Le riforme che cambiano la vita

Ieri la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato la riforma della sanità voluta dal presidente Obama. Non è esattamente il progetto che aveva in mente l’inquilino della Casa Bianca nè creerà un sistema sanitario nazionale simile al nostro. Eppure è una notizia molto positiva anche per noi italiani: perchè, più della stessa vittoria elettorale di Obama, chiude il trentennio conservatore e perché ci insegna come si possono fare le riforme sociali estendendo un diritto a tutti (o quasi) riducendo la spesa pubblica.

1. Come ha spiegato bene qualche giorno fa Martino Mazzonis, se l’acqua viene privatizzata in Italia è perché nella superpotenza planetaria, negli ultimi 30 anni, si è combattuta una battaglia senza quartiere contro l’intervento pubblico in economia e per la privatizzazione dei beni comuni. La riforma della sanità americana è la prima, in quasi tutti i paesi occidentali, che inverte questa tendenza iniziata a fine anni Settanta con i governi di Reagan e Thatcher. Invece che lasciare briglia sciolta al mercato lo si sottopone al controllo pubblico e lo si obbliga a rispettare alcuni criteri stabiliti dai rappresentanti dei cittadini. Con questa legge, per esempio, nessuno potrà più negare l’assistenza ad un bambino perchè asmatico o a un diabetico perchè in possesso di una “condizione pre-esistente”. Non si trasforma la salute in un diritto sociale (com’è da noi, grazie alla costituzione) ma si creano le condizioni perchè non sia più un privilegio legato al reddito. La sanità diventa più universale e questo si combina con una riduzione della spesa pubblica. Perchè, non va dimenticato, 30 anni di politiche conservatrici lasciano i conti pubblici in rovina da noi come negli USA senza aver dato neanche un diritto in più ai cittadini, anzi.

2. Se credete che la riforma di Obama sia acqua fresca provate a spiegarvi il perchè di una battaglia così feroce da parte dei repubblicani, dei movimenti conservatori, delle lobby sanitarie arrivate a spendere centinaia di milioni di dollari per convincere gli elettori che si sarebbero introdotti elementi di socialismo. Fino a poche settimane fa era lecito dubitare delle possibilità di successo del progetto. Eppure, con una combinazione di determinazione politica, abile uso dei regolamenti parlamentari, spostamento nelle posizioni di alcuni gruppi di pressione importanti l’amministrazione Obama è riuscita a portare a casa un risultato storico: per gli USA ma anche per noi, perchè da oggi è lecito sperare nella fine del trentennio conservatore. Barack Obama, e la coraggiosa presidente della Camera, hanno mostrato consapevolezza del rapporto tra efficacia della politica, disincanto degli elettori e possibilità per i governi di centrosinistra di rimanere in sella. Ogni parlamentare del centrosinistra italiano dovrebbe tenere a mente quello che ha detto Obama ai congressmen democratici poco prima del voto: “Qualcosa vi ha spinti a fare politica, qualcosa vi ha spinto a farlo per i democratici invece che per i repubblicani. Perchè da qualche parte nel profondo del vostro cuore vi siete detti che credevate in un America dove non si pensa solo a se stessi, dove non diciamo alle persone che sono da sole”. Ecco, ricordarsi che si è in politica per cambiare la vita di chi ci ha eletti, non per gestire gli equilibri tra gli interessi più forti.

3. L’attuale centrosinistra italiano andò al governo la prima volta nel 1996. Mise in campo una serie di riforme anche coraggiose: la scuola, la sanità, il sistema radiotelevisivo, la pubblica amministrazione. Poi le abbandonò per strada e ogni volta che si è trovata in mano un po’ di soldi è sembrata non avere idea di come spenderli: pensate al dibattito sul “dividendo dell’Euro” nel 1998 oppure sul “tesoretto” 10 anni dopo. Contestualmente ha cominciato a definirsi “riformista”: un riformismo senza riforme e un pragmatismo con un’idea approssimativa della realtà italiana. Il caso Obama dimostra che, dotati di sufficiente coraggio, pelo sullo stomaco e capacità di costruire consenso le riforme sociali si possono fare.

4. Eppure, se ci pensate, in Italia ci sono due temi che valgono quanto la sanità negli USA: abolire la struttura duale del mercato del lavoro, liberare il lavoro dalla precarietà; creare un sistema di welfare amico delle donne, dei giovani, degli immigrati. Queste due cose da sole libererebbero, davvero, milioni di italiani oggi cittadini di serie B perchè donne, precari, immigrati – o tutte queste cose messe insieme. I riformisti italiani hanno il coraggio per metterle in campo? Hanno abbastanza pelo sullo stomaco per mettersi contro gli equivalenti della lobby sanitaria americana?

5. Una cosa è certa: dobbiamo smettere di aspettarci che lo facciano e dobbiamo cominciare ad esigerlo. Possiamo, da cittadini, favorire quei politici che hanno dimostrato il coraggio di battersi per le proprie idee, anche a costo di mettersi contro gli interessi costituiti. Emma Bonino e Nichi Vendola ne sono due esempi e il momento per votarli arriverà tra pochi giorni. A loro potremo chiedere di fare delle riforme, dai loro sfidanti potremo solo difenderci, con i mezzi sempre più esigui che abbiamo a disposizione.

6. Come ha spiegato Mattia Diletti, un grande ostacolo sulla via della riforma era la costituzione formale e materiale degli Stati Uniti. Molti elementi congiuravano a favore dello status quo: la combinazione tra un senato in cui i piccoli stati sono sovrarappresentati e l’opposizione ha un potere quasi illimitato di fare ostruzionismo con altri fattori più politici come le divisioni del partito democratico e il sistema di finanziamento della politica basato sulle lobby. Per anni la sinistra italiana si è illusa che il piano istituzionale e quello sociale potessero essere separati: che si potesse riformare la seconda parte della costituzione senza intaccare la prima. Non è così e quando si mette mano alle istituzioni bisogna tenere presente anche questo: che potere diamo in mano agli interessi dei più forti cambiando la legge elettorale o eliminando i limiti al finanziamento privato della politica?

6. Infine, non va dimenticato il ruolo delle donne. Prima di tutto, senza l’elettorato femminile Obama non sarebbe lì visto che perse tra l’elettorato maschile. In secondo luogo, due donne hanno avuto un peso determinante: la first lady Michelle e la presidente della Camera Nancy Pelosi. La battaglia per la sanità è, almeno dagli anni ’90, una battaglia delle donne americane, perchè sono loro a sobbarcarsi il peso delle ingiustizie attuali. E a convincere gli ultimi deputati democratici riluttanti è stata la coraggiosa presa di posizione delle suore cattoliche americane, in disaccordo con la Chiesa ufficiale: perchè, si sono chieste, parlare di diritto alla vita per l’aborto e poi negare le cure a chi sta morendo solo perchè non ha soldi? E poi c’è ancora qualcuno che associa gli attributi maschili al coraggio.

Tra qualche anno ci saranno dei bambini che saranno diventati grandi nonostante siano asmatici e dei diabetici che continueranno a camminare nonostante la loro malattia. E lo dovranno alla riforma approvata ieri. Una riforma che cambia la vita. Ce ne sono da fare, e tante, anche in Italia. Chi ci sta?

4 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, economia, mondo, sinistra

4 risposte a “Le riforme che cambiano la vita

  1. Francesca

    bravo mattia. Stavolta non riesco a trovare nemmeno un piccolo punto di disaccordo.

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