del blocco sociale progressivo. Ma in una fase in qui l’università è stata fortemente subordinata da un meccanismo di progresso sociale basato sul progresso individuale, bisogna tenere ben presente quali sono i suoi limiti per funzionare dentro un processo produttivo di giustizia.
    La formazione può aiutare ai cittadini ad essere più liberi solo se agisce insieme ad altri che prima si potevano dare per scontati ma che oggi sono da ricreare: accesso a beni e servizi fondamentali (ivi inclusi la informazione e la comunicazione), coesione sociale, identità culturale e politica stabile, e, non meno importante, aspettative di progresso.
    L’università ha bisogno di essere investita da una onda lunga. Da una onda che parta dalla valorizzazione politica degli spazzi di socializzazione esistenti nei territori. Da una onda che parta dalla articolazione politica delle domande di quelli che ormai o ancora della università non ne capiscono il senso.

  5. Pingback: Una parola nuova: redistribuzione « Italia2013

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