Quante falsità per giustificare un decreto

Lo scopo del diritto costituzionale è quello di delimitare il potere della maggioranza, per far sì che esso non si trasformi in tirannide: è il tentativo di imbrigliare il potere, perché esso, privo di freni, degenera. Il dibattito attuale sulla vicenda dell’esclusione delle liste, se posto in termini di forma/sostanza, non ha dunque particolarmente senso. Non ha senso perché il problema non è il prevalere dell’una piuttosto che dell’altra, quanto se abbia ancora senso porre alla sostanza politica delle maggioranze dei vincoli formali, procedurali, che sono l’unico sistema possibile per tutelare le minoranze.

La vicenda in esame insomma punta dritta al cuore stesso del diritto costituzionale, perché vede contrapposte due fazioni antitetiche, che operano in un’ottica di aut-aut: da un lato vi è chi riconosce nelle regole formali una garanzia sostanziale, dall’altro vi è chi ritiene le procedure meri impedimenti, inutili all’azione di governo. Quest’ultima fazione, peraltro, utilizza spesso degli argomenti pretestuosi e concettualmente errati: mi soffermerò su alcuni argomenti retorici usati nei giorni scorsi dalle forze politiche di centro destra, per dimostrare, da un punto di vista giuridico, come essi siano, in fondo, banali falsità:

  1. il non ammettere le liste escluse avrebbe comportato la lesione del diritto di voto di molti cittadini (tutti quelli che avrebbero votato le liste escluse), in contrasto con l’articolo 48 Cost. L’affermazione è completamente priva di fondamento giuridico, considerato che si verifica la lesione di un diritto nel momento in cui le leggi che ne disciplinano l’esercizio non sono da tutti conosciute o conoscibili e non sono per tutte uguali. Nel caso in esame, le regole sul diritto di voto erano sia conosciute/conoscibili che uguali per tutti. Il diritto sarebbe stato leso se alcune liste non avessero potuto presentarsi alle elezioni perché escluse dalla legge, oppure se per alcuni fosse stata prevista una procedura aggravata rispetto a quella prevista per altri. Qui invece il diritto è stato garantito a tutti; che poi una lista non sia riuscita per motivazioni proprie ad adempiere agli obblighi di legge previsti per l’esercizio di un diritto, è un problema della lista stessa, che non può però essere configurato come lesione di un diritto. Il fatto poi che il diritto in questione sia costituzionalmente garantito, non implica certamente che il suo esercizio possa prescindere dalle regole legislative dettate in materia. Al contrario, ciò che lederebbe il diritto di voto, sarebbe proprio l’applicazione del decreto n. 29/1010, in quanto il voto elettorale può dirsi uguale quando è stata rispettata la par condicio nel procedimento, cosa che il decreto mira appunto ad impedire.
  2. Il decreto legge adottato dal governo è pienamente legittimo in quanto “di mera interpretazione”: anche in questo caso, l’affermazione è giuridicamente un non senso. Si parla di leggi di interpretazione quando il legislatore, a fronte di un contrasto interpretativo di una certa disposizione, interviene chiarendo i dubbi degli interpreti. Nella vicenda in esame, non si può parlare di legge di interpretazione semplicemente perché queste norme, in vigore da moltissimi anni, non erano mai state oggetto di contrasti interpretativi, né dottrinali né giurisprudenziali.
  3. La maggioranza ha ottenuto più voti e dunque può governare come meglio ritiene, con la conseguenza che l’intervento ex post tramite decreto è del tutto legittimo. Grazie al cielo, in un paese costituzionale la maggioranza ha dei limiti, e questa volta, nonostante si creda onnipotente, li ha superati da numerosi punti di vista, adottando un decreto viziato costituzionalmente, per la violazione di alcune disposizioni costituzionali:

a. dell’art. 122, primo comma, il quale attribuisce alla legge regionale (e dunque non a quella statale o a fonti ad essa equiparate, come decreto legislativo e decreto legge) il compito di disciplinare il sistema di elezione del presidente e dei componenti della giunta regionale, nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge statale. Peraltro, è del tutto evidente che l’individuazione dei termini e degli orari di presentazione delle liste non possono in alcun modo essere fatti rientrare nei “principi fondamentali”;  

b. violazione dell’art. 72, quarto comma, il quale impone l’utilizzo della procedura normale e diretta da parte della Camera per l’adozione di disegni di legge in materia costituzionale. Questo rilievo è importante, e sarebbe stato utile tenerlo presente proprio in questo frangente: è infatti evidente che l’esclusione di un partito dalla competizione elettorale rappresenta un fatto di cui una democrazia (soprattutto se bipolare) deve dolersi. Pertanto, la maggioranza avrebbe dovuto intavolare un dialogo sereno e pacifico in Parlamento, per arrivare, eventualmente, all’adozione di una legge condivisa che permettesse di superare questo oggettivo momento di difficoltà. Il riservare all’assemblea materie così delicate (come quella elettorale, quella di approvazione di bilanci, quella di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali), escludendo la possibilità di utilizzare provvedimenti caratterizzati dalla sostanziale assenza di discussione parlamentare, trova la sua ratio proprio nella necessità di confronto tra maggioranza ed opposizione. Lo strumento del decreto legge è peraltro, oltre che incostituzionale, anche poco opportuno, in quanto esso decade con effetti ex tunc (ossia è come se fosse mai esistito) se il Parlamento non lo converte in legge entro 60 giorni. In questo caso, le elezioni svolte dovrebbero essere annullate;

c. violazione dell’art. 3 della Costituzione, in quanto, di fatto, le violazioni commesse da un partito che si presume di maggioranza in una regione sono, per ciò stesso, considerate meno gravi di quelle commesse da altri partiti. Infatti, coloro che sostengono che la democrazia è in pericolo perché un partito, per irregolarità proprie, non concorre alle elezioni, mirano a nascondere una ben più tragica verità, ossia il fatto che la democrazia è in pericolo innanzitutto quando non viene più rispettato il principio di uguaglianza di fronte alla legge.

Le precedenti valutazioni di diritto mi sembrano utili nella misura in cui evidenziano la paradigmaticità di questa vicenda, la quale mette in luce ancora una volta il fatto che ormai ci troviamo non più in un momento di lotta “sulla costituzione”, ossia di conflitto sulla portata interpretativa della nostra carta e sulle conseguenti diverse modalità applicative, bensì in un momento di lotta “per la costituzione”, in cui alcune forze politiche credono in certi valori e nel rispetto delle procedure come momento essenziale di una loro piena garanzia, mentre altre forze politiche interpretano qualunque limitazione (dalla legge alla Costituzione) come illegittimo impedimento dell’azione della maggioranza.

Giulia Locati

2 commenti

Archiviato in democrazia e diritti

2 risposte a “Quante falsità per giustificare un decreto

  1. Jacopo Rosatelli

    Nulla da aggiungere al post in merito alle questioni giuridiche: non ne sarei in grado e Giulia, da ottima costituzionalista qual è, ha già detto – mi sembra – tutto.

    Noterella politica velenosa: perchè il principale partito di opposizione non è stato in grado di affondare i colpi su un PDL allo sbando? Perchè ha sposato la linea “aspettiamo il TAR” e non ha offerto, da una posizione di forza, una via d’uscita politica da questo casino? Una posizione del tipo: voi riconoscete pubblicamente e solennemente di avere sbagliato, chiedete scusa ai cittadini (anche per le dichiarazioni eversive di La Russa) e alla magistratura e noi vi offriamo il sostegno per rinviare le elezioni in Lazio e in Lombardia, nel caso in cui i tribunali dovessero giustamente bocciare le vostre liste? Mi sembra che Ciampi, oggi su Repubblica, adombri uno scenario simile. Perchè, insomma, la paura (l’incapacità) di prendere l’iniziativa?

  2. Valerio Peverelli

    Caro Jacopo perché il PD è il PD?

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