Che fine farà l’Italia

Diciamocelo chiaramente. La crisi che Berlusconi sta attraversando in questo momento non è una crisi di consenso. Insomma, non si scioglierà come neve al sole, lasciandoci un ricordo ormai lontano di un tempo che fu.

Questa crisi ha invece dimensioni tutte politiche, nasce e vive nei palazzi del potere nazionale o locale e mette in luce le contraddizioni in un partito che nato ad immagine e somiglianza del leader, quel leader non può abbandonare. Ma forse anche le contraddizioni di un sistema politico, quello della seconda repubblica, che mostra con chiarezza tutti i suoi limiti. Tutti i difetti che schiere di commentatori, tutt’altro che disinteressati,  attribuivano al Partito Democratico, sono divenuti ora patrimonio comune con il partito del premier, sperando che diventino presto pungolo e stimolo per una analisi corretta di questi ultimi 15 anni.

Il nodo delle regionali non è quindi un passaggio di scarsa importanza. Non è solo questione di bandierine, di quante Fede potrà piazzarne la sera dello spoglio, o di quanto la cartina d’Italia si colorerà di rosso.

Tre sono le variabili che determineranno uno scenaio piuttosto che un altro. Il successo della Lega al nord: se il centrodestra riuscirà a strappare il Piemonte al centro sinistra, e magari avere un bel risultato in Toscana, Emilia e Marche, grazie alla Lega, Berlusconi potrà dormire sogni tranquilli. Dovrà certo scendere a patti con un alleato scomodo e piuttosto esigente che ormai, però, occupa poltrone e posizioni di potere così importanti che non potrà tornare facilmente nell’area del non governo. Allo stesso tempo il premier potrà considerare salva la propria base di consenso, il proprio blocco sociale, che anzi si allarga anche ad aree fino a questo momento periferiche rispetto alla propria rete di potere.

La capacità del PD di essere un partito nazionale, capace di prendere un voto omogeneo dal nord al sud, passando per il centro. Per il PD sarebbe un primo passo, non solo nel ricreare le basi per una democrazia parlamentare dei partiti, così come previsto dalla nostra costituzione, ma anche per costruire una propria identità, non legata solamente al leader di turno, ma fortemente radicata nella storia di questo paese e ancorata al suo ruolo nel sistema mondiale. Se al contrario si limitasse a diventare una lega appenninica, incapace di espandere il proprio consenso al nord e allo stesso tempo ostaggio delle proprie classi dirigenti al sud, allora forse è utile chiedersi se esisterà ancora un’Italia dopo Berlusconi.

Il risultato del voto delle liste civiche, del presidente e dei voti espressi direttamente al candidato governatore e allo stesso tempo i voti di preferenza espressi ai candidati consigliere regionale. Questo è un nodo cruciale, poco indagato al momento, ma che darà la cifra significativa di quanto la seconda repubblica sia giunta al termine. Infatti il presupposto che ha caratterizzato il centrosinistra negli ultimi 15 anni è la presenza di candidati governatori forti, talmente forti da imporsi alla dirigenza nazionale del proprio partito. Questo è stato l’antidoto insieme al totale svilimento delle assemblee legislative, contro il notabilato locale, che fino agli anni ’70 veniva sfruttato, emarginato, egemonizzato dai partiti, e che negli anni ’90 ha trovato un  potere compensatorio con i governatori eletti direttamente.

Nessuno se ne è accorto, ma già alle elezioni abruzzesi dello scorso anno, il candidato governatore del centro sinistra, ha preso meno voti della coalizione di partiti che lo appoggiava. Neanche più il potere dei governatori riesce, ammesso che ci sia mai riuscito, a garantire efficacia amministrativa e cultura politica.

Questi sono gli elementi sul campo. Non è questa la partita di Fini, che suo malgrado non può sperare neanche più nella candidatura della Polverini, non è neanche quella di Casini, la cui politica del doppio forno premia forse ad urne chiuse, ma non ad urne aperte. E le urne chiuse ci rimangono giusto il tempo di un pomeriggio, giusto il tempo di contare i voti e mettere via le schede. Da quel momento in poi le urne rimangono sempre aperte e il conflitto politico ha tutto il tempo di dispiegarsi.

Ma dal combinato disposto di questi tre elementi, la variabilità riguarda quindi l’idea che questo nostro paese possa considerarsi ancora una comunità politica unica e coesa, in cui non sia il localismo, ne quello dei territori ne quello del notabilato locale, a contraddistinguere l’agire degli attori politici italiani. Detto in altre parole, che l’Italia politica, quella che aspira a governare i destini di un popolo e non di un elettorato, abbia ancoa senso di esistere. Non a caso gli elementi esposti prima sono proprio legati ognuno ad una specifica area geografica del nostro paese. Ed è attraverso questa geografia elettorale che si giocherà il destino del nostro paese.

Non è obbligatorio che da questa situazione se ne esca. Pensare che con la scomparsa di Berlusconi, tutto magicamente ritorni ad essere un sistema a democrazia compiuta, è pura fantasia. L’Italia liberale ha vissuto per anni tra notabili locali e l’eredità degli stati preunitari, finchè l’ennesimo uomo nuovo venuto fuori dagli apparati di partito, unico mantra della politica italiana, trasformò aule sordide e grigie in bivacchi di manipoli. Tutto questo potrebbe ritornare o  è già tornato e non ce ne siamo accorti. Nel primo caso si tratta quindi di resistere. Nel secondo di ricostruire.

(Mario Castagna)

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