Una politica economica europea?

Mentre la crisi finanziaria sembra ormai alle spalle, tutti ne viviamo gli effetti sull’economia reale, in termini di crescita della disoccupazione, tagli ai bilanci pubblici, aumento delle diseguaglianze. Gli Stati Uniti e la Cina hanno da tempo pensato a una strategia di recupero: i primi attraverso un piano di efficienza energetica, aumento delle protezioni sociali e leggi contro la speculazione; la seconda puntando sullo sviluppo massiccio dell’edilizia pubblica e privata. La proposta di un Fondo Monetario Europeo sembra poter superare l’immobilità con cui l’Europa ha reagito alla crisi.

1) La congiuntura negativa ha colto clamorosamente impreparata l’Unione Europea: una Commissione mai così debole, che non riesce a esercitare la sovranità che le spetta nè a mettere in pratica il sofferto Trattato di Lisbona; degli stati privi di una leadership carismatica capace di assumersi responsabilità che travalichino i loro confini, di volta in volta più chiusi nella propria dimensione nazionale. La crisi è stata affrontata con 27 ricette differenti, nonostante il mercato sia unico. L’Europa non ha saputo elaborare una risposta comune, proporzionale alla sua potenza economica: la ripresa non si vede, mentre sull’Euro si addensano minacce concrete, attraverso gli attacchi alle borse di Atene, Madrid e Lisbona. I provvedimenti pensati finora sono rimasti a livello teorico, e spesso non si è trattato che di riflessi dei dibattiti politici nazionali.

2) La proposta che non comporta cambiamenti istituzionali nè perdite di sovranità per gli stati è quella di migliorare le leggi che regolano il settore bancario e finanziario, sulla scia del piano approvato dall’amministrazione Obama: limiti alla dimensione delle banche, e la proibizione di investire oltre un certo limite in operazioni speculative, perchè le fondamenta finanziarie delle banche restino solide e queste non si trasformino in colossi ingestibili in caso di crisi. I ministri europei dell’economia si sono accordati, sì, ma per rigettare questo piano. La loro strategia, che puntava alla stesura di regole comuni a livello di G20, è fallita, anticipata dalla mossa americana; mentre le divisioni su quali norme adottare – evidenziate dal comportamento di Francia e Inghilterra, già al lavoro per la loro legislazione nazionale – lasciano il sistema bancario europeo nelle identiche condizioni in cui si trovava pre-crisi.

3) L’idea di creare un governo economico comune per l’Unione Europea comporta invece un cambiamento significativo, epocale come l’adozione dell’Euro. I termini delle singole politiche economiche degli stati sarebbero decisi a livello comunitario, per evitare una deleteria concorrenza interna – oggi, ad esempio, i paesi che decidono di tassare maggiormente le imprese rischiano di vederle fuggire a bassissimo costo verso un altro paese europeo dove le imposte sono più generose. Inoltre, diversi sistemi di stimoli (al consumo piuttosto che al lavoro) portano a diversi scenari di ripresa e compromettono il processo di coesione. E infatti l’attuale presidenza Zapatero (la Spagna ha subìto una dura recessione) ne fa uno dei suoi obiettivi, con il consenso della Francia. Ma il “no” scontato del Regno Unito e quello più inatteso della Germania hanno già derubricato l’attuazione di questa proposta a un futuro indefinito.

4) Resta dunque sul tavolo l’ipotesi di un Fondo Monetario Europeo (FME), su iniziativa di Angela Merkel: la Commissione fornirà una bozza dettagliata entro giugno. La prima preoccupazione di questa “cassa comune” europea sarebbe quella di garantire, attraverso prestiti, i bilanci degli stati più indebitati ed evitare l’eventualità che un paese dell’Euro possa finire in bancarotta. Condizionando i prestiti, l’FME potrebbe essere in grado di incoraggiare alcune scelte di politica economica, proprio come fa il Fondo Monetario Internazionale. Dovrebbe però essere accompagnato da uno strumento di coordinazione delle politiche economiche nazionali. Senza di esso, si rischia una spaccatura della zona-euro: un centro stabile e dinamico, e una periferia bloccata dal suo debito; un documento comune che detti le linee-guida della spesa potrebbe armonizzare le scelte degli stati e orientare l’intervento del Fondo.

Naturalmente, perchè questa nuova istituzione abbia legittimità e capacità di intervento, bisognerà rivedere i Trattati: oggi l’intervento pubblico è bandito dalle competenze europee. Non sarà semplice, basti pensare alla vicenda del Trattato di Lisbona: se il FME nascerà, non sarà nel 2010. Tuttavia, la revisione potrebbe essere l’occasione per inserire finalmente i diritti sociali tra i principi cardine dell’integrazione europea, e per diminuirne il deficit democratico: il Fondo chiederà interventi rapidi (come le privatizzazioni), o potrà invece imporre una rimodulazione complessiva della spesa pubblica, magari basata sulla formazione o sulle protezioni sociali? Sarà espressione dei capi di stato, o dovrà passare il vaglio del Parlamento Europeo, che in tal caso assumerebbe il ruolo di giudicarne le linee di indirizzo? Sarà la brutta copia del FMI, o riuscirà ad avere l’impronta solidale che si pretende dall’economia europea?

La risposta a tali questioni è piuttosto complicata da ottenere, in un’Europa in cui la dimensione nazionale ha ripreso tanto dello spazio prima concesso ai progetti di integrazione, e dove la capacità di guardare oltre il brevissimo termine sembra essere stata abbandonata dai leader politici. Ma è necessaria, pena la marginalità economica a livello mondiale e la disuguaglianza sociale per il futuro.

(Riccardo Pennisi)

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