Se telefonando

Sicurezza o libertà: in questa falsa alternativa sta molto dello spirito dei tempi in cui viviamo. Nella trappola di dover scegliere tra l’una o l’altra ci sono cascati quasi tutti, dopo l’undici settembre nordamericano, l’undici marzo spagnolo e il sette luglio inglese: e quasi tutti hanno scelto la sicurezza. Hanno fatto eccezione i giudici della Corte costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht), ultimamente impegnati a dare non poche gatte da pelare al legislatore di Berlino. In una freschissima sentenza (pronunciata martedì 2 marzo) hanno dichiarato incostituzionale la legge, votata dalla maggioranza democristiano-socialdemocratica della precedente legislatura, che prevedeva la registrazione automatica e la conservazione dei dati (non del contenuto) per i sei successivi mesi di tutte le telefonate effettuate sul suolo della Repubblica federale e di tutte le mail inviate attraverso provider tedeschi.

Una legge che aveva un profilo che si potrebbe, senza tema di esagerazione, definire inquietante: i dati su qualunque comunicazione di qualunque persona dovevano essere per sei mesi a disposizione degli operatori della comunicazione e potevano, di conseguenza, esserlo anche dello Stato. Da qualche parte (dove?) doveva obbligatoriamente risultare a che ora, chi e per quanto tempo ciascuno di noi (vivo a Berlino) chiamava amici, parenti, numeri di servizio; non solo, ma doveva anche restare traccia di ogni messaggio di posta elettronica e di ogni sms inviato e ricevuto. Perché? Per permettere, così la motivazione ufficiale, alle autorità di pubblica sicurezza di difendere ciascuno di noi da possibili attacchi terroristici, la cui preparazione corre – come ormai qualunque altra cosa – attraverso i canali delle telecomunicazioni. Agli estensori della legge, che hanno sempre sostenuto di non far altro che applicare una direttiva europea (la 2006/24/CE ), non è mai passato per l’anticamera del cervello che stessero stabilendo un capovolgimento di un principio fondamentale su cui si basa (dovrebbe basarsi) la modernità politica delle democrazie liberali: lo Stato interferisce nella vita delle persone, entra nella loro sfera privata, solo in casi eccezionali. No, in questo caso valeva il contrario – ossia che di norma lo Stato entra nella sfera della privacy per interposti operatori telefonici – ma nessuno nei partiti maggiori sembrava rendersene conto.

Per fortuna, i partiti minori (liberali, verdi e Linke) e ben 35000 cittadini hanno sollevato il caso di fronte al Bundesverfassungsgericht che, nella sua sentenza, ha affermato che, soltanto di fronte ad un sospetto fondato, l’autorità giudiziaria può autorizzare la registrazione di dati così sensibili: altrimenti si incorre nella violazione del diritto fondamentale alla segretezza della corrispondenza, tutelato dall’articolo 10 della Costituzione tedesca (Grundgesezt). Le reazioni alla pronuncia dei supremi giudici lasciano intravedere nuovi conflitti in seno al già traballante governo democristiano-liberale. Se la CDU, con il grigio ministro degli interni de Mazière, vuole velocemente riproporre una legge non dissimile da quella cancellata, facendosi forza di allarmistiche dichiarazioni del sindacato di polizia, la FDP, con l’ottima ministra della giustizia Leutheusser-Schnarrenberger, non sembra voler cambiare la posizione di radicale rifiuto che ha tenuto sin qui.

Le prossime settimane ci diranno chi l’avrà vinta all’interno della coalizione al governo a Berlino. Intanto, noi possiamo dire che i difensori dei diritti civili ora hanno molti argomenti in più per cercare di mettere un argine al delirio securitario delle classi dirigenti europee, che, sappiamo bene, certo non ha risparmiato quelle italiane (di destra o di centrosinistra). Delirio di cui da tempo si vengono denunciando le ricadute orwelliane in termini di società della sorveglianza, in cui ogni movimento di ciascuno deve essere registrato da telecamere ad ogni angolo di strada, su ogni autobus, davanti a ogni portone. Il bisogno di sicurezza che sta alla base del patto sociale, insegnano i classici del pensiero liberale, non significa mettere nelle mani dello Stato un potere immenso, qual è la facoltà di sapere, ad esempio, le nostre abitudini sociali: chi chiamiamo, a che ora del giorno o della notte, per quanto tempo.

Peccato che in Italia (paese dove la cultura liberale è deboluccia), il decreto legislativo (il numero 109, del 30 maggio 2008) di attuazione della direttiva europea prevede tempi di conservazione dei dati ancora maggiori di quelli che erano in vigore in Germania. Per meglio dire, è già il Codice della privacy (Dlgs.196/2003),  a stabilire (art. 132) che  «i dati relativi al traffico telefonico sono conservati dal fornitore per ventiquattro mesi dalla data della comunicazione, per finalità di accertamento e repressione dei reati, mentre, per le medesime finalità, i dati relativi al traffico telematico, esclusi comunque i contenuti delle comunicazioni, sono conservati dal fornitore per dodici mesi dalla data della comunicazione». Ne siamo consapevoli? Chi in Italia sbraita contro lo stato di polizia, lamentando il potere eccessivo della magistratura nelle intercettazioni, non ha mai detto una parola su tale norma, che fa scempio del diritto alla riservatezza nel nome della “sicurezza”: a fargli compagnia, nel silenzio assordante, sono in tanti, di qualunque schieramento politico. Una ragione in più per non perdere la lucidità, saper distinguere e non cadere in pericolosi tranelli: sperando che, prima o poi, anche nel nostro paese qualcuno segua l’esempio dei giudici tedeschi.

(Jacopo Rosatelli)

4 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, Europa

4 risposte a “Se telefonando

  1. Maurizio Giancola

    Caro Jacopo,
    finalmente una buona notizia: esistono ancora dei giudici a Berlino.
    Due osservazioni al volo:
    – la democrazia liberale trova i suoi difensori sempre più nei partiti piccoli, indipendentemente dalla loro matrice culturale, mentre i grandi appaiono inadeguati e bolsi, e in un’opinione pubblica sensibile e attenta;
    – come giustamente osservi, in Italia siamo in condizioni ben peggiori e nessuno si accorge di nulla. Del resto, visto che il PD non ha ancora deciso se ha fatto bene o male ad appoggiare la candidatura di Emma Bonino, direi che tutto si spiega.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Maurizio, concordo in pieno con quanto dici! A parole sono tutti liberali, ma (quasi) nessuno sa che cosa significa esserlo davvero…

  2. Mox

    Caro Jacopo,
    è senz’altro vero che l’archiviazione dei dati sul traffico telefonico e telematico costituisce un serio problema per la privacy, però… c’è un però.
    Che sia necessario raggiungere un punto di equilibrio tra tutela delle libertà individuali e sicurezza, mi sembra indubbio. Sarà un’affermazione di inutile buon senso (come si diceva alle nostre riunioni…), ma non certo un delirio paranoide frutto dell’ideologia securitaria (che pure esiste ed è un pericolo concreto per la tenuta della democrazia). Direi anche che, sul piano dei princìpi, le esigenze di sicurezza devono essere subordinate alla difesa della libertà individuale, se non si vuole deformare gravemente la democrazia liberale.
    Ma, piuttosto che come un contrasto fra ragioni di principio, penso che la questione vada posta nei termini di una soluzione tecnica. La possibilità di svolgere indagini sul traffico telefonico è estremamente preziosa per le indagini su alcuni reati, e in modo particolare per quelli associativi. “Incrociare” i dati delle telefonate (senza conoscere il contenuto delle conversazioni, ovviamente) è spesso l’unico modo per ricostruire reti di complicità, coperture, organizzazioni criminali. Basti pensare al “caso Genchi”, indegna montatura organizzata dai politici e dalla stampa berlusconiani con l’appoggio dell’ex presidente del Copasir, il sagace Rutelli: la sua colpa (intendo sua di Genchi, la colpa di Rutelli è soltanto quella di essere Rutelli) era quella di essere un tecnico che, attraverso un attento lavoro (perfettamente legale) sui tabulati, ha consentito di gettare luce su inquietanti scenari di corruzione e malaffare. Risultato: Genchi è stato rimosso, i magistrati che si occupavano di quelle inchieste anche, e una legge per abolire le intercettazioni -che fra l’altro sono tutta un’altra cosa- è già pronta nel cassetto.
    Quel che voglio dire è che bisogna condurre le (sacrosante) battaglie per la tutela dei diritti con molta intelligenza, facendo le opportune distinzioni per evitare che si usino gli argomenti giusti per le ragioni sbagliate. La direttiva europea sul divieto di conservazione dei dati personali parla di eccezioni da valutare in base ai criteri di “proporzionalità e ragionevolezza”: si tratta allora di stabilire un termine di tempo ragionevole per la conservazione dei dati (tenendo conto di quanto tempo può richiedere un’indagine prima di raggiungere un “fondato sospetto”), i reati per cui se ne può disporre l’acquisizione, e soprattutto le modalità della conservazione. Le informazioni possono essere salvate automaticamente in un database protetto da più chiavi d’accesso (per ipotesi, una affidata alla Procura e un’altra alla società di telecomunicazioni), e attraverso un sistema di chiavi biometriche si può garantire che ogni accesso sia tracciabile…
    Insomma, non conosco il caso tedesco a cui fai riferimento, ma in generale mi sento di sottoscrivere pressoché tutto quello che hai scritto. Con l’importante precisazione che, mentre si cerca di allontanare lo spettro orwelliano di una società sotto controllo, bisogna stare attenti a non privarsi di uno strumento fondamentale nella lotta alla mafia e agli intrecci politico-mafiosi, che a mio avviso sono la vera metastasi della nostra ormai sempre più moribonda democrazia.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Mox,
      grazie per il tuo intervento. Un “controcanto” interessante e utile a riflettere più in profondità. Personalmente, condivido il fatto che fra libertà e sicurezza vada cercato un equilibrio e non vadano poste come alternativa e, probabilmente, le soluzioni che suggerisci ci garantirebbero da abusi.
      Ma quanto? Fino a che punto? Fino a che punto, voglio dire, situazioni del genere sono davvero in ultima analisi controllabili? Mi viene da fare un’analogia con l’energia nucleare: ci possono essere infiniti metodi per garantirci la massima sicurezza possibile, ma… sicuri del tutto non lo saremo mai.
      E sto parlando – quasi senza accorgermene – di sicurezza: il fatto che tutti i nostri movimenti siano per ipotesi ricostruibili, non ci rende non solo meno liberi, ma anche meno sicuri, in un certo senso…
      Finisco con una provocazione: non sarà che la presenza della mafia (delle mafie) ci ha condotto ad accettare misure di politica giudiziaria (come quelle di cui parliamo, ma anche come il 41 bis o l’ergastolo) inaccettabili da un serio e coerente punto di vista garantista? Forse sì, perchè la mafia ci costringe a uno “stato d’eccezione permanente” fino a che non l’avremo sconfitta. Non penso che tali leggi vadano cancellate: ma, forse, dobbiamo cominciare a riconoscere che, dal punto di vista dei princìpi, qualche dubbio devono farcelo sollevare.

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