Alemanno e la disintegrazione di Roma

Alcuni eventi di questo ultimo periodo, a partire dallo sciopero del 1 marzo, hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’immigrazione. E’ una buona occasione per riflettere sul livello di integrazione in una città come Roma, che ospita ormai trecentomila residenti non nati in Italia (circa il 13% dell’intera popolazione del comune), dei quali 60.000 iscritti a scuola.

1) La politica sull’immigrazione della Giunta Alemanno ruota in gran parte attorno a un solo perno: i nomadi. L’argomento era stato centrale già in campagna elettorale: il centrodestra, riprendendo uno slogan già usato dal candidato sindaco Fini nel 1993 (“fuori gli zingari dal raccordo anulare”), aveva ripetutamente accusato le giunte precedenti di lassismo – un comportamento buonista che avrebbe portato a un aumento dell’insicurezza in tutta la città – e aveva promesso ventimila espulsioni.

Lo strumento messo a punto dal sindaco ha preso il nome di Piano Nomadi: il Comune, seduto al “Tavolo Nomadi” insieme al prefetto (nominato Commissario Straordinario all’Emergenza Nomadi) e a varie associazioni cattoliche, procede secondo questo schema. Un censimento, che ha contato la presenza di 7.200 individui nei campi presenti in città. Lo sgombero degli insediamenti indesiderati. L’individuazione e organizzazione di tredici nuove aree, previste per 6.000 persone (diventate poi dieci, per 5.500). La consegna del DAST, Documento di Autorizzazione allo Stazionamento Temporaneo, a chi risulti in possesso dei requisiti, valido quattro anni.

2) Ma l’attuazione del Piano ha portato alla luce una serie di problemi che non erano stati considerati dall’amministratore, e ha attirato le critiche tra gli altri dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani e di Amnesty International.

Alcuni abitanti dei veccchi campi si sono fatti una vita nel quartiere dove vivono da decenni e i loro figli vanno a scuola nella zona: il programma li ha trasferiti in un’altra area della provincia, che non conoscono e non hanno potuto scegliere, in cui molto difficilmente raggiungeranno il precedente livello di integrazione. Molti di loro sono perciò già tornati clandestinamente alla zona di provenienza.

Associazioni come la Comunità di Sant’Egidio non hanno approvato le modalità di trasferimento e hanno abbandonato il Tavolo, accusando il Comune di voler sgomberare il campo-simbolo Casilino 900 prima che le nuove strutture di accoglienza fossero pronte (ma in tempo per le elezioni regionali): chi, secondo il Piano, aveva diritto a una sistemazione immediata in una nuova struttura, perchè pagava le bollette e mandava i figli a scuola, sarà invece ospitato per almeno 6 mesi in campi provvisori, totalmente a carico del Comune.

Inoltre, l’individuazione delle nuove aree: i residenti “fuori dal raccordo anulare”, e i loro rappresentanti nei Municipi, hanno fatto sapere di non essere per nulla disposti ad accogliere nuovi vicini. E quindi, provvisoriamente, sono state scelte alcune aree all’interno del GRA, come Villa Gordiani o Via Candoni (Magliana), oppure fuori dal territorio comunale (Castelnuovo di Porto, Castel Romano).

Mentre l’attenzione è puntata sui luoghi di partenza, nessuno si è curato di far sapere se e quali politiche di integrazione e servizi sociali saranno attuati nei punti di arrivo di quello che sembra diventato un gigantesco tetris. Gli unici dati disponibili (CGIL) dicono che la Giunta ha già lanciato un bando di 3 milioni di euro per la vigilanza privata dei nuovi campi, mentre ha tagliato del 20% i progetti di mediazione culturale.

Infine, la capienza dei nuovi insediamenti è di quasi duemila unità inferiore al numero dei nomadi censiti. Gli esclusi si sono rifugiati in sistemazioni di fortuna, sparse un po’ in tutta la periferia della città, ai limiti non solo della legalità ma anche delle condizioni umane, riaprendo una piaga che il Piano Nomadi annunciava di voler sradicare per sempre.

3) Nei confronti degli altri residenti stranieri, si oscilla tra la marginalizzazione e l’indifferenza, seguendo la strada che da un ventennio già percorre Milano. Da un lato, si è considerata la presenza degli immigrati come elemento di degrado, da combattere attraverso provvedimenti di “nettezza urbana”. Questo è il senso delle ordinanze contro lavavetri e prostitute: si è pensato di sconfiggere il fenomeno attraverso interventi repressivi (multe, arresti), senza offrire una seria alternativa di integrazione, tanto che in entrambi i casi nessuno si è presentato per richiedere il servizio di assistenza offerto dal comune: i criminali che gestiscono questi traffici l’hanno impedito. Al contrario, dopo qualche settimana di paura, lavavetri e prostitute sono tornati al lavoro in zone più periferiche e meno controllate.

Dall’altro, si è cercato di relegarli al ruolo di estranei. L’elezione dei consiglieri comunali aggiunti immigrati (inaugurata nel 2004 per offrire rappresentanza politica agli extracomunitari privi di diritto di voto), da ripetere nel 2008 subito dopo il rinnovo della Giunta, è stata annullata e rinviata di tre anni. Del resto, la pagina web del Comune dedicata alla multiculturalità è lasciata in bianco. L’attività della Consigliera ai rumeni, Ramona Badescu, è stata interrotta. Persino i progetti di integrazione più simbolici (e meno costosi) sono stati azzerati. Il menú etnico (una volta al mese gli alunni delle scuole romane assaggiavano le specialità di un altro paese del mondo), definito “ridicolo”, è stato sostituto da un “ecologico” menú delle regioni italiane, naturalmente nel nome della tradizione. La possibilità di adottarli entrambi non è stata nemmeno presa in considerazione.

Tutto viene lasciato nelle mani della associazioni e dell’impegno della società civile, che spesso produce ottimi risultati. Ma da parte del Comune di Roma, un tale atteggiamento è ancora più colpevole se si pensa che politiche esclusivamente repressive hanno già dimostrato altrove di non produrre altro che “bombe sociali”. Speriamo in un rapido cambiamento di direzione.

(Riccardo Pennisi)

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