Magari le cose cambiano

Fino a martedì sera è possibile vederlo al cinema Aquila di Roma, poi girerà come può, come capita in questo paese alle produzioni indipendenti. Stiamo parlando di Magari le cose cambiano, il film documentario di Andrea Segre, prodotto da ZaLab e OFF!CINE.

Attraverso lo sguardo di due donne, Neda e Sara, Andrea Segre ci fa entrare a Ponte di Nona, quartiere simbolo dello sviluppo urbanistico della Roma degli ultimi anni. Ne avevamo parlato con un post di Sandra Annunziata qualche mese fa: quel quartiere, abitato da decine di migliaia di persone, è un caso paradigmatico di come non si fa urbanistica creando aggregati sociali privi di servizi e reti sociali.

Sulle nuove periferie romane abbiamo cercato di fare analisi politica, di leggere il voto delle amministrative del 2008 per capire se c’era un collegamento tra cattiva urbanistica, cattiva politica e pessimi risultati elettorali per il centrosinistra. La risposta, purtroppo, è per ora affermativa. I non-luoghi che si vedono nel film, agglomerati di (brutte) case senza spazi di socialità e senza identità sono stati anche la tomba elettorale della candidatura di Francesco Rutelli. Brusco risveglio, per chi come la sottoscritta, partecipò alla fase finale della giunta Veltroni.

Ma un film è un’altra cosa. Prendono corpo gli uomini e le donne, che a Ponte di Nona ogni giorno affrontano gioie, fatiche, speranze, delusioni del nostro vivere. Nei 60 minuti del racconto incontriamo soprattutto donne, perché alla fine sono loro ad animare gli appartamenti e le strade di questo e di altri quartieri, e adolescenti. Il tono del racconto è sommesso, familiare, quasi un diario. Si discute attorno al tavolo della cucina, oppure nella cameretta-nido di Sara. Non c’è nulla di urlato, nemmeno la denuncia del potere di Caltagirone, padrone del “feudo” come suggerisce Neda, o degli affari dell’Immobildream. La giovine Sara in cerca di notizie sugli appartamenti si ritroverà con un biglietto elettorale di Carlino, il proprietario dell’immobiliare, candidato alle europee con l’Udc. Riderà di fronte a tanta sfacciataggine.

Il film è colto, velocemente mostra come sia sparita, mangiata dal cemento la campagna romana, un piccolo affondo negli anni della grande espansione, qualche immagine d’epoca, poche ma efficaci frasi di Insolera. Andrea Segre affida soprattutto a Neda e Sara il racconto e l’indagine sul luogo, alla ricerca del perché Ponte di Nona sia quello che è.

Neda è una signora cresciuta nel cuore di Roma, dopo le occupazioni delle case, arriva a Ponte di Nona nel 1995 con un figlio di 10 e uno di tre mesi. Sara ha 18 anni, padre egiziano e madre italiana, ha scelto di studiare al liceo, lontano. Non vive il quartiere, vuole sfuggire al destino della periferia investendo in se stessa, nella sua intelligenza, nella sua voglia di capire. Sara disegna.

All’inizio Neda, ripensando a come si viveva al centro, quando era un quartiere popolare, ricorda che le porte delle case erano aperte, perché faceva caldo. Forse quelle porte non erano aperte né per il caldo né per un obbligo dell’autorità (uguale e contrario a quello che oggi ci impone di tenerle chiuse, magari con le telecamere sul pianerottolo) ma per l’esistenza di legami sociali, di parti comuni che erano davvero vissute in comune, non solo oggetto di liti condominiali.

In fondo il film racconta di questo, delle case magari curate ma inserite in questi quartieri-prigione dove l’unico luogo d’incontro è il centro commerciale. Non era previsto, denuncia l’urbanista Berdini intervistato da una Sara novella giornalista che indaga su cosa sia la speculazione urbanistica. Doveva esserci una biblioteca, una scuola, servizi per il quartiere, invece c’è il centro commerciale, dove vaga il figlio di Neda e tanti altri ragazzi come lui.

Nessuna socialità, che non sia lo shopping, è prevista in questi spazi. Ma a questo destino non tutti si arrendono. A Ponte di Nona arrivano i nuovi assegnatari delle case popolari, la gran parte sono immigrati. Neda e Sara sono preoccupate che questo significhi nuove divisioni. Eppure diventa un’opportunità. La “riunione per conoscerci”, la proposta di una festa.

Il film è un’occasione per discutere errori e limiti del centrosinistra sotto il cui governo è stata creata Ponte di Nona – e non solo purtroppo questo quartiere, consiglio un giro dalle parti di Bufalotta per esempio. Come hanno dimostrato, tra le altre, le analisi di Walter Tocci e Federico Tomassi è proprio nel disastro urbanistico della nuova “periferia anulare” che c’è stato il risultato peggiore per il centrosinistra anche laddove, come nelle elezioni per la Provincia, ha vinto nel conteggio a livello cittadino.

Se il centrosinistra ha creato questi mostri il centrodestra non ha certo meriti da vantare, tutt’altro. Non a caso il sindaco ha da poco inaugurato una strada del quartiere che, senza paura di cadere nel ridicolo, si chiamerà ufficialmente “via meglio di niente”. Sulle paure delle tante Ponte di Nona di questa città Alemanno e la sua coalizione hanno soffiato quando c’era da vincere le elezioni per poi trascurarle una volta al governo. Manca ancora un progetto per questa parte di Roma a 22 km dal Colosseo: un progetto di integrazione locale, un progetto di vivibilità e un piano per rendere la Roma che conosciamo tutti veramente accessibile a questi abitanti. Che ancora, come fa Neda in una scena del documentario, si commuovono dicendo che posti come villa Celimontana una volta era “cosa mia”.

(Cecilia D’Elia)

1 Commento

Archiviato in cultura e ricerca, letture, Roma, sinistra, urbanistica

Una risposta a “Magari le cose cambiano

  1. mapi

    Grazie davvero, dovrebbero farli circolare di più questi film, e ora che siamo in campagna elettorale potrebbero essere spunto per discussioni e risposte politiche!

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