Storie di lavoro (Roma, XXI secolo): scavare con la partita IVA

Oggi si è scioperato. Le storie che emergono dalle vicende legate alla crisi economica si incrociano con le scelte del governo – ideologiche, nate contro il lavoro – elaborate allo scopo di indebolire il sistema di diritti e garanzie che protegge il lavoro dipendente. I dati statistici illustrano una situazione di crisi che potrebbe prefigurare un futuro molto difficile per l’economia italiana e per i cittadini del nostro paese, a partire da quello della disoccupazione giovanile (prossima al 30%) e del ricorso alla cassa integrazione (nel mese di febbraio, nel solo settore metalmeccanico, sono stati 301 mila i lavoratori fermi e con Cig a zero ore). E questo in riferimento a due semplici indicatori, senza contare quanto potrà essere in salita il futuro di chi si insedia oggi nel mondo del lavoro: diverse ricerche mostrano come coloro i quali si avviano alla vita lavorativa in tempi di recessione “dura”, accumulino un ritardo – in termini di carriera e retribuzione – difficilmente colmabile rispetto ai colleghi entrati prima o dopo la crisi.

L’Italia rimane sprovvista di una politica industriale e, a quanto pare, di una politica di intervento e investimento nei settori che potrebbero guidare l’economia alla fine di questa crisi. Cercando di infondere ottimismo, Unioncamere e Mediobanca hanno presentato ieri i risultati di una ricerca sul sistema industriale della media impresa italiana, che appare più solido del previsto: peccato che non produca più del 25% del PIL.

Una delle chiavi di crescita di un paese come l’Italia – ma scriviamo cose dette e stradette – è la valorizzazione di un patrimonio storico e culturale unico al mondo (quante volte avrete sentito utilizzare questa espressione..). Gli autori di questo blog vivono nell’area di Roma, uno dei luoghi deputati agli investimenti in cultura (industria poca, anche se c’è; cultura, servizi e immateriale tanto; edilizia e mamma politica/burocrazia ancor di più): per questo vi illustriamo una storia che sembra incredibile, soprattutto a chi non conosce da vicino i meandri del lavoro dipendente camuffato da lavoro autonomo. E’ la storia dell’archeologo con la partita IVA.

Tutto nasce da un evento importante, il Congresso della Cgil di Roma Sud. Una delle sessioni del Congresso era dedicata a questo tema: “Risorsa periferia: patrimonio ambientale e archeologico per lo sviluppo e l’occupazione”. Un modo per parlare del nesso tra programmazione urbana e sviluppo, ma anche per affrontare il tema del lavoro in questo settore così cruciale per la nostra città. Vista la presenza di Cecilia D’Elia in veste di Assessore alla Cultura e Vicepresidente della Provincia di Roma, abbiamo deciso di dedicare un approfondimento alle persone che in carne e ossa si occupano di quel mondo.

E’ stato facile approcciare il tema, legare l’archeologia al lavoro: è già dalla metà di febbraio che gli archeologi romani denunciano la possibilità – piuttosto concreta – che nessuno veda una lira per il lavoro già svolto, figuriamoci per quello ancora programmato. E che questo accada a Roma, ha dell’incredibile. Il 2 marzo, poi, Carlo Alberto Bucci ha descritto su “Repubblica” alcune delle questioni oggi sul tappeto:

  • i lavori di scavo al Foro della Pace sono stati bloccati;
  • sono state fermate le indagini nei cantieri della Villa dei Quintili, sull’Appia;
  • lo stesso è accaduto alla Regina Viarum;
  • il decreto Brunetta ha limitato al 30% il bilancio degli stanziamenti per le consulenze esterne: di fatto è stato bloccato un milione di euro che era stato già impegnato per i contratti, affidamenti e collaborazioni esterne attivate dalla Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma per l’anno 2009 (persone già al lavoro, che rischiano di aver lavorato gratis).

Scegliete cosa vi colpisce di più: che in una città come Roma – Roma, non  Sydney – il sostegno economico e la valorizzazione del patrimonio archeologico non sia una certezza consolidata; che i decreti ministeriali vengano scritti senza immaginarne gli effetti; oppure, che il sistema archeologico romano si regga sugli affidamenti a soggetti terzi: gli archeologi con la partita IVA.

Tutto questo è stato denunciato quasi un mese fa dall’Associazione Nazionale Archeologi e dalla Confederazione Italiana Archeologi; c’è stata un’interrogazione parlamentare – da parte della Deputata Manuela Ghizzoni – e altre denunce e proteste. E allora:

  • Le politiche, in questo settore, significano persone e competenze. I due assi di sviluppo sono le persone e le infrastrutture  che devono permette a queste ultime di realizzare le loro capacità. In questa specifica situazione di emergenza romana il punto di partenza sono le persone, i nostri archeologi. E non solo: “l’indotto” culturale ed economico che potrebbe generarsi dallo sviluppo di questo settore sono enormi: pensiamo, per esempio, allo tecnologie del virtuale e allo sviluppo di progetti per il web legati alla valorizzazione del nostro patrimonio archeologico; l’impiego di giovani neolaureati nei progetti di cura di questo patrimonio; l’utilizzo dei nostri palcoscenici naturali  per l’arte, il teatro, la danza, il cinema ecc. ecc.   Un indotto che ha ricadute sui territori nel livello locale.
  • Gli archeologi, in mancanza di assunzioni vere (l’ultimo concorso nazionale, nel 2008, ha visto partecipare 5 mila archeologi per 30 posti) sono entrati a far parte in misura sempre più massiccia del “popolo della partita IVA”, ponendosi nell’anello debole di questo popolo, quello dei “forzati” dell’IVA, costretti a fare questa scelta per mancanza di investimenti pubblici in un settore strategico, per l’Italia e per Roma.
  • Come in altri settori, sono i non garantiti – collaboratori, lavoratori a contratto, interinali ecc. ecc. – quelli che per primi pagano il prezzo della crisi. L’assenza di certezze, persino su progetti già approvati, spinge un segmento di popolazione lavorativa che possiede un livello alto di qualificazione e specializzazione a occuparsi di riforma della partita iIVA (non è un esempio peregrino: la confederazione italiana archeologi è tra i firmatari dell’appello del Dipartimento Economico della Cgil per la riforma della partita IVA, inviato un mese fa a governo e gruppi parlamentari), invece che del proprio lavoro.
  • Questa emergenza non parla solo delle difficoltà di un segmento specifico dei lavoratori della conoscenza del nostro paese, ma come al solito ci interroga su altri due problemi generali che, di fatto, coinvolgono le scelte strategiche di una città come Roma: 1) le priorità strategiche dello Stato – e della futura Area Metropolitiana – in termini di investimenti nella propria cultura; 2) i meccanismi di funzionamento degli apparati pubblici, locali e nazionali.
  • Nel primo caso, non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché l’Italia e l’Area Metropolitana dovrebbero investire in cultura; nel secondo è invece necessario immaginare un intervento pubblico che renda meno fragili e vittime della congiuntura economica le “braccia” pubbliche che intervengono in questi settori: è necessario un ordine e una direzione strategica pubblica, complessiva, competente, efficace. Stiamo pagando pegno per la frammentazione e l’impoverimento delle capacità di intervento e programmazione della cosa pubblica, anche nel settore della cultura: questa crisi romana è solo uno degli aspetti di un ritardo culturale e politico che si ripete all’infinito nei settori più diversi.

(Mattia Diletti)

Lascia un commento

Archiviato in economia, lavoro, Roma

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...