Una parola nuova: redistribuzione

Si sente spesso dire che gli italiani si sono impoveriti. E’ vero, ma solo per una parte della popolazione perché altri, invece, hanno di che essere soddisfatti. Guarda caso sono anche gli appartenenti alle categorie che votano più compatte per il centrodestra: liberi professionisti e imprenditori. I 7 anni successivi all’introduzione dell’Euro ci consegnano un Paese in cui la ricchezza è stata redistribuita dal basso verso l’alto e dal lavoro dipendente alle libere professioni e alle imprese. Nel frattempo anche nel campo dei servizi pubblici si trasferivano risorse dalle istituzioni statali a quelle private. Vediamo nello specifico i numeri.

1. Secondo le elaborazioni dell’Ires-Cgil (si può vedere una sintesi qui) dal 2002 al 2009, in termini di potere d’acquisto, impiegati ed operai hanno perso 2mila euro di reddito annuale mentre liberi professionisti e imprenditori oggi si mettono in tasca (a parità di potere d’acquisto appunto) ben 16.407 euro in più. Il 10% più ricco della popolazione detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, esattamente il 44,5%. L’Italia, nel frattempo,  è diventato uno dei paesi più ingiusti dell’Ocse, con le disuguaglianze che si sono ampliate proprio negli anni Novanta, sotto i governi di centrosinistra, e a causa delle riforme del mercato del lavoro (ne abbiamo scritto qui).

2. Tra le cause individuate dalla Cgil c’è il mancato recupero del fiscal drag. Chi, come il sottoscritto, ha poco più di 30 anni non sa neanche di cosa si stia parlando. In pratica, grazie all’inflazione i salari crescono dal punto di vista formale, anche se in realtà ci si comprano sempre le stesse cose. Siccome cresce la cifra totale percepita dal lavoratore cresce anche la tassazione che è proporzionale al reddito. Alla fine quindi con più soldi si pagano più tasse ma si comprano le stesse cose di prima. Una volta ci pensava lo Stato a compensare i lavoratori di questa ingiustizia, poi nel 2001 l’allora governo Amato ne sospese l’applicazione visto che aveva abbassato le aliquote e aumentato le detrazioni. I governi Berlusconi successivi non l’hanno più ripristinato (per una storia più approfondita vedere qui).  Secondo l’Ires, dei 2mila euro di reddito in meno per i dipendenti più o meno la metà è dovuto al fiscal drag. Da dove viene il resto?

3. Il fisco è diventato più pesante, ma anche qui solo per una parte della popolazione. Sempre secondo l’Ires dal 2000 ad oggi le entrate fiscali provenienti dal lavoro dipendente sono aumentate del 5,5% mentre le altre entrate sono diminuite del 15%.  C’è da sperare che entrambi i calcoli di questo centro studi siano sbagliati, ma l’esperienza quotidiana e la serietà dell’istituto non lavorano in questa direzione. Eppure non è finita qui.

4. Negli stessi anni, e con molta più intensità nell’attuale esperienza di governo berlusconiana, sono state trasferite risorse dai servizi pubblici a quelli gestiti da privati. La formazione è un caso lampante.  E’ di oggi il grido d’allarme degli atenei pubblici che a causa dei tagli del governo rischiano di finire sul lastrico: nel 2011 avranno il 18-20% dei soldi in meno che avevano nel 2008. Difficile che diventino un motore di mobilità sociale. Oggi, come abbiamo scritto, sono un luogo che riproduce le disuguaglianze economiche e culturali del Paese. Sempre  oggi il Presidente del Consiglio ha fatto sapere che i soldi per le scuole private non mancheranno.

5. L’Italia insomma è un Paese sempre più ingiusto e se ne avvantaggiano i gruppi che hanno sostenuto Berlusconi a volte con percentuali bulgare. Basti dare un’occhiata ai dati del consorzio Itanes oppure al nuovo libro di Domenico Fruncillo per rendersi conto che liberi professionisti, lavoratori autonomi e imprenditori hanno dato un vantaggio a doppia cifra al centrodestra rispetto al centrosinistra. E ne hanno tratto dei benefici. Bisognerebbe vedere se negli anni del centrosinistra quelli che l’avevano votato hanno potuto dire la stessa cosa.

6. L’aumento delle ingiustizie ha diverse cause: l’iniquo peso fiscale, un mercato del lavoro duale, l’evasione fiscale, le politiche di favore per le rendite, lo smantellamento graduale e disordinato dei servizi pubblici. Per tutti gli anni Novanta la sinistra della Terza Via si è cullata nell’illusione che bastasse far ripartire la crescita per poter dare più opportunità a tutti. Invece è successo che sono aumentate le disuguaglianze e la crescita si è fermata. Tra il 2000 ed il 2008 il valore aggiunto è cresciuto in tutto solo del 7%. Vale la pena di capire se la crescita delle disuguaglianze e il rallentamento della crescita economica oltre che essere contemporanei sono anche fenomeni collegati. E magari ripensare una politica per il centrosinistra che si occupi di ribaltare i fenomeni che hanno provocato l’aumento dell’ingiustizia come chiave per far ripartire il Paese.

(Mattia Toaldo)

1 Commento

Archiviato in destra, economia, sinistra

Una risposta a “Una parola nuova: redistribuzione

  1. Ruggero

    Mattia, la tua analisi e’ molto precisa e -nel mio caso- questa precisione non fa che trasformare in reali paure oggettive quello che fino adesso erano, per mancanza di informazioni precise, solo dei timori frutto di una paranoia tutta soggettiva …

    Paranoico o no, questi dati e le considerazioni che da esse ne derivano, mi fanno pensare immediatamente alla questione morale.

    Eh si… perche’ disugualgianza ed ingiustizia, sono prima di essere delle statistiche, dei dilemmi di ordine morale.
    Ce lo ricorda piu’ o meno chiaramente anche l’Art.3 della nostra Costituzione, che per quanto non mi faccia esultare, resta pur sempre il nostro patto sociale.

    Al di la del dito puntato verso destra o verso sinistra, il tuo articolo molto circostanziato solleva a mio avviso molte questioni di giustiza. Infatti, alla tua parola nuova “redistribuzione” associ inequivocabilmente la meno nuova parola “giustizia”.

    Certamente, grandi nomi della filosofia politica hanno dissertato (e tuttora dissertano) sulle questioni di giustizia distributiva (basta citare Veca, Habermas, Bobbio) e non e’ tanto nelle questioni inerenti alla distribuzione ed ai suoi meccanismi che vorrei soffermarmi, quanto ai paradigmi che vengono utilizzati per organizzare questi meccanismi.

    Meglio: alla mancanza di paradigmi.

    Te ne cito due di questi mancati paradigmi, tanto semplici da sembrare banali:
    l’Unione Sovietica che non c’e’ piu’… e mi viene da dire purtroppo,
    e la Scandinavia che e’ sempre piu’ lontana (e sempre piu’ nel Nord del mondo, rispetto ad un’Italia che si trova sempre piu’ a Sud del mondo …)

    Vado subito al nocciolo: l’Unione Sovietica, in un qualche modo ci ricordava che (anche se in fieri) esisteva un sistema che prediligeva l’uguaglianza alla liberta’.
    La Scandinavia, in un qualche modo ci ricorderebbe ancora che esiste un sistema che predilige il patto sociale alle pulsioni individuali.

    Ho paura che il fallimento dell’Unione Sovietica venti anni fa abbia potuto far pensare a qualcuno che la liberta’ ha finalmente vinto sull’eguaglianza …
    Mi e’ invece chiaro che un presunto vezzo di ruspante italianita’ faccia pensare a qualcuno che non c’e’ possibilita’ di ispirarsi a modelli nordici e che questi non sono congeniali alla dieta mediterranea.

    Francamente, poco mi importa degli stereotipi tipo che l’Unione Sovietica era un regime liberticida e totalitario e che il tasso di suicidi in Scandinavia resta il piu’ alto del mondo … quello che vedo (e quello che i tuoi dati sostanzialmente mi confermano) e’ che oggi l’Italia ha perso del tutto il senso morale dell’uguaglianza e, se mai lo avesse avuto, non ha alcuna nostalgia del perduto senso civico.

    Mi chiedo, in modo del tutto retorico, quale schieramento politico non ha fatto altro negli ultimi quindici anni che smantellare ogni residuo senso civico e mortificare in ogni modo (subdolo o arrogante) il concetto di uguaglianza?
    Ed ancora in modo retorico, mi domando quale schieramento imbelle e rammolito glielo ha lasciato fare?

    Ed invece, in modo meno retorico e molto piu’ preoccupato, mi chiedo quale sarebbe il nuovo paradigma che guida le questioni di giustizia distributiva in Italia?
    Con che cosa e’ stato sostituito l’ideale dell’Unione Sovietica ed il modello Scandinavo.
    A cosa ci stiamo ispirando?

    E se non ci stiamo ispirando a niente… a cosa possiamo allora ispirarci per (usando le tue parole) far ripartire il Paese?

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