La somma delle parti non basta a fare una città

Il marciapiede lungo via Ponte di Nona finisce improvvisamente nel fango.Dietro la rete comincia la terra di nessuno, affacciata sugli spazi della campagna romana. Poche centinaia di metri più a sud i carrelli del supermercato vengono lasciati abbandonati su strade improvvisamente interrotte. E quelle trincee fresche di scavo apparentemente così banali e provvisorie, testimoniano la nascita di una nuova città nella quale vivranno 40.000 persone.
Con questo breve contributo si vorrebbe descrivere la vicenda che ha interessato l’espansione di un brano urbano della città di Roma problematizzando da un lato gli esiti di una stagione urbanistica accusata di non aver saputo restituire spazi di qualità alla cittadinanza e di aver
allargato le fila della rendita fondiaria, dall’altro cercando delle chiavi di lettura possibili, meno dissacranti di quanto non faccia il giornalismo di inchiesta, in grado di interpretare in chiave positiva nuovi quartieri in divenire, che ormai sono sotto i nostri occhi e che sollevano un bisogno di un progetto per la città.
Parole chiave di questo contributo vorrebbero essere delle suggestioni, eppur banali dalle quali ripartire per pensare al città: si tratta di convivenza, diritti di cittadinanza, giustizia spaziale.
Studi recenti in campo urbano individuano nell’accessibilità e nelle forme di socialità che si dispiegano nello spazio urbano, forme basilari di esercizio della cittadinanza e di diritti situati nello spazio. La prospettiva spaziale nei confronti della giustizia, la spatial justice, sta
acquistando terreno per ragioni a noi ovvie,  le stesse che ci portano a cercare a Ponte di Nona l’esemplificazione di quello che non dovrebbe accadere in un buon governo della città.
Ponte di Nona, cosi come si presenta oggi, sembra gettare le premesse per una vita quotidiana faticosa e difficile. La promessa delle centralità, mediante le quali il piano regolatore attribuiva strategicità e nuovi funzioni ad ampi comparti urbani, sembra sostituita da una città che prosegue il suo congenito sviluppo per parti autoreferenziali e incapaci di dialogare, destinando interi ambiti di trasformazione alla perifericità, sia in termini spaziali che
funzionali.
Le nuove espansioni, ancor più delle periferie consolidate, sono fatte di terraine vague, aree a standard sovradimensionati, parcheggi abbandonati o sottoutilizzati. Una storia nota al sistema di produzione della città, ampiamente descritto da Insolera negli anni ottanta. E la prospettiva
si aggrava notevolmente se collochiamo il consumo di suolo e l’espansione edilizia della più ampia crisi ambientale.
Da questo punto di vista Roma è ancora acerba, rifiuta di diventare metropoli e con questo rifiuta di dotarsi delle attrezzature minime necessarie ad elevarla al rango di città sostenibile. E anche se in molti vi diranno che “Roma ha la più alta dotazione di aree a parco di tutta Europa” è la integerrima resistenza delle sovrintendenze che dobbiamo ringraziare non certo
una lungimirante politica orientata alla città sostenibile.
La domanda che dobbiamo semplicemente porci è: che tipo di città é quella sotto i nostri occhi?  Il che equivale a chiedersi non solo che tipo di spazio si sia prodotto, ma anche se sia una città che mobilita o smobilita, mina o promuove processi di partecipazione, incoraggia o scoraggia il conseguimento dei diritti di cittadinanza basati sullo spazio di prossimità.
Ponte di Nona- Lunghezza, si presenta ad oggi nella forma di un grande contenitore per il commercio con più di 200 negozi e multisala e ristoranti, ma prevede (in futuro?) la nuova stazione ferroviaria, 2000 parcheggi, servizi pubblici e privati, attività ospedaliere, la sede del municipio, un hotel centro congressi, un mercato coperto. Lo spazio restante dovrebbe essere occupato da un parco tematico con centri sportivi. L’infrastruttura avrebbe previsto anche piste ciclabili e pedonali che però non sembrano trovare corrispondenza nell’assetto dell’insediamento residenziale limitrofo. Ad oggi la maggior parte di queste infrastrutture e servizi non sono stati realizzati mentre il centro commerciale è stato inaugurato nel 2007 consentendo l’apertura di un casello autostradale sulla A-24 che fornisce una connessione per il quartiere, ma al modesto prezzo di 1,60 euro a pedaggio.
A fianco della centralità sorge oggi un’area residenziale di 6.000 unità, che è stata progettata da un consorzio di costruttori che negli anni ’90 aveva acquistato i terreni. L’area è nota come il Nuovo Quartiere Caltagirone.
Nel 1995 il comune, mediante un accordo di programma, ha reso le aree edificabili. In cambio il costruttore avrebbe dovuto urbanizzare l’area, occuparsi della fornitura dei servizi e restituire una porzione di città completamente finita ai cittadini. Ad oggi 4.854 unità abitative sono
terminate e abitate da circa 18.000 abitanti.  Il quartiere è quindi il prodotto della volontà privata e presenta i limiti della tipica speculazione edilizia romana.
I primi abitanti sono arrivati nel 2002 e hanno da subito intuito che Ponte di Nona non sarebbe stata un’isola felice: l’area si presentava come un cantiere, privo dei servizi minimi e in una condizione di perifericità aggravata, non solo dalla distanza reale dal centro, ma anche dall’assenza di collegamenti pubblici; la spazzatura non veniva raccolta; i servizi di prossimità inesistenti: le poste, la farmacia, attrezzature; e ancora strade senza marciapiedi né
illuminazione.
Le difficoltà dei primi abitanti, che si definiscono “pionieri”, non ridimensionavano le attese costruite su una retorica della vendita di un “complesso suburbano nel verde, con attrezzature sportive nel parco e molti negozi”: una promessa di urbanità a tutti gli effetti una promessa di urbanità a tutti gli effetti portata avanti dall’agenzia immobiliare Carlino. Nonostante
acquistino sulla carta, la fiducia nell’attore privato è totale: “Caltagirone non fallisce” risponde il marito alla moglie preoccupata della bontà del loro investimento.
Ma non sono tutti cosi entusiasti, ci sono gli scettici “Siamo ostaggi nel cemento di una fatidica cattedrale nel deserto” scrive un blogger del quartiere.
Nel 2004 un gruppo di cittadini si è organizzato per rivolge al Sindaco una domanda esplicita di servizi pubblici locali. Le loro rivendicazioni erano fondate su di una quotidianità difficile caratterizzata da lunghi tempi per lo spostamento, il traffico, la condizione delle strade, l’assenza dei servizi pubblici e di servizi minimi .
Primi nella lista la sicurezza e i marciapiedi; a seguire autobus e farmacie. Ma la lista è ancora lunga. Nasce il comitato di quartiere e viene aperto un forum online per agevolare la comunicazione, fare il punto degli incontri, scambiare documenti. Un gruppo di volontari si organizza per la redazione di un giornale locale, viapontedinona, che pubblica l’aggiornamento sulle attività del comitato di quartiere. Per portare avanti le proprie rivendicazioni gli abitanti scendono in piazza nel marzo 2007, una manifestazione di quartiere unica nel suo genere.  Di lì a poco la coalizione di destra vincerà le elezioni capitoline e il presidente del comitato di quartiere verrà eletto consigliere municipale nella stessa coalizione. Nel maggio 2007 si inaugura il centro commerciale “più grande d’Europa”. Di lì a poco altri centri commerciali
cominciano a costellare la città da Nord a Sud. In assenza di alternative, gli abitanti erano in prima fila per partecipare all’inaugurazione, il primo fatto interessante che avveniva nel quartiere e che li interessava direttamente.
Il giornale viapontedinona dedica un intero numero all’apertura del “centro”, offrendo una mappa dettagliata dei negozi e delle attività programmate. Il centro commerciale e i negozi diventeranno di lì a poco sponsor principale di questa iniziativa nata localmente.
Il 3 maggio 2008 una puntata di un noto programma nazionale, Report, descrive tra gli altri esempi, Ponte di Nona come un caso di denuncia di una politica urbana che ha allargato le fila della rendita immobiliare a discapito dei cittadini. Da lì un acceso dibattito tra i tecnici dell’amministrazione, assessori, consulenti che giustificavano a vario titolo le buone intenzioni del piano. Sull’onda dell’attenzione mediatica il quartiere riesce ad ottenere le prime risposte e un dialogo attivo con il municipio.
Ad oggi il quartiere lascia intravedere i segni emergenti del consolidamento di un’area neo-borghese che trova corrispondenza elettiva nel centro commerciale. Ma non mancano le contraddizioni.
Tutto il quadrante Ponte di Nona-Lunghezza pone seri problemi di convivenza aggravanti dalla carenza di servizi e dai nuovi carichi urbanistici.
E mentre molte città stanno dando priorità alle politiche per la sostenibilità e sanciscono il ritorno alla prossimità (i ten minutes walking) come l’orizzonte in cui esercitare i principali diritti di cittadinanza, un’accessibilità isotropa del territorio, il giudizio da esprimere nei confronti di Roma è senza appello: si è disegnata la più insostenibile delle città, dal punto di vista della mobilità, si è dato troppo rilievo alla logica espansiva il quale esito è la subordinazione del sistema della mobilità alla localizzazione di nuove residenze in troppi casi
strettamente dialoganti con le aree per la grande distribuzione.
Si tratta a tutti gli effetti di una città prodotta senza un pensiero nei confronti dello spazio urbano. Siamo di fronte all’assenza totale di cura per il territorio e alla spregiudicatezza del mercato immobiliare in cui il risultato è la mera estrusione dei volumi della residenza, disegnati nell’ottica della massimizzazione della rendita, senza nessun valore aggiunto per spazio collettivo. Nulla è stato fatto per la qualità dello spazio che rimane tra le case, lo spazio che ci appartiene , un diritto acquisito in stagioni ormai lontane di urbanistica riformista.
Quello che sembra evidente è che la somma delle parti non fa una città, non crea occasioni convivenza e non basta a costruire quel surplus tra le case che potremmo definire banalmente urbanità ma che si fonda sul delicato equilibrio tra diritti e convivenza.
(Sandra Annunziata)

6 commenti

Archiviato in Roma, Uncategorized, urbanistica

6 risposte a “La somma delle parti non basta a fare una città

  1. Un argomento spinoso e poco divertente per chi tutti i giorni affronta la giungla della speculazione urbana che ha coinvolto il quartire di ponte di nona e quartieri limitrofi.Saluti

  2. Il fatto che sia poco divertente non significa che non sia importante e urgente occuparsi della qualità dello spazio che siamo in grado di produrre a Roma.
    La crescita urbana è avvenuta in molte altre città Europee negli anni Novanta (guardiamo a Berlino, Amburgo, Londra) che hanno saputo governarla restituendo ai cittadini servizi e spazi pubblici di qualità. Il tema della speculazione in sè non ci porta lontano. Quello su cui serve riflettere sono i meccanismi ridistributivi che l’edilia privata consentirebbe di mettere in campo se ben gestiti.
    Sandra

  3. andrea

    E’ fatto molto bene questo post. Si ha una spiegazione razionale di ciò che è successo, ma anche un racconto di come si vive la. E anche della interessante dinamica dei movimenti di quartiere

  4. Pingback: molecole » Alla ricerca dello spazio pubblico. Prove di città a Ponte di Nona?

  5. Pingback: “Chi ti guarda i pupi mentre stai in macchina?”: ancora su nanourbanistica, trasporti e disuguaglianze sociali a Roma « Italia2013

  6. Pingback: La giunta Aledanno bis | Italia2013

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